Tom Cruise aspettava Alejandro González Iñárritu da venticinque anni, da quando nel 2000 aveva visto Amores perros. Il regista messicano, da parte sua, Digger lo aveva in testa da nove. L’incontro tra la star che da quarant’anni difende l’idea più spettacolare del cinema americano e l’autore da cinque Oscar di Birdman e Revenant – Redivivo arriva con un film smisurato come entrambi: commedia nera, film catastrofico, satira politica ed ecologista.
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Digger, dal primo ottobre al cinema con Warner Bros., ha alti e bassi, diverte, a tratti sorprende e a tratti sottolinea troppo. Di certo si prepara a colonizzare le discussioni cinefile delle prossime settimane.
"Digger", Tom Cruise (con il riporto) invecchia per Iñárritu - trailer
Tom Cruise è una conferma. Pancia, guance a…
Tom Cruise aspettava Alejandro González Iñárritu da venticinque anni, da quando nel 2000 aveva visto Amores perros. Il regista messicano, da parte sua, Digger lo aveva in testa da nove. L’incontro tra la star che da quarant’anni difende l’idea più spettacolare del cinema americano e l’autore da cinque Oscar di Birdman e Revenant – Redivivo arriva con un film smisurato come entrambi: commedia nera, film catastrofico, satira politica ed ecologista.
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Digger, dal primo ottobre al cinema con Warner Bros., ha alti e bassi, diverte, a tratti sorprende e a tratti sottolinea troppo. Di certo si prepara a colonizzare le discussioni cinefile delle prossime settimane.
"Digger", Tom Cruise (con il riporto) invecchia per Iñárritu - trailer
Tom Cruise è una conferma. Pancia, guance appesantite, capelli bianchi e radi, Stetson, accento texano. A 64 anni l’uomo che in Mission: Impossible corre, vola e si aggrappa agli aerei diventa Digger Rockwell, petroliere miliardario, sbruffone, volgare, istrionico, convinto di avere sempre ragione. Lo incontriamo al risveglio nella sua enorme casa rivestita di legno, tra corna di animali, trofei di caccia, pelli d’orso polare. Nel letto con lui c’è la sua vecchissima gatta bianca, malandata e incontinente, che Digger si ostina a tenere in vita e che secondo il veterinario avrebbe l’equivalente di trecento anni umani. Fuori dalla finestra il paesaggio è così perfetto da sembrare il diorama di un museo di storia naturale. Dentro, un orologio a pendolo scandisce il tempo. E Digger conserva come una reliquia la vecchia pala con cui il nonno, poverissimo, cominciò un secolo prima a scavare il Texas alla ricerca dell’oro nero. Del resto "digger" significa proprio "scavatore".
Il passato per lui non deve morire. Si aggrappa alla gatta quasi fosse una Rosabella vivente da Quarto potere, conserva la pala del nonno come uno scettro, difende un mondo fondato sul petrolio mentre quel mondo inizia a spaccarsi, letteralmente, sotto i suoi piedi. Le telefonate arrivano dalla gigantesca piattaforma petrolifera della sua compagnia in Groenlandia. C’è una crepa nel ghiaccio. Dal fondale fuoriesce metano. Gli scienziati chiedono prudenza, lui risponde con metafore da baseball e ordina di aumentare la produzione: un milione di barili al giorno. Poi il ghiaccio si spacca davvero. Una massa gigantesca si stacca dalla Groenlandia e comincia a muoversi verso l’Europa. Se raggiungerà la costa provocherà un’onda di proporzioni catastrofiche.
L’idea del film nasce da qualcosa che Iñárritu aveva visto con i propri occhi. Alla fine delle riprese di Revenant – Redivivo la troupe arrivò in luoghi dove avrebbe dovuto trovare neve e trovò acqua. Un solo grado poteva trasformare completamente un paesaggio. Il regista cominciò a lavorare con la scrittrice messicana Sabina Berman, osservando lo scioglimento dell’Artico e soprattutto il paradosso delle compagnie petrolifere che vedevano nell’apertura dei ghiacci nuove rotte commerciali e possibilità di estrazione: "Pensai: che follia". La crisi diventava un’occasione d’affari. Da lì nasce un uomo capace di ricevere tutti i segnali della realtà e continuare a negarli. "Per quanto spingessimo avanti l’immaginazione, la realtà correva più veloce", racconta Iñárritu. A un certo punto ebbe la sensazione di stare girando "un documentario del futuro".
