Monica Bellucci: “Oggi non farei Irréversible. Tim Burton? Dalle relazioni imparo sempre qualcosa”
di Arianna FinosDal Pardo di Locarno come miglior interprete femminile al concerto londinese di Ariana Grande, nel giro di pochi giorni Monica Bellucci passa da un palcoscenico all’altro senza smettere di considerarsi innanzitutto una spettatrice. "Siamo venute con mia figlia Léonie, che l’adora, e un gruppo di amici", racconta. Dopo quasi quarant’anni trascorsi tra Città di Castello, Parigi, Roma, Hollywood e set in mezzo mondo, conserva l’anima itinerante e il gusto per ciò che ancora non conosce. Anche per questo ha detto sì a Ketticè di Giovanni Tortorici, in anteprima in Sicilia il 27 e poi in sala dal 3 settembre con PiperFilm, in cui interpreta una madre dell’alta società palermitana in declino, infelice e incapace di comunicare con il figlio. "Non avrà mai il coraggio di cambiare la sua vita", dice Bellucci. Lei, al contrario, la propria l’ha cambiata parecchie volte.
Dal Pardo di Locarno come miglior interprete femminile al concerto londinese di Ariana Grande, nel giro di pochi giorni Monica Bellucci passa da un palcoscenico all’altro senza smettere di considerarsi innanzitutto una spettatrice. "Siamo venute con mia figlia Léonie, che l’adora, e un gruppo di amici", racconta. Dopo quasi quarant’anni trascorsi tra Città di Castello, Parigi, Roma, Hollywood e set in mezzo mondo, conserva l’anima itinerante e il gusto per ciò che ancora non conosce. Anche per questo ha detto sì a Ketticè di Giovanni Tortorici, in anteprima in Sicilia il 27 e poi in sala dal 3 settembre con PiperFilm, in cui interpreta una madre dell’alta società palermitana in declino, infelice e incapace di comunicare con il figlio. "Non avrà mai il coraggio di cambiare la sua vita", dice Bellucci. Lei, al contrario, la propria l’ha cambiata parecchie volte.
Che significa ricevere il Pardo da migliore attrice?
"Lo ricevo con sorpresa, umiltà ed emozione: era un ruolo non grande, accanto a giovani attori meravigliosi. Tortorici con Diciannove aveva già dimostrato la capacità di lavorare con i ragazzi. E Locarno è un inno alla libertà artistica, un festival per il pubblico. E io sono stata pubblico prima ancora di fare questo mestiere: fin da piccola guardavo tre film al giorno".
Chi è questa madre?
"All’inizio la vediamo come una signora dell’alta società. Poi ne percepiamo il malessere e la frustrazione dietro l’apparente perbenismo di una famiglia in declino. È piena di amarezza e una rabbia senza via d’uscita: arriva con il coltello in mano, ma non fa paura a nessuno perché non avrà mai il coraggio di cambiare nulla. Urla per compensare questa impotenza. Ama suo figlio, ma tra loro c’è una relazione fatta di tensione e umiliazione reciproca, a volte persino semicomica. Giovanni racconta una società nella quale gli adulti non riescono più a dialogare con i ragazzi".
Lei ha attraversato mondi e classi sociali molto diversi. Donne come questa ne ha incontrate?
"Nel mio lavoro il capitale umano è la cosa più interessante. Questa donna è lontana dalla madre che sono io, ma posso capire chi resta imprigionato in un ruolo sociale e in una frustrazione dalla quale non riesce a uscire".
Ha scelto spesso ruoli molto coraggiosi. Guardando indietro, ce n’è qualcuno che oggi non accetterebbe più?
"Quando hai figli ti poni molti problemi e anche la scelta dei personaggi cambia. Un film come Irréversible oggi sarebbe complicato, e non solo perché non ho più l’età per quel ruolo. Da giovani si possiede una libertà diversa. Continuo a fare film forti — Histoires de la nuit, girato con Léa Mysius e presentato a Cannes, è un thriller violento e di grande tensione — ma ora sto un po’ più attenta".
Durante quelle scene terribili si sentiva protetta?
"Sì. Provavamo tutto: come mi muovevo, come mi giravo, che cosa facevo. Non c’era il rischio che potessi farmi male e quindi ero tranquilla, pur con l’adrenalina delle scene. Indossavo un vestitino molto carino e ne avevamo fatti preparare molti, pensando che si sarebbero distrutti. Alla fine dissi: 'Tenetemelo da parte, è così bello che poi lo metto'. Finito il film me lo diedero. Non sono mai riuscita a indossarlo. Mai".
