Saperla lunga e saperla raccontare. Woody Allen – novant’anni oggi – entra ed esce dalla vita personale e professionale di molti di noi come una stagione che torna. È refrattario a ogni festeggiamento, una decade fa ce lo ribadì personalmente. È stato compagno di viaggio nelle metro fredde degli studenti universitari, tratte infinite, il citarsi addosso e il saperla lunga, la curiosità dei passeggeri verso le risate fino alle lacrime che i libri suscitano anche all’ennesima lettura (“e il leone e l’agnello giaceranno insieme, ma l’agnello dormirà ben poco”).
Poi è arrivata la stagione professionale: Cannes, Parigi, New York, Roma. Tante stanze d’albergo, le sue camicie a scacchi, lo sguardo vitreo, la stretta di mano timida, la voce bassa, le apparizioni di una Soon-Yi sempre pronta per lo shopping. Ogni volta il regista è leggermente spostato dal tempo: più fragile, più asciutto, più fedele a sé stesso.C’è ovviamente un prima e un dopo il processo, giuridico e mediatico, uno vinto e l’altro perso: le accuse, l’allontanamento, i set negati. E arriverà un tempo in cui potremo tornare a parlare di quei film e di quelle battute geniali senza sentirci eticamente dilaniati. Quella morte bergmaniana con la falce nera che lo accompagna da tutta la vita è il convitato di pietra, evocato ed esorcizzato dall’ironia.
Riguardando vent’anni di interviste, è evidente che Woody non ha mai avuto bisogno di essere interpretato: si è sempre raccontato da solo. Il suo ritratto possibile è un diario di conversazioni sparse, ricucite nel tempo attraverso le sue stesse parole.
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“Mio padre mi portava a Manhattan durante la guerra. Prendevamo la metropolitana, salivamo in superficie ed eravamo a Times Square. Era straordinario: sale cinematografiche una accanto all’altra, luci, soldati, donne eleganti, gente che faceva trucchi di magia per strada… Io ero già perduto”. È così che nasce tutto: un bambino di Brooklyn che scopre il cinema come una forma di ipnosi, un rifugio. E poi la scrittura: “A dodici anni i miei amici mi dissero: perché non mandi le tue battute ai giornali? Le pubblicavano tutte. Mi pagavano 200 dollari per una battuta. Ero giovanissimo e guadagnavo più di mio padre”.
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New York, in questi anni di conversazioni, è sempre il primo personaggio del suo discorso. “Sono un fan delle grandi città. Ma le mie non sono realistiche: sono filtrate nella mia mente in modo idealistico. Ho sempre voluto mostrare Manhattan come la vedo io, non com’è davvero. Con i tappi di champagne che saltano e i baci sotto la pioggia”. Oggi la vede cambiare: “Mi dispiace che sia sparita la classe media. Manhattan è divisa tra ricconi e chi lotta. Ma io continuo a viverla. Origlio conversazioni ovunque: ascensore, ristorante, bar… Le vite degli altri sono irresistibili”.
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A volte è da una frase carpita a un vicino di tavolo o di sedile che nasce un film, ad esempio Irrational Man (ma anche Blue Jasmine): “Una mattina ascoltai una donna in un ristorante di Manhattan. Era distrutta dal divorzio. Raccontava che il giudice aveva parteggiato per il marito togliendole persino la casa. Era piena di dolore e senso di impotenza. Tre mesi dopo ci ho ripensato e ho scritto Irrational Man”. L’ascolto spionistico è un’abitudine: “Lo faccio sempre, vieni a scoprire spaccati di vita straordinari e terribili. A volte qualcuno si accorge che mi sto impicciando… fa cenno al compagno, si zittiscono. Altri, nella foga, continuano. Le vite degli altri mi appassionano”.
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Il suo sguardo filosofico è rimasto identico negli anni. “La mia prima moglie, Arlene Rosen, studiava filosofia all’università, riempiva la casa di tomi. Ne ho letti a centinaia. La maggior parte erano scritti in modo noioso. Tranne gli esistenzialisti francesi, che adoravo: passionali, scenografici. Si battevano contro il nazismo, erano provocatori, eroici, pronti all’azione. Mi piacevano davvero e avrebbero conquistato qualunque donna. Il mio idolo era Jean-Paul Sartre”. Il Woody-pensiero: “La vita non ha senso nemmeno se sei stato Leonardo o Beethoven. Tutto svanirà col collasso dell’universo. Dunque, io cosa posso fare? Distrarmi. E distrarre gli altri”.
Racconta le sue notti insonni come un rito: “Quando mi sveglio alle tre guardo il soffitto e realizzo la tragedia della vita. Allora mi alzo e faccio giochi di prestigio. Mi salva. Funziona da quando ero ragazzino”. L’umorismo, per lui, non è mai stato un’illuminazione ma una stampella: “Se non avessi il cinema starei nella mia casa di New York pieno di pensieri tristi. Una battuta ti salva per qualche ora. Non di più”.