Quando il futuro arriva, in Digger, ha la forma della farsa. Il presidente degli Stati Uniti Compson, un John Goodman smunto, malato, irascibile, deve decidere come evitare la catastrofe. Intorno a lui militari, politici, il vicepresidente (Michael Stuhlbarg) e uomini che sembrano avere contribuito al problema almeno quanto quelli chiamati a risolverlo. Digger entra nella stanza e finisce per comportarsi come se il presidente fosse lui. Qualcuno in una scena lo definisce "un villain, un arci-cattivo perfetto". Cruise costruisce Digger proprio così, larger than life, un uomo che ha trasformato il potere in una rappresentazione permanente di sé.
Dicevamo Cruise una conferma, perché l’aspetto fisico sfatto di questo petroliere il divo l’aveva assaggiato in Tropic Thunder: allora era Les Grossman, produttore hollywoodiano calvo, panciuto, volgare e furibondo, con enormi mani pelose e un balletto finale diventato un momento culto. Digger porta quella vocazione al grottesco su un’altra scala: "Non avevo mai letto un personaggio così, tanto meno avevo avuto il privilegio di interpretarne uno", racconta Cruise. Per costruirlo è partito dalla voce, prima ancora di pancia, protesti, capelli radi, “bisogna trovare un accento che permetta di trasmettere l’umorismo, il dramma e il ritmo".
Il riferimento cinematografico più evidente è però Il dottor Stranamore. La fine del mondo affidata a uomini incapaci di uscire dalle logiche che l’hanno provocata, la politica ridotta a teatro dell’assurdo, il potere maschile che si gonfia – nella stanza dei bottoni non c’è neanche una donna - mentre tutto intorno crolla. Persino il cappello da cowboy di Cruise richiama quello indossato da Slim Pickens nei panni del maggiore Kong, che nel finale del capolavoro di Stanley Kubrick cavalcava la bomba atomica verso terra. Ma il richiamo passa anche attraverso i corpi: la stanza dei bottoni di Digger è popolata da uomini potenti e insieme fragili, vecchi, malati, erosi, mentre continuano a decidere come se il destino del pianeta passasse attraverso il proprio corpo. Il presidente Compson è gravemente malato, Digger porta addosso l’età e il peso, la sua gatta viene artificialmente trattenuta in vita. Iñárritu non ha sempre la precisione feroce di Kubrick. Digger è più sguaiato, rumoroso, compiaciuto della propria assurdità.
Il film urla molto e spiega assai. Il cast è leggendario: Sandra Hüller è Emma, la sorellastra manager ecologista di Digger, Jesse Plemons un misterioso finanziatore, Michael Stuhlbarg il vicepresidente Eddie. Riz Ahmed è Ganesh, lo scienziato terrorizzato che avverte inutilmente Digger dell’imminente disastro.
A circa mezz’ora dall’inizio accade qualcosa che cambia del tutto il film. Iñárritu apre un altro livello e mette in discussione anche ciò che abbiamo appena visto. Di più non si può dire.
Anche stavolta la scena culto è un quasi balletto sincronizzato, tra Cruise e la macchina da presa: Digger entra un parlamento-tribunale internazionale stilizzato, una folla di delegati spenti, polverosi, esanimi pronta a renderlo il grande colpevole, ma lui – per dieci minuti - si difende, difende il petrolio, "il latte materno della Terra". Ribalta l’accusa: lo detestate, dice in sostanza, ma siete davvero pronti a vivere senza? Non solo senza automobili, ma senza ospedali, riscaldamenti, le migliaia di oggetti, servizi, trasporti e comodità che dipendono ancora dai combustibili fossili?
"Il mondo è diventato binario: destra o sinistra, buono o cattivo, zero o uno. I politici lo sfruttano, gli algoritmi lo perfezionano. La realtà resta ambigua", spiega Iñárritu. Per lui Digger doveva avere allo stesso tempo torto e ragione, "quella scena è stata come un regalo che ci siamo guadagnati lavorando".
Il direttore della fotografia Emmanuel Lubezki, tre Oscar per Gravity, Birdman e Revenant, gira Digger in VistaVision e spesso dal basso, avvicinandosi ai volti fino a deformarli. Gli uomini sembrano enormi, le stanze troppo grandi, gli spazi istituzionali irreali. La casa di Digger, la piattaforma in mezzo al ghiaccio, l’assemblea mondiale, il paesaggio artico hanno qualcosa di concreto eppure artificiale. È un mondo già leggermente fuori asse prima ancora che inizi la fine e, nella fine, l’assurdità di uomini potentissimi che non sanno cosa fare mentre un pezzo di Artico viaggia verso l’Europa: "È un film sulla natura umana e sugli impulsi emotivi che sono più forti di quelli razionali – conclude Iñárritu- è un film catastrofico, ma la catastrofe siamo noi, ma il disastro siamo noi". Cruise lascia allo spettatore il resto, "uscirà dalla sala con il proprio punto di vista, è la bellezza del cinema". Ha una sola parola per definire il suo Digger: "Oltraggioso".