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Placido tra Livatino e Celestino V: “Ecco la differenza tra essere credenti e essere credibili”

Michele Placido, 80 anni
Michele Placido, 80 anni 

L’attore dà un titolo alla serie di Rai 1, annunciata, sul magistrato assassinato dalla mafia, “Il giudice e i suoi assassini”. E ha appena finito di girare un’altra serie sul Papa del gran rifiuto

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Taormina – “Alla fine della vita non ci sarà chiesto se siamo stati credenti, ma se siamo stati credibili”. Michele Placido usa una celebre frase di Rosario Livatino per parlare dei politici di oggi, della mafia di allora, delle donne e degli uomini che l’hanno combattuta pagando con la vita. È a Livatino, alla sua battaglia, che è dedicata Il giudice e i suoi assassini, “questo sarà il titolo della serie tv – spiega Placido al Taormina film festival – non perché voglio fare la storia di un prossimo santo, ma perché ho scoperto nuovi atti che mostrano praticamente come lui usasse una metodologia per combattere la mafia in linea con quella di Falcone e Borsellino, cioè sequestro dei beni e i conti bancari". Una serie per Rai 1, da tempo annunciata, che racconta appunto la vita e l'impegno del magistrato siciliano – beatificato da papa Francesco nel 2021 come martire ucciso “in odio alla fede” - che sarà interpretato da Giuseppe De Domenico.

Michele Placido al Taormina Film festival
Michele Placido al Taormina Film festival 

“Il suo punto principale di riferimento – continua Placido – era il Vangelo, essendo una persona molto credente. Papa Francesco mi aveva chiesto di incontrarlo per mezz'ora, poi diventata un'ora e mezza. Mi accolse con un 'Michele, Michele, so che tu sarai il regista', ci teneva molto a capire cosa si sarebbe visto nella serie. Noi in Italia abbiamo una lunghissima tradizione di cinema civile che viene da lontano, da registi come Francesco Rosi, Elio Petri e Damiano Damiani. Il Papa desiderava che fosse un'opera capace di toccare l'intimità delle persone, anche perché c'era in corso un importante processo di beatificazione".

Oltre alla serie su Livatino, Placido ha in cantiere anche un progetto su Celestino V, "un film Rai in cui interpreto questo pontefice che Dante colloca nell'Inferno. È un personaggio che storicamente aveva 87 anni e io, che ne ho 80, mi sono messo alla prova: abbiamo girato in Abruzzo e sono molto soddisfatto di me stesso, perché temevo di non farcela alla mia età in contesti climatici e geografici così complessi. La storia di questo papa è bellissima e tragica: le grandi famiglie dei cardinali romani volevano utilizzarlo come un pontefice di transizione. Si dissero: 'Diamo il papato a questo vecchio eremita che probabilmente tra cinque mesi morirà', ma non fu così". L'impegno sociale ha sempre fatto parte della carriera di Placido: "Il mio primo film fu Pummarò, trattava un tema molto attuale, il caporalato, una piaga di cui oggi si parla tantissimo. Tutto partì da un'immagine che mi colpì profondamente: quella di ragazzi, quasi tutti provenienti dall'Africa, arrivati clandestinamente e costretti a raccogliere pomodori in condizioni disumane".

Michele Placido (al centro) nel ruolo di Celestino V
Michele Placido (al centro) nel ruolo di Celestino V 

Quanto alle nuove generazioni, "i giovani di oggi - sottolinea Placido - hanno paura. Viviamo in un'era in cui i leader mondiali non sono credibili e sembra non esserci una reale volontà di pace o l'intenzione di fermare i conflitti. Mi torna in mente la celebre frase attribuita ad Albert Einstein: non so con quali armi si combatterà la terza guerra mondiale, ma la quarta si combatterà con i bastoni e con le pietre. Questo perché avremo distrutto tutto".

Tornando alla serie su Livatino, spiega ancora Placido: "Il cinema italiano ha una grandissima tradizione legata al Neorealismo e all'impegno sociale, una scuola cinematografica che ci ha riempito di premi Oscar e che ha dato dignità alle storie della nostra terra e della nostra gente. Se ancora usiamo la parola 'mafia' nel senso tradizionale, la riduciamo a un fenomeno isolato; se invece la intendiamo come un modo di comportarsi delle persone, capiamo quanto ancora ci riguardi, quanto faccia parte della nostra cultura. Poco prima di morire, Rosario Livatino pronunciò una frase immensa per importanza: 'Alla fine della vita non ci sarà chiesto se siamo stati credenti, ma se siamo stati credibili'. Ora, guardando al panorama attuale, mi chiedo quanti dei nostri politici, nello Stato e in Parlamento, siano davvero credibili. Scusate lo sfogo, ma è una questione che mi fa ancora arrabbiare".

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