Woody Allen, Madrid finanzia il suo nuovo film ma detta le condizioni su titolo e set
di Alberto CrespiIl prossimo film di Woody Allen sarà girato a Madrid. Per il momento non si conoscono né titolo (è indicato come WASP 2026, che sta per “Woody Allen Spring Project 2026”) né trama né interpreti. Sono invece note, con insolita dovizia di particolari, le condizioni produttive: le spiega un ricco articolo di Variety scritto a sei mani da John Hopewell, Elsa Keslassy e Nick Vivarelli, quest’ultimo corrispondente della rivista dall’Italia. Ve le riassumiamo.
Le riprese inizieranno il 5 ottobre prossimo. Gran parte del budget sarà finanziato da denaro pubblico: 3 milioni di euro dal governo regionale di Madrid e dalla municipalità della capitale spagnola, circa 4 milioni dal tax credit spagnolo e dall’Icaa, sigla che significa “Instituto de la C…
Il prossimo film di Woody Allen sarà girato a Madrid. Per il momento non si conoscono né titolo (è indicato come WASP 2026, che sta per “Woody Allen Spring Project 2026”) né trama né interpreti. Sono invece note, con insolita dovizia di particolari, le condizioni produttive: le spiega un ricco articolo di Variety scritto a sei mani da John Hopewell, Elsa Keslassy e Nick Vivarelli, quest’ultimo corrispondente della rivista dall’Italia. Ve le riassumiamo.
Le riprese inizieranno il 5 ottobre prossimo. Gran parte del budget sarà finanziato da denaro pubblico: 3 milioni di euro dal governo regionale di Madrid e dalla municipalità della capitale spagnola, circa 4 milioni dal tax credit spagnolo e dall’Icaa, sigla che significa “Instituto de la Cinematografía y de las Artes Audiovisuales” e altri non è che il ministero della Cultura spagnolo; un altro milione circa da prevendite tv già avvenute. In cambio di questo robusto sostegno ispanico Allen dovrà garantire alcune cose: la parola “Madrid” dovrà essere nel titolo, come già avvenuto per altri suo film come Vicky Cristina Barcelona, Midnight in Paris e To Rome with Love (non per Un colpo di fortuna, girato a Parigi); almeno il 15% delle riprese dovrà essere in esterni, per “valorizzare tutti gli aspetti culturali, architettonici e storici della città di Madrid” (le virgolette sono d’obbligo: è una dichiarazione ufficiale della municipalità madrilena). Il finanziamento è inoltre subordinato alla selezione del film in un festival internazionale: cosa in teoria non scontata, visto che i festival selezionano film finiti, ma evidentemente Allen ha già ricevuto garanzie in proposito da almeno uno dei tre festival europei principali (Cannes, Berlino, Venezia: francamente difficile che sia Cannes, dove Allen non va dal 2016 e dove sono ipersensibili alle tematiche del MeToo alle quali il regista è, ahinoi, irrimediabilmente collegato).
L’Europa come unica via
Variety definisce tali condizioni “sorprendenti” per quanto sono esplicite, “per un regista che ha sempre reclamato una totale libertà creativa”. In realtà non c’è davvero nulla di sorprendente. Ricordiamo come fosse oggi la conferenza stampa di Vicky Cristina Barcelona quando il film fu presentato a Cannes nel 2008. In quell’occasione, alla domanda sul perché avesse voluto celebrare Barcellona in quel modo, Allen rispose serenamente: “Potrei prendere una delle mie vecchie sceneggiature e trasportarla in qualunque città al mondo che mi desse i mezzi per realizzarla e un bell’albergo in cui abitare durante le riprese”. Chiamatelo cinismo, o duttilità, o forse addirittura sopravvivenza: dietro questi viaggi europei di Woody Allen c’è un dato amaro e incontrovertibile, l’impossibilità di lavorare negli Stati Uniti. È triste dirlo, ma fuori da Manhattan Woody Allen è persona non grata nel suo Paese. E a 91 anni non vuole né può permettersi di non lavorare: le grane non finiscono mai, la famiglia è numerosa e abituata bene, gli avvocati costano.
La parabola produttiva
Dal punto di vista “logistico” la carriera di Woody Allen ha conosciuto tre fasi ben distinte. Per tutto il XX secolo i suoi film erano quasi sempre ambientati a New York e andavano ai festival rigorosamente fuori concorso, senza che Allen li accompagnasse. Era una forma di onnipotenza che nasceva sull’onda lunga degli Oscar per Io e Annie e si basava su un concetto produttivo elementare: incassi mai straordinari, ma sempre più che sufficienti (grazie soprattutto all’Europa) per coprire budget sempre contenuti. Allen era nato come cineasta all’interno di un periodo storico fortunato: la New Hollywood degli anni 70, lo strapotere degli attori, il grande cinema indipendente. Morta la Orion (la casa che ha prodotto i suoi film più famosi) Allen cominciò a fine secolo scorso a incontrare sempre maggiori difficoltà produttive, fino alla firma di un contratto con la Dreamworks fondata, tra gli altri, da Steven Spielberg.
Guarda caso, dal 2000 in poi Allen cominciò a farsi vedere ai festival, tenendo conferenze stampa per la gioia di noi cronisti… e per il supplizio suo, perché tali incontri pubblici lo vedevano allegro e raggiante come fosse a un funerale. Venuta meno anche la Dreamworks, e riesplosa la querelle con Mia Farrow sull’onda appunto del MeToo, Allen è stato costretto a trasformarsi in una sorta di cartolina ambulante. Le sue peregrinazioni europee hanno prodotto anche un paio di film all’altezza del passato, soprattutto in Inghilterra e in Francia (Match Point a Londra e Midnight in Paris a Parigi sono i suoi due migliori film del XXI secolo), ma anche episodi imbarazzanti come To Rome with Love, forse il suo film peggiore. Vedremo come andrà a Madrid. Anche il cast è ancora segreto: circolano voci su Penelope Cruz e Javier Bardem, che lavorarono con lui nel film barcellonese, ma Variety le smentisce. Visto che si tratta di uno “spring project” (progetto primaverile, ovvero pronto per la primavera dell’anno prossimo), l’ipotesi di vederlo a Venezia nel 2027 è tutt’altro che peregrina.