Venezia e la polemica sulle donne: “Anche nel cinema si investe di meno sul talento femminile”

Venezia e la polemica sulle donne: “Anche nel cinema si investe di meno sul talento femminile”

Produttrici, registe e dirigenti continuano a intervenire dopo le parole di Alberto Barbera

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La presenza di una sola regista in concorso alla Mostra è il dato, ma anche l’occasione per una riflessione sulla presenza femminile non solo ai festival, ma all’interno dell’intera filiera cinematografica. Direttrici di festival, produttrici e rappresentanti dell’industria hanno indicato, in una prima ricognizione su Repubblica, uno squilibrio che nasce prima della selezione: le opere firmate da donne sono diminuite, le registe faticano a passare dall’esordio ai film più ambiziosi e la loro presenza si assottiglia proprio quando aumentano budget, prestigio e possibilità produttive. In questo secondo appuntamento il quadro si allarga ancora: non basta contare quante donne arrivano alla regia, bisogna capire quante partecipano alle decisioni lungo tutta la filiera, dai finanziamenti alle commissioni, dalle produzioni ai ruoli tecnici, fino ai vertici dell’industria culturale.

Per Fabia Bettini, direttrice di Alice nella Città, la regia è soltanto l’ultimo anello di una catena molto più lunga; “Il problema riguarda tutta la filiera. Dovremmo avvicinarci al cinquanta e cinquanta nelle direzioni artistiche, nelle commissioni che assegnano i contributi, nella sceneggiatura, in tutti i ruoli decisionali. Non è vero che la parità sia stata raggiunta. Molto spesso le donne occupano posizioni rappresentative ma non hanno un reale potere di incidere. È un problema a trecentosessanta gradi”. Anche il criterio della qualità, osserva, non è mai completamente neutrale. «La qualità è molto nell’occhio di chi guarda. Una direzione artistica composta anche da donne può avere una sensibilità diversa, capace di riconoscere linguaggi che magari sfuggono a uno sguardo esclusivamente maschile”.

(agf)

Prima di mettere sullo stesso piano due opere, aggiunge, bisognerebbe guardare alle condizioni in cui sono state realizzate. “Come si può confrontare un film girato con un grande budget, un cast importante e molte settimane di lavorazione con un’opera indipendente realizzata con pochi mezzi e tempi strettissimi? Le registe sono spesso esordienti, lavorano con budget ridotti e raccontano storie considerate più rischiose. La qualità va giudicata tenendo conto anche delle condizioni di partenza”. Bettini cita il caso di Gioia mia, presentato a Locarno e rilanciato ad Alice nella citta: nato come produzione indipendente e diventato un film capace di lasciare il segno, “forse è tutta la filiera che dovrebbe mettersi maggiormente in discussione. Mi dispiace vedere che le donne vengano ancora scoperte soprattutto nelle sezioni indipendenti e solo dopo riconosciute dal sistema”.

L’attrice e regista Michela Cescon prova a leggere la frase di Alberto Barbera nella maniera più costruttiva: “Se l’intenzione era denunciare che alle donne non vengono date le condizioni per realizzare opere capaci di competere ai massimi livelli, allora poteva essere l’occasione per riaprire una discussione fondamentale. Ma il messaggio è passato come se mancasse semplicemente la qualità, e questo è ingiusto”. Per Cescon, oltre al talento, sono soprattutto due gli elementi che determinano una carriera: risorse e visibilità. “Sono le due cose che nel percorso delle donne mancano più spesso. Non si può dire che nel mondo non esistesse una regista all’altezza del concorso veneziano senza chiedersi quali possibilità abbiano avuto quelle registe. Se i mezzi sono impari fin dall’inizio, anche il risultato inevitabilmente lo sarà”.

La regista distingue due tipi di qualità. «C’è quella tecnica, che cresce con le risorse, con il tempo di lavorazione, con i mezzi economici. E poi c’è una qualità soggettiva, che dipende dallo sguardo di chi giudica. Abbiamo costruito per secoli un’idea dell’arte attraverso uno sguardo prevalentemente maschile. È inevitabile che anche la nostra idea di qualità sia stata formata dentro quei parametri”. Per spiegarsi usa l’esempio della letteratura. “Pensiamo a scrittrici gigantesche come Anna Banti, Amelia Rosselli, Goliarda Sapienza o Anna Maria Ortese. Oggi nessuno mette in dubbio il loro valore, ma per decenni sono rimaste ai margini, considerate meno importanti dei grandi autori uomini. Si diceva che mancasse la qualità. Il punto è proprio questo: la qualità non è un valore assoluto, dipende anche dallo sguardo di chi giudica”. E conclude con un’immagine efficace. “Le donne non partono dalla stessa linea. È come far correre due atleti: uno con scarpe nuove e l’altro con le scarpe rotte e un peso sulle spalle. Non basta dire che il merito deve venire prima di tutto, bisogna costruire le condizioni perché quel merito possa emergere”.

