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Uberto Pasolini: “Omero è universale. Su Nolan polemiche irrilevanti. Io pensai a Denzel Washington”

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Il regista di “Itaca. Il ritorno”, che ha aperto il SalinaDocFest, riflette sul poema omerico alla vigilia del kolossal di Christopher Nolan: “Ogni adattamento è una scelta. L’importante è trattare il testo con serietà”
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SALINA (MESSINA) – Al SalinaDocFest, che la direttrice Giovanna Taviani ha intitolato quest’anno alle “Odissee contemporanee”, Uberto Pasolini ha aperto la XX edizione con Itaca. Il ritorno, tornando a confrontarsi con Omero proprio mentre cresce l’attesa per l’Odissea di Christopher Nolan, già al centro di discussioni sulle scelte di casting, sulla fedeltà al poema e sulla possibilità di raccontare oggi, con immagini nuove, uno dei testi fondativi dell’immaginario occidentale.

Perché raccontare l’Odissea sullo schermo?

“La mia idea è cominciata trent’anni fa, quando ho iniziato la carriera di produttore indipendente. Ho pensato a un’Odissea senza i viaggi dei libri 9, 10, 11, 12, senza le visite di Telemaco a Nestore, Menelao ed Elena, e senza dei. Mi interessava il tema dell…

SALINA (MESSINA) – Al SalinaDocFest, che la direttrice Giovanna Taviani ha intitolato quest’anno alle “Odissee contemporanee”, Uberto Pasolini ha aperto la XX edizione con Itaca. Il ritorno, tornando a confrontarsi con Omero proprio mentre cresce l’attesa per l’Odissea di Christopher Nolan, già al centro di discussioni sulle scelte di casting, sulla fedeltà al poema e sulla possibilità di raccontare oggi, con immagini nuove, uno dei testi fondativi dell’immaginario occidentale.

Perché raccontare l’Odissea sullo schermo?

“La mia idea è cominciata trent’anni fa, quando ho iniziato la carriera di produttore indipendente. Ho pensato a un’Odissea senza i viaggi dei libri 9, 10, 11, 12, senza le visite di Telemaco a Nestore, Menelao ed Elena, e senza dei. Mi interessava il tema della responsabilità. Ho cominciato a lavorare con uno sceneggiatore amico, John Collee. Poi ebbi la fortuna di produrre Full Monty, che mi diede la possibilità di un contratto con la Fox. Incontrai Edward Bond, drammaturgo inglese e grande classicista, con il quale lavorai sulla psicologia e sull’orrore della guerra. Abbiamo offerto la sceneggiatura a grandi registi che la apprezzarono ma, per le loro ragioni, non si impegnarono. Bertolucci mi disse che gli era piaciuta molto, ma non era per lui in quel momento. Oliver Stone era interessato, finché uscì Il gladiatore. Disse: non voglio essere il secondo regista che fa un peplum, un genere finito negli anni Cinquanta con tracolli finanziari del tipo La caduta dell’Impero romano. Poi finì a fare un film non riuscito che si chiamava Alexander, ma qualche anno dopo.”

E poi è arrivato Ralph Fiennes.

“Una quindicina d’anni fa la regia doveva farla Ralph Fiennes, che è un vecchio amico. Con lui feci un giro per il Mediterraneo a cercare luoghi. Dopo quel viaggio decise che non voleva fare qualcosa di tematicamente troppo vicino alla sua versione di Coriolanus. L’ho offerta anche a Thomas Vinterberg, a Matteo Garrone. Ma la realtà è che il regista ha i suoi progetti, e la possibilità di innamorarsi di un progetto interessante ma altrui è rara”.

Ralph Fiennes nel film "Il ritorno" 

Alla fine ha deciso di dirigerlo lei.

“Alla fine Ralph mi convinse, dato che la sceneggiatura rispecchiava il mio punto di vista, il mio desiderio di dialogare con Omero. Certo, se ci fosse stato un regista di maggiori talenti sarebbe stato meglio, però almeno chi faceva la regia era in sintonia con chi aveva lavorato sulla sceneggiatura. Negli ultimi anni, prima delle riprese, feci un lavoro di ripulitura dei dialoghi, mischiando dialoghi miei ai dialoghi di Edward Bond. E poi si fece il film”.

Cosa la rende così attuale?