Se a Deva proponessero oggi un ruolo estremo come quello di “Irréversible”, che cosa le direbbe?
"La lascerei libera. Ha quasi ventidue anni e fa le proprie scelte. Certo, parliamo e abbiamo un bello scambio, ma lei ha una personalità precisa, un suo modo di raccontarsi e di scegliere artisticamente. Poi segue la propria strada. Ed è questo che mi piace".
Lei chi era a sedici anni, l’età dei ragazzi di Ketticè?
"Una liceale che ogni tanto già lavorava. A sedici anni sparivo per quindici giorni: Firenze, Milano, Parigi. Poi tornavo a scuola. I professori storcevano il naso, però mi facevano rientrare. Mi piaceva quel contrasto tra l’andare via dalla provincia per vivere qualcosa di completamente diverso e il tornare indietro. Non ero ancora pronta ad andarmene".
È ancora legata a Città di Castello?
"Moltissimo. Torno in Umbria e può capitarmi di rivedere le persone con cui sono andata a scuola. Sono legatissima anche a Roma e alle mie amiche romane. Sono sempre rimasta profondamente legata all’Italia, come le mie figlie".
La donna di Ketticè non trova il coraggio di cambiare. Lei la vita l’ha cambiata continuamente. Da dove viene quel coraggio?
"Dalla curiosità e dalla fortuna di avere avuto delle opportunità, perché per scegliere bisogna averne la possibilità. Ho sempre avuto voglia di viaggiare, cambiare città, lavorare con registi e culture differenti, pur rimanendo ancorata all’Italia. Ho solo il passaporto italiano".
Ha parlato di opportunità. “L’appartamento” compie trent’anni: fu il film che cambiò la direzione della sua vita?
"Ci sono film chiave. L’appartamento creò una catena: vinse il British Academy Award e da lì arrivarono Malèna, Irréversible, Matrix, La passione di Cristo. Un anello dietro l’altro, professionalmente. Sul piano umano, chiaramente, la cosa più importante sono state le mie figlie. Ma quello fu un inizio fondamentale".
Ha vissuto storie d’amore molto esposte. Lei e Tim Burton siete riusciti persino a separarvi senza finire nel tritacarne mediatico. Come ci siete riusciti?
"Nell’amicizia come in amore ci sono strade che si incontrano e restano unite per tantissimo tempo, magari per sempre. Altre fanno un tratto insieme e poi ciascuno riprende il proprio cammino. È la vita. L’importante è uscire arricchiti dal tempo trascorso insieme, perché attraverso le relazioni impariamo sempre qualcosa su noi stessi e sugli altri".
Rispetto a quando ha cominciato, le donne hanno conquistato una maggiore libertà di parlare e di scegliere?
"Certo. Oggi se ne parla e c’è la libertà di raccontare ciò che accade. Le donne stanno conquistando uno spazio importante, anche se la vera uguaglianza sociale è ancora lontana".
Eppure quest’anno a Venezia c’è una sola regista in concorso. Come legge questa assenza?
"Ormai lavoro con moltissime donne, autrici e registe meravigliose. Ho appena finito il film di Maria Sole Tognazzi, ho lavorato con Rebecca Miller. I film bisogna vederli, non possiamo giudicarli prima. Però certo, una mancanza di donne fa tristezza".
Guardando indietro, riconosce un filo comune nelle donne che ha interpretato?
"Quando rivedo Malèna, Irréversible o La passione di Cristo, penso di avere interpretato donne la cui femminilità ha conosciuto la violenza. Una cosa che nella mia vita, per fortuna, non ho vissuto".
Eppure quella violenza continua a entrare nella vita di moltissime donne. Davanti ai femminicidi di oggi, che cosa non abbiamo ancora capito?
"Forse servirebbe più educazione civica. Accanto a matematica e storia bisognerebbe insegnare l’empatia, in famiglia e a scuola. Dove non c’è empatia c’è un mondo che fa paura. L’evoluzione tecnologica avanza a passi incredibili, mentre umanamente siamo ancora all’età della pietra. È questo divario, insieme alla mancanza di educazione sociale, a permettere che certe cose accadano".