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John Malkovich: “Noi attori siamo i protagonisti dei sogni degli altri”

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La Coppa Volpi a Venezia e ora la corsa all’Oscar per il divo che torna il sala con “Wilde horse nine”, un film sulle pagine più buie della storia americana, l’assassinio di Kennedy e quello di Salvador Allende
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ROMA – Un tempo John Malkovich era l’emblema dell’artista enigmatico: monosillabico, sguardo imperscrutabile e voce suadente. Poi l’età lo ha addolcito e oggi si rivela con flemmatica tenerezza, quasi senza filtri. Un’evoluzione che somiglia a quella del suo Chris in Wild Horse Nine di Martin McDonagh: un agente della CIA che ha ucciso almeno 68 persone, contribuito a preparare il golpe contro Salvador Allende nel Cile del 1973 e, malato di cancro e imbottito di morfina, non riesce più a tenere la bocca chiusa: «Un tempo le falene le uccidevo. Adesso le accompagno fuori. Mi sento in colpa quando ne lascio una sotto la pioggia», dice all’amico Lee, Sam Rockwell. A 72 anni l’attore potrebbe conquistare il primo Oscar, mai arrivato per il seduttore Valmont de Le relazioni pericolose, o per il killer ex CIA di Nel centro del mirino e il prigioniero di sé stesso di Essere John Malkovich. Il suo viaggio italiano è passato per l’inquieto Port Moresby de Il tè nel deserto, l’ambiguo Tom Riple…

ROMA – Un tempo John Malkovich era l’emblema dell’artista enigmatico: monosillabico, sguardo imperscrutabile e voce suadente. Poi l’età lo ha addolcito e oggi si rivela con flemmatica tenerezza, quasi senza filtri. Un’evoluzione che somiglia a quella del suo Chris in Wild Horse Nine di Martin McDonagh: un agente della CIA che ha ucciso almeno 68 persone, contribuito a preparare il golpe contro Salvador Allende nel Cile del 1973 e, malato di cancro e imbottito di morfina, non riesce più a tenere la bocca chiusa: «Un tempo le falene le uccidevo. Adesso le accompagno fuori. Mi sento in colpa quando ne lascio una sotto la pioggia», dice all’amico Lee, Sam Rockwell. A 72 anni l’attore potrebbe conquistare il primo Oscar, mai arrivato per il seduttore Valmont de Le relazioni pericolose, o per il killer ex CIA di Nel centro del mirino e il prigioniero di sé stesso di Essere John Malkovich. Il suo viaggio italiano è passato per l’inquieto Port Moresby de Il tè nel deserto, l’ambiguo Tom Ripley de Il gioco di Ripley e il patriarca criminale Kuzja di Educazione siberiana. Una cifra distintiva, la sua, fatta di devianza sottile, pause calcolate, un’eleganza eccentrica fatta completi sartoriali e della sua linea, Technobohemian. Wild horse nine gli è valso la Coppa Volpi a Venezia e lo porta in testa alle previsioni per l’Oscar, davanti a Matt Damon e Tom Cruise. In sala dal 5 novembre.

Una foto di scena di "Wild Horse Nine" (di spalle Sam Rockwell), al cinema dal 5 novembre 

È un film sul guardarsi indietro. L’ha fatta riflettere sulla sua vita?

«Probabilmente ho sempre riflettuto sulla mia vita, anche quando ero giovane. E sicuramente ho riflettuto sulla vita delle persone intorno a me, almeno spero. Faulkner diceva che un uomo può sopportare di guardarsi indietro oppure di non farlo. E penso che sia vero. Questo è un film molto riflessivo, molto più triste di quanto si potrebbe pensare. È tutto costruito sul dolore, che per me è sempre base dell’umorismo migliore, in cui le persone riescono a riconoscersi di più. La capacità di ridere e di trovare qualcosa di divertente in situazioni terribili, credo sia il modo in cui le persone riescono a sopravvivere».

È una storia politicamente attuale. Pochi giorni fa Trump ha detto che la guerra in Iran ha “un piccolo prezzo da pagare”.

