“Dentro di me ci sono più persone: un poliziotto, un tiranno, tante figure che si aggirano”. Valeria Bruni Tedeschi le conosce dall’infanzia. Ora una di quelle presenze attraversa L’estranea, il film di Paolo Strippoli che arriva in sala l’8 ottobre con 01 ed è stato scelto per rappresentare l’Italia agli Oscar.
Il primo pensiero quando ha saputo della candidatura?
“Ho pensato subito a Paolo. Trovo bello e giusto che un ragazzo così giovane, che lavora tantissimo, riceva questo incoraggiamento. Il cinema è un mestiere difficile. Ci sono momenti di scoraggiamento: film che saltano all’ultimo momento, progetti che non si fanno, soldi che non si trovano, persone che non capiscono. Un riconoscimento così è un momento bello della vita. Non so come andrà, c’è ancora molta strada da fare, ma sono molto contenta soprattutto per lui”.
Che cosa può far amare questo film a un pubblico non italiano, dall’Academy alla Francia?
“Penso che sia un film universale. Si può chiamare film dell’orrore, ma…
“Dentro di me ci sono più persone: un poliziotto, un tiranno, tante figure che si aggirano”. Valeria Bruni Tedeschi le conosce dall’infanzia. Ora una di quelle presenze attraversa L’estranea, il film di Paolo Strippoli che arriva in sala l’8 ottobre con 01 ed è stato scelto per rappresentare l’Italia agli Oscar.
Il primo pensiero quando ha saputo della candidatura?
“Ho pensato subito a Paolo. Trovo bello e giusto che un ragazzo così giovane, che lavora tantissimo, riceva questo incoraggiamento. Il cinema è un mestiere difficile. Ci sono momenti di scoraggiamento: film che saltano all’ultimo momento, progetti che non si fanno, soldi che non si trovano, persone che non capiscono. Un riconoscimento così è un momento bello della vita. Non so come andrà, c’è ancora molta strada da fare, ma sono molto contenta soprattutto per lui”.
Che cosa può far amare questo film a un pubblico non italiano, dall’Academy alla Francia?
“Penso che sia un film universale. Si può chiamare film dell’orrore, ma secondo me va oltre: parla della famiglia borghese, dell’angoscia dell’essere umano, delle catastrofi, di ciò che può accadere alle persone a cui vogliamo bene e del senso di colpa. Inoltre, è un film molto efficace, con una tensione fortissima, ed è fatto molto bene. Quando raccontavo la storia ai miei figli, aspettavano che continuassi. Ho sentito la modernità del film e penso che sarà amato molto dai giovani”.
Strippoli rivendica lo sguardo della sua generazione. Che cosa ne riconosce nel film, anche attraverso i suoi figli?
“C’è un ritmo che appartiene a loro e non a me: è molto serrato, teso, non ci si rilassa mai. Credo abbia a che fare con il ritmo della società di oggi. Anche il rapporto tra la figlia e la madre mi fa pensare a ciò che succede oggi tra figli e genitori, al fatto che a volte i genitori desiderano per i figli qualcosa che i figli non vogliono. Finiscono per negare il loro vero desiderio. È un tema che mi è molto familiare”.
Le è familiare da madre o da figlia?
“Da madre. Ai miei tempi mi sembrava che i genitori mi ascoltassero e aderissero ai miei desideri. Oggi mi sembra che noi genitori vogliamo per i figli cose diverse da quelle che desiderano davvero. C’è anche il bisogno di conformarsi a un’estetica, mentre i figli e le persone sono quello che sono. Penso al padre che non sopporta che il figlio ingrassi. C’è la paura di ciò che la società vedrà nei nostri figli. È terribile”.
Ha sempre detto che Hollywood non l’ha mai interessata e che preferisce raccontare il suo piccolo mondo. Ora quel mondo va in America: lo accompagnerà?
“Adesso Hollywood mi interessa all’improvviso. Ho cambiato idea. Se arrivano proposte sono pronta, imparerò l’inglese perfettamente, lo sto studiando. Sì, ci andrò, anzi andrò con i miei figli. Se saremo selezionati, andremo tutti e tre”.
Quale delle paure evocate dal film la riguarda di più?
“La paura delle catastrofi che potrebbero accadere alle persone che amo”.
Ha definito “L’estranea” una vecchia amica che vive dentro di lei. Il film l’ha risvegliata?
“No, è sempre qui, non si è mai addormentata, purtroppo. Da quando avevo due o tre anni, forse anche prima, c’è questa parte di me che mi fa scegliere, mi costringe ad affrontare dilemmi, mi spaventa e poi mi rassicura. È una specie di tiranna, abbastanza femminile. Persino quando prego, mi chiedo per chi pregare per primo e temo di fare del male a chi non scelgo. Tutto è sotto la dittatura di questa persona. Ho pensato che sia meglio essere amica delle persone un po’ tiranniche, così si addolciscono. Quando mi è stato proposto il film, ho chiesto a questa parte di me se volesse farlo. Ha detto di sì. In realtà non l’ho fatto io, l’ha fatto lei”.
Nella vita teme di perdere il controllo, sul set cerca di perderlo. Che rapporto ha con ciò che non può controllare?
“Penso che la saggezza consista nello smettere di credere che possiamo controllare qualcosa”.
Ha messo spesso i ragazzi al centro dei suoi film. Capisce la rabbia degli studenti francesi?