“L’Odissea è uno specchio dell’umanità completo, universale, atemporale. Omero ci regala qualcosa tutti i giorni, dialogare con lui è una cosa di grande valore. Quando il film è uscito con questo punto di vista attento alla violenza a cosa vuol dire la guerra ,sui rapporti e sulle psicologie dei personaggi principali, in Europa, o vicino all’Europa, si concretizzavano situazioni di guerra, massacri particolarmente feroci e vicini anoi. Per questo ci è sembrato che il film fosse contemporaneo. Però la realtà è che non solo Omero è universale, senza tempo, purtroppo lo sono anche le guerre. Le notiamo quando sono più vicine. Quello di Omero non è un poema sull’eroismo, o almeno non lo è nel senso in cui spesso lo immaginiamo. I personaggi dell’Iliade non sono eroi: sono persone complesse, piene di difetti, invidia, avidità, desiderio di vendetta, crudeltà, sadismo. Sono orrendi. La cosa straordinaria di Omero era rappresentare l’umanità anche così, con tutti i peggiori difetti che purtroppo condividiamo”.

Il poema torna al centro anche per il film di Christopher Nolan. Intorno alla sua Odissea si sono accese polemiche sulla fedeltà, sulla filologia, sulle scelte di casting come per Elena, gli dei, Lupita Nyong’o. Lei, a suo tempo, aveva pensato persino a un Ulisse interpretato da Denzel Washington.

“Quando Kurosawa fece Trono di sangue, ovvero la sua versione del Macbeth, qualcuno gli disse: non lo deve fare perché il Macbeth è solo scozzese? No. Ci siamo appena detti che Omero è universale. Allora, un artista, perché in genere nel cinema non ci sono artisti, ci sono bravissimi artigiani e qualche artista ogni tanto, e io credo che Nolan, nel suo modo, sia un artista, ha voluto dare la sua versione, la sua interpretazione di Omero. Per quello che riguarda la dea o Elena, a lui interessava portare sullo schermo qualcuno che abbia caratteristiche psicologiche di un certo tipo. Il fatto che sia nera invece che bianca mi sembra irrilevante. Uno, perché i neri esistevano in Africa e nel mondo mediterraneo ai tempi di Omero, e Omero ne parla. Il messaggero preferito di Odisseo nell’Odissea è descritto come un nero, con i capelli cotonati come la lana. Qualcuno del resto può dire a me: tu hai tolto gli dei. Allora è più sbagliato prendere una decisione come la mia, raccontare una parte dell’Odissea senza dei, oppure parlare con gli dei ma rappresentarli con attori diversi da come noi ce li immaginiamo? Sono letture diverse, dialoghi diversi. Secondo me, entrambi validi. L’importante è trattare il testo con serietà”.

Anche lei ha scelto di tradire Omero?

“Nel nostro film abbiamo Penelope che tesse e disfa la tela. Ma nell’Odissea questa cosa non si vede, è raccontata tre volte. Io ho deciso che sentire raccontare del suo inganno senza vederla nell’azione fosse drammaticamente un errore. Ho preso una decisione che non è la decisione di Omero. Ho sbagliato? Non c’è una risposta”.

Lupita Nyong’o ha detto che Omero dedica poco spazio ai personaggi femminili. Nel suo film Penelope, come pure in quello di Nolan, non è affatto una figura passiva. Quanto questa scelta è già dentro Omero?

“Omero ci dà una Penelope multiforme, come ci dà un Odisseo polytropos. È una Penelope che ha momenti di grande debolezza, di infelicità, di pianto. Ma è anche una Penelope che da vent’anni regge e tiene insieme il regno. Che, con e senza l’inganno, prende decisioni: prova a proteggere gli interessi del marito assente, gli interessi del figlio, la vita del figlio. È lei che governa. È lei che decide la prova dell’arco. È lei che decide di riconoscere Odisseo. È lei che decide di ingannare i pretendenti, di attendere. E la decisione dell’attesa è una decisione di forza. Omero ce la descrive piangendo sul telaio. Però, come personaggio, dal punto di vista drammaturgico, è molto forte. E sappiamo che i principi di Itaca che vogliono diventare re devono sposare la regina. Questo ci dice qualcosa sul ruolo della donna nel mondo di Omero”.

Quindi non è una forzatura contemporanea?

“Forse chi fa quella critica si limita a una lettura di Penelope che non rispetta la complessità del testo. La realtà è che uno cerca nei testi, o trova nei testi, quello a cui è più interessato".

Nolan ha raccontato di aver cercato una lingua accessibile, lontana dall’antichità solenne del cinema hollywoodiano anni 50. Lei ha girato il suo film in inglese.

“Perché io scrivo in inglese, lavoro in Inghilterra, i film che ho scritto sono scritti in inglese. Per me era naturale. Sarebbe stato più giusto farlo in greco? Il greco di Omero non è il greco di oggi. Nessuno lo parla più. Anche lì la cosa importante è partire dal testo, rispettare il testo e poi interpretarlo con attenzione”.