Marina Marzotto, produttrice anche de L’estranea di Paolo Strippoli, in concorso a Venezia 83, invita a spostare la discussione dalla polemica al funzionamento dell’industria. «I festival sono il punto d’arrivo di un processo. Se a monte arrivano meno film diretti da donne, è evidente che il problema nasce prima. Venezia, proprio perché è il luogo più importante del nostro cinema, può diventare l’occasione per interrogarsi sulle cause, non soltanto sui risultati». Per la produttrice il nodo riguarda soprattutto i luoghi in cui si prendono le decisioni. «Abbiamo bisogno di più donne nelle commissioni ministeriali, tra i responsabile editoriale, nelle piattaforme, nelle produzioni. Non basta aumentare il numero delle registe: devono crescere anche le donne che decidono quali progetti finanziare e quali storie raccontare». Marzotto ricorda le battaglie condotte negli anni dalle associazioni dei produttori indipendenti per ottenere maggior spazio alle giovani autrici e ai progetti femminili. Poi c’è un altro tema, molto concreto: il divario salariale. “Sui miei set parto dalla parità di retribuzione. Ancora oggi scenografe, direttrici della fotografia e molte altre professioniste vengono pagate meno dei colleghi uomini. È un dato oggettivo. A parità di responsabilità il compenso deve essere lo stesso. È il primo mattone da cui partire”.

Uno scenario più incoraggiante arriva dalla serialità televisiva. Maria Pia Ammirati, direttrice di Rai Fiction, non registra lo stesso arretramento evidenziato dal cinema: “Quando entrai in Rai, all’inizio degli anni Ottanta, l’ambiente era quasi interamente maschile. Negli ultimi anni, invece, siamo riusciti gradualmente a riconoscere e accompagnare molte registe, anche molto giovani». Cita Letizia Lamartire e Simona Ruggiero, entrambe under 40, accanto a cineaste ormai affermate come Cinzia TH Torrini, Isabella Leoni e Laura Luchetti: “Non bisogna spingere artificialmente i talenti. Bisogna riconoscerli, accompagnarli e dare loro fiducia. Le registe affermate ormai lavorano con tutte le piattaforme. La vera sfida è far crescere quelle nuove”.

(agf)

Per Ammirati il cambiamento passa anche dalle maestranze e dai ruoli decisionali, “le piattaforme cercano sempre più registe. E quando si decide a chi affidare un progetto bisogna avere anche la sensibilità di dare fiducia a una professionista emergente. È così che il sistema cambia». La presenza femminile ai vertici, aggiunge, incide concretamente. “La Rai è cambiata molto grazie anche a un processo di empowerment femminile che ha portato le donne in posizioni dove le decisioni spettano davvero a loro. Questo cambia lo sguardo sulle storie, sulle squadre di lavoro, sui talenti da valorizzare. Le donne sono una parte fondamentale del pubblico e della costruzione dei racconti. È naturale che partecipino anche alle decisioni. Il tema non riguarda un singolo festival: è l’intero sistema che deve imparare a lavorare insieme”.

Anche la critica cinematografica Paola Casella legge il caso Venezia come il sintomo di un problema strutturale e lo fa attraverso la sua pagina Facebook Da coordinatrice dell’European Discovery Award della FIPRESCI osserva che tra le opere prime internazionali le registe sono spesso più numerose dei registi nelle selezioni finali: Laura Samani ha vinto con Piccolo corpo. E quest’anno alla Settimana della Critica quasi tutti i cortometraggi in concorso sono diretti da donne. Dunque non si può sostenere che le registe non siano all’altezza dal punto di vista creativo, contenutistico o tecnico”. Il nodo, secondo Casella, arriva dopo. “Bisogna domandarsi perché queste autrici non riescano a crescere e rimangano confinate ai progetti più piccoli. Il cinema è un’industria e basta guardare all’assegnazione dei finanziamenti pubblici, quasi sempre più scarsi per le opere dirette da donne, oppure alla distribuzione e alla promozione dei loro film. Un anno di scuola di Laura Samani in Francia sta ottenendo risultati straordinari, mentre in Italia è passato quasi sotto silenzio. Sul talento femminile si investe meno e continua a pesare un pregiudizio culturale su ciò che viene considerato importante. Così non lasciamo indietro soltanto le registe: rinunciamo a metà del potenziale creativo del nostro cinema e della nostra industria”.

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