“Certo che lo capisco. La situazione nei licei di periferia, nei luoghi più poveri, è terribile. Nei licei pubblici francesi non c’è democrazia. È come se un ospedale di città fosse migliore di uno di periferia. L’istruzione permette di accedere anche socialmente a qualcosa di bello e dignitoso. Se non si può studiare, non si può accedere alla dignità. Questa rivolta va accolta, non respinta né messa a tacere. È vitale. Non capisco perché ci siano ancora differenze e disuguaglianze così forti tra le scuole. Oggi il governo francese ha l’occasione di reagire e cambiare le cose”.
È ottimista?
“Non tanto, devo dire la verità. Penso che le battaglie bisogna farle e delle volte si arriva a delle piccole vittorie. Se i politici si muovono un po’ è sempre meglio che niente. Ma le disuguaglianze sono ancora molto, molto forti”.
Per la sua generazione una passione poteva diventare un mestiere, perfino una vita. Oggi i ragazzi hanno ancora questa possibilità?
“Sì, penso di sì. Non tutti hanno questa possibilità, però esiste. È al liceo, a scuola, che si scopre quale potrebbe essere la nostra passione. Soprattutto con dei bravi professori, con qualcosa che impariamo e che ci eccita. È lì che inizia il gusto della passione. Questo è essenziale, perché la passione va contro la droga, va verso qualcosa di bello, di sano e di dignitoso, che ci dà anche voglia semplicemente di svegliarci la mattina. C’è ancora questa possibilità, ma bisogna darla ai giovani”.
Teme una politica che soffochi la cultura, ma ha detto anche che l’ideologia può uccidere l’arte.
“È un po’ la stessa cosa. Una politica che soffoca la cultura è una politica con un’ideologia forte e sbagliata, in cui è l’ideologia a decidere quali artisti potranno esprimersi. L’arte deve essere libera e la politica non può decidere quale artista si può esprimere o meno. Penso che debba essere libera per una questione di sopravvivenza. L’essere umano ha bisogno di un’arte libera”.
Da regista e attrice, che cosa può raccontare oggi una donna che venti o trent’anni fa era più difficile raccontare?
“Penso che oggi si possa raccontare di meno. Siamo molto più censurati e molto meno liberi di venti o trent’anni fa. Sento una grande censura nell’arte. Ci sono cose che non si osano dire, che non si osano fare. Trovo che ci siano molta più inibizione, molta più censura e molta più dittatura da parte delle ideologie”.
Ci sono società che chiedono a giovani attori di vendere la propria voce per addestrare l’intelligenza artificiale. Che ne pensa?
“Sono spaventata. Penso che si debba fare tutto quello che si può per contenerla, per arginarla, per analizzarla, per capire come fare perché non uccida l’arte, non uccida l’essere umano. Capisco un attore che non ha lavoro, che può vendere la propria voce e guadagnarsi da vivere facendo questa cosa. Ma per me è un pericolo imminente, molto grave”.
Il film che prepara non è più tratto da Alice Munro. E il materiale che ha girato su don Ciotti che ruolo avrà?
“No, è una storia totalmente originale. Quello su don Ciotti è materiale che ho girato per scrivere il mio film di finzione, non è un film ancora montato. Per adesso è congelato. Avevo voglia di girare a Torino, e raccontare il mondo di questa comunità. Mi sono ispirata a una delle comunità di don Ciotti, che poi diventa una comunità di finzione. Volevo raccontare questo microcosmo di giovani come un riflesso del nostro mondo, delle nostre fragilità”.
I figli che crescono le aprono una finestra su un’età da cui ci si allontanerebbe?
“Attraverso il rapporto capisci cosa pensa veramente una ragazza di diciott’anni, cosa vive, quali sono le emozioni anche fisiche di un bambino di dodici anni. Non è qualcosa che vedi nei film, sei in contatto diretto con quella giovinezza. I miei figli mi destabilizzano, mi mettono in difficoltà. Prima parlavamo di ideologia: i giovani sono abbastanza ideologici. A volte non è facile confrontarsi con un giovane che ha un’ideologia molto forte. Questo mette in difficoltà, però è molto sano”.
Valeria Golino è una sorella d’elezione. E Carla, sua sorella, negli anni lo è diventata anche lei?
“Abbiamo l’infanzia che ci mescola, anche nei nostri inconsci. L’infanzia immerge le persone nello stesso mare di ricordi, sogni, cose dimenticate che non sappiamo neanche più. Penso che i nostri inconsci, quello di mia sorella e il mio, siano molto legati. Adesso siamo legate da un’amicizia da adulte, ma anche da molta tenerezza. E questa tenerezza attraversa gli anni”.
E Valeria?
“È un’amica sorella. Ci siamo incontrate abbastanza tardi, quando avevamo già trentacinque anni. Ci siamo veramente scelte. C’è qualcosa per cui ci rispecchiamo l’una nell’altra, pur essendo molto diverse, e ci proteggiamo. Le sorelle hanno tutta una famiglia, tutto un passato. Tra due amiche c’è qualcosa forse di più spensierato”.
Che cosa la fa ridere oggi?
“Valeria è una delle persone con cui rido di più. Poi mi dà allegria quando i miei figli sono di buon umore, quando nel lavoro una scena riesce bene. E mi dà molta allegria fare il bagno nel mare. È diventato importante per me. Penso che finirò la mia vita vicino al mare. Mi dà una gioia molto forte e della Mostra di Venezia mi restano quei bagni che facevo al mattino, ricordi bellissimi e quasi mistici”.