«Direi che è un piccolo prezzo se sei molto lontano, forse non è così piccolo se invece ci sei dentro. Faulkner diceva che nessuna battaglia viene mai vinta, anzi non viene neppure realmente combattuta. Il campo di battaglia rivela soltanto all’uomo la propria follia e la propria disperazione, e la vittoria è un’illusione dei filosofi e degli sciocchi. Credo che le persone che sono state in guerra ne restino generalmente, quasi certamente, traumatizzate per sempre. La guerra non è affatto un prezzo così piccolo».

L'attore all'anteprima di "Wilde Horse Nine" a Londra (afp)

Il titolo evoca i cavalli selvaggi che vivono sull’Isola di Pasqua, ma anche un’idea di libertà. Il suo rapporto con quella artistica, politica, personale?

«Nella mia vita tendo a stare lontano dalla politica. Ma la libertà artistica è qualcosa a cui tengo moltissimo. Non tanto per me personalmente, quanto per i personaggi che interpreto e per quelli interpretati dai miei colleghi. Persone che spesso non ci assomigliano affatto, di cui non condividiamo le esperienze, ma che significano qualcosa per noi e qualche volta arriviamo ad amarle. Sentiamo sempre che la loro esperienza di vita debba essere espressa e protetta. Perciò penso che chi vuole censurare si sbagli. Ho appena finito, un paio di giorni fa a Città del Messico, uno spettacolo musicale che porto avanti da alcuni anni. Si intitola Report on the Blind. A un certo punto il personaggio sviluppa una serie di ipotesi sull’esistenza di Dio. Dice: “Primo: Dio non esiste. Secondo: Dio esiste ed è un bastardo. Terzo: Dio esiste, ma ogni tanto si addormenta. I suoi incubi sono la nostra esistenza”. Una volta mi proposero di portarlo in un certo Paese, non ricordo quale, chiedendomi però di cambiare il testo. Non ebbi neppure bisogno di chiedere quale parte volessero tagliare. La proposta era arrivata al pianista con cui lavoro e io capii subito».

Che rispose?

«“Apprezzo molto l’offerta, davvero gentile. E mi piacerebbe venire lì a recitare, ma no, non posso cambiare il testo”. Prima di tutto perché non è mio. È di Ernesto Sabato, che non è più con noi. Presumo che abbia inserito quel passaggio per una ragione e io devo rispettarla. È un libro straordinario, uno dei più grandi romanzi sudamericani. Decidere di tagliarlo è decisamente al di sopra delle mie competenze. Io non sono religioso e non ho alcun interesse a offendere chi lo è. È una cosa che prendo piuttosto seriamente. Non prendo sul serio moltissime cose, ma questa sì».

Nel 1984 il vero debutto, “Le stagioni del cuore”: è subito candidato all’Oscar come migliore attore non protagonista 

Il film usa la commedia nera per toccare le pagine più buie della storia americana.

«Affronta con grande umorismo due eventi profondamente traumatici: l’assassinio di Kennedy e la morte di Salvador Allende, con il colpo di Stato contro di lui. E credo che lo faccia con grazia, intelligenza e anche una certa imparzialità».

Lei e Rockwell siete amici nella vita. Come avete costruito il rapporto tra i personaggi?

«Sono due persone che si conoscono molto bene e che si fanno impazzire a vicenda. Capaci di infliggere agli altri una violenza folle in modo clinico e distaccato. Uno dei due ha chiesto all’altro probabilmente la cosa più grande che si possa chiedere a un amico. E ciò comporta una pressione enorme».

Per Stepher Frears nell’88 indossa la parrucca del malvagio visconte Sébastien di Valmont in “Le relazioni pericolose” 

Il rapporto con McDonagh?

«Gli attori a volte si lasciano trascinare dall’idea che il film sia il loro sogno. No. Tu sei una figura nel sogno di qualcun altro e il tuo compito è capire che cosa fa la tua figura in quel sogno».

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