Omero a chi voleva rivolgersi?

“Noi sappiamo che i cantori cantavano nelle case dei ricchi, cantavano nelle feste. Però vorrei immaginare che queste recite, prima ancora del V o IV secolo, quando erano diventate universali, fossero rivolte anche ad altre platee. Non vedo perché no, dato che l’origine del racconto omerico è la tribù, il gruppo familiare, intorno al fuoco di notte”.

Nolan dice che la differenza tra l’Iliade e l’Odissea è che una è un poema sulla guerra, l’altra sulle conseguenze della guerra, sulla famiglia, sul ritorno. Lei ha detto che la maggiore differenza è di classe.

“Il mondo dell’Iliade è un mondo di aristocratici. Credo che ci sia una persona sola che abbia del dialogo nell’Iliade e non sia un aristocratico, ed è trattata malissimo dagli altri. Detto questo, non è un mondo di aristocratici con valori e qualità personali alte. Al contrario: è un mondo di famiglie, di re, di leader, pieni dei peggiori difetti dell’uomo, del maschio in particolare, ma non solo. Noi li chiamiamo eroi, ma non sono eroici. L’Odissea è un mondo diverso. Parla di un periodo di tempo molto più largo e lungo, mentre l’Iliade racconta qualche settimana della fine della guerra di Troia. E non arriva nemmeno alla fine: finisce con i funerali del domatore di cavalli. Le persone che hanno un ruolo nell’Odissea hanno origini più miste”.

Alla domanda su come il viaggio dentro l’Odissea l’abbia cambiato, Nolan ci ha detto anche che l’odissea è una storia sull’ospitalità, sulla necessità di dipendere dalla gentilezza degli altri quando siamo lontani da casa.

“Eumeo è il primo che offre ospitalità e rispetta un principio fondamentale nello sviluppo di tutta l’Odissea. Il problema dell’ospitalità si pone in due direzioni: come agisce chi riceve, ma anche come agisce chi arriva. Quando gli uomini di Odisseo arrivano e si mangiano tutti i buoi del Sole si comportano malissimo, perché non rispettano le leggi dell’ospitalità. Anche a Itaca c’è chi offre ospitalità e chi cede ospitalità. La reggia offre ospitalità ai Proci, ma la loro colpa più grande, per quella che è la filosofia, l’etica, la morale che ci illustra Omero, è che loro ne approfittano, non rispettano l’equilibrio. Quando Odisseo arriva a casa sua viene trattato male dai Proci, che sono ospiti: per cui doppiamente non rispettano questo principio. Per Omero il problema dell’ospitalità era fondamentale ed è forse una delle cose più chiare che ci dà per capire cosa regge la società dell’Odissea”.

Che cosa dice questo tema al presente?

“La civiltà di oggi è restia all’altro, al diverso, alla ricezione del diverso. È un problema che riguarda tutto il mondo. Ma noi lo avevamo anche in Italia: il Nord verso la gente del Sud. Non è una novità. Forse adesso ci sembra più accesa perché ci sono movimenti che hanno più potere e spingono per una minore accoglienza. Però il problema del rapporto con lo straniero è sempre esistito. La cosa interessante è che nel mondo di Omero lo straniero non era necessariamente da rifiutare. Anzi, dovevi trattarlo bene".

Nolan lega il viaggio alla necessità di affidarsi agli altri, e nei suoi film il ritorno, i padri, i figli, il tempo, sono temi ricorrenti. Quanto le interessa questo punto di contatto con il suo cinema?

“Non sono una persona generosa come Nolan per riconoscere che bisogna essere generosi con i viandanti. Però capisco che per una persona come Nolan, che ha fatto molti film sui viaggi, interiori o interstellari, il rapporto fra il viaggiante e chi rimane indietro, chi aspetta dall’altra parte, questo rapporto fra i padri, i figli, il passato, il presente, sia centrale. È una persona molto profonda”.

Christopher Nolar per “Interstellar” si era affiancato ai più grandi esperti scientifici per avere credibilità. Come si può traslare il concetto di credibilità nell’Odissea?

"Omero non poteva sapere tutto di com’era il mondo dell’età del bronzo. Omero parla anche di ferro, per esempio, anche se noi immaginiamo quel mondo come un mondo del bronzo. È un poema trascritto nell’VIII secolo su un’epoca in parte inventata, o comunque ricostruita attraverso la memoria, il mito, la tradizione. È questo che rende l’adattamento così difficile e così interessante. Non si può fare finta di avere una verità unica. Si parte dal testo, lo si studia con serietà, e poi si prendono delle decisioni. Ogni scelta è già un’interpretazione”.

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