La magia, sua grandissima passione, è un’altra forma di difesa. Del resto “un regista è un illusionista: convince il pubblico e poi lo sorprende”. E poi c’è l’amore: “La magia della vita è l’amore. Incontri qualcuno e una piccola magia ti attraversa. Ma lo so che è un’oasi nel deserto della tragedia”.
Quando parla di politica, cambiano gli anni e gli interlocutori ma resta lucido e disincantato. Su Hillary Clinton: “È super intelligente e ha tutte le capacità. Avrebbe potuto esserci anche cento anni fa una presidente donna”. Su Obama: “È stato ostacolato selvaggiamente. Lo rimpiangeranno molto”. Sulla destra americana: “La razza umana è retriva. Qualcuno da odiare lo trova sempre”.
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E poi il capitolo che ha rimodellato la sua vita pubblica. Le accuse di molestie negli anni Novanta, l’indagine del Connecticut chiusa senza incriminazione, il rapporto dello Yale-New Haven Hospital sul racconto non coerente, la battaglia legale con Mia Farrow. Una storia che ritorna con forza nel tempo del #MeToo. Attori che lo avevano cercato, celebrato, ringraziato si dissociano: Timothée Chalamet devolve il cachet, Rebecca Hall lo segue, Greta Gerwig prende le distanze, Cate Blanchett dichiara di credere alla vittima, Selena Gomez dà in beneficenza il compenso; Michael Caine dice che non lavorerà più con lui. Quando glielo chiedo, allarga le braccia: “Che posso dire? Io mi sono divertito molto a girare con loro. Sono liberi di non farlo più. Ma non credo che accadrà. E comunque non serbo rancore”.
Amazon blocca la distribuzione di un film e annulla la serie. Nasce una causa milionaria. “Ho vissuto uno dei processi mediatici più feroci di sempre. Ma non sono mai stato incriminato per nulla. Ho sempre negato. Il problema è che nel nostro tempo la narrazione sostituisce l’evidenza”. E poi, quasi in un soffio: “È una storia dolorosa. Per tutti. Io ho continuato a fare film. Era l’unica cosa che potevo fare”.
Quando non era ancora esploso lo scandalo, tutti gli avevamo parlato delle sue storie che spesso comprendono il delitto, a volte il castigo, e quindi di come lui conviva con i suoi peccati e i suoi errori: “Non guardo mai al passato, lo seppellisco. Il set è un momento di condivisione, incontro donne meravigliose come Cate Blanchett ed Emma Stone. A film finito archivio tutto. Nell’appartamento a Manhattan non ci sono foto mie con Scarlett Johansson, Diane Keaton. Nessun ricordo, guardo avanti”.
In realtà l'amicizia e i ricordi con Diane Keaton l’hanno accompagnato per tutta la vit, tanto da averle scritto una lettera struggente quando è scomparsa, l’11 ottobre scorso, a 79 anni. Degli anni in cui stavano insieme diece che faceva i film “per una sola persona: Diane Keaton. Non ho mai letto una singola recensione del mio lavoro e mi importava solo di quello che Keaton aveva da dire”. Fu colpi di fulmine, nel ‘69, ai provini di Provaci ancora, Sam a teatro “lei entrò, fece la sua lettura per noi e fece perdere la testa a tutti” e dopo il primo appuntamento “ci si può innamorare così rapidamente?”.Del suo stile scrive che “metteva insieme vestiti in un modo che sfidava la logica ma che funzionava sempre”. Lei del resto lo ha sempre sostenuto dopo le accuse di abusi, “è mio amico e io gli credo”.
Così l’Europa diventa un riparo: Spagna, Italia, Francia, Inghilterra. “Ormai amo l’Europa. Il mio prossimo film lo giro a Parigi” (poi lo ha fatto). Con Vittorio Storaro nasce un’intesa rara: “Lo amo. Il direttore della fotografia è il rapporto più importante del film: Storaro è un genio”.
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Nelle conversazioni più recenti c’è un Woody più lento, più essenziale, ma intatto. “Mi concentro sui film per non pensare. Potrei crollare stecchito ora davanti a lei e nessuno sarebbe sorpreso: ho 83 anni”. Poi sorride appena: “Faccio del mio meglio. Sono fortunato: per cinquant’anni il pubblico si è quasi sempre divertito”.E quando guarda indietro: “Non ho avuto una vita eccitante. Ho avuto una vita da classe media: sveglia, scrittura, clarinetto, passeggiata, baseball. Ma sono stato molto fortunato. Infinitamente più di quanto meritassi”.
Confessa: “Mi sento pieno di energia. Ma poi ci sono quei momenti in cui mi sveglio alle tre di notte e resto con gli occhi sbarrati a guardare il soffitto. Non ci sono più distrazioni, alibi. Realizzo la tragedia della vita”. In quei momenti “mi alzo e mi esercito con i giochi di prestigio. Lo facevo da ragazzino, funziona ancora”.Nessuno ha saputo trasformare la propria carriera in un’autobiografia così continua. Una vita intera trascorsa a costruire piccole magie contro il buio. “Il cinema è una magnifica fuga. Per chi lo fa e per chi lo guarda”.