NEW YORK – Ha tenuto testa a orde di infetti in The last of us e ai cacciatori di taglie di The Mandalorian, ma niente sembra aver spaventatoPedro Pascal più di un violoncello. “Sarai in grado di suonarlo?”, gli domanda a bruciapelo Tony Gilroy al primo incontro. “Non lo so”, risponde l’attore. “Mi ci butterò a capofitto... non garantisco il massimo dei voti”. Comincia così l’avventura di Behemoth!, al 64° New York Film Festival, presentato in anteprima all’Alice Tully Hall.
In Italia uscirà a dicembre con il titolo Behemoth! Una vita. Da ricomporre. Per lo studio Searchlight Pictures è un salto nel vuoto (come “finanziare” un film su un personaggio che potrebbe accamparsi per anni sulla panchina di Caos calmo, insieme a Nanni Moretti, e di certo non h…
NEW YORK – Ha tenuto testa a orde di infetti in The last of us e ai cacciatori di taglie di The Mandalorian, ma niente sembra aver spaventatoPedro Pascal più di un violoncello. “Sarai in grado di suonarlo?”, gli domanda a bruciapelo Tony Gilroy al primo incontro. “Non lo so”, risponde l’attore. “Mi ci butterò a capofitto... non garantisco il massimo dei voti”. Comincia così l’avventura di Behemoth!, al 64° New York Film Festival, presentato in anteprima all’Alice Tully Hall.
In Italia uscirà a dicembre con il titolo Behemoth! Una vita. Da ricomporre. Per lo studio Searchlight Pictures è un salto nel vuoto (come “finanziare” un film su un personaggio che potrebbe accamparsi per anni sulla panchina di Caos calmo, insieme a Nanni Moretti, e di certo non ha un rapporto da manuale MeToo con le donne?) ma per Gilroy rappresenta il ritorno dietro la macchina da presa dopo quattordici anni: l’ultimo lavoro da regista risale al 2012, The Bourne legacy. Nel frattempo ha ideato per Disney+ Andor, la serie Star Wars che lo vede showrunner e capo sceneggiatore. Dopo il tourbillon dei Bourne e un esordio alla regia da sette candidature all’Oscar,Michael Clayton, con George Clooney, Gilroy sembra aver trovato in Alex Serian un perfetto alter ego: il musicista che lui stesso, da ragazzo, aveva sognato di diventare.
Alex (Pascal) è un ex bambino prodigio: in una vecchia clip lo vediamo suonare Bach a sei anni al Tonight Show di Johnny Carson. È cresciuto in una dinastia di musicisti in cui i genitori sembravano coltivare il talento dei figli soprattutto per lucidare la propria immagine. Il padre Peter (Hank Azaria, in un cameo) era un autore di sigle per cinema e tv, e un uomo impietoso. La madre Ginnie (JoBeth Williams) un’arpista di successo, ora consumata dall’Alzheimer. Di lui diceva: “Era un Peter che avrebbe tanto voluto essere un Pierre”. Il fratello Andy (Will Arnett) è la pecora nera: negli anni 90 ha mollato la viola per una rock band che si è subito schiantata e oggi conduce un podcast dedicato alle sigle del padre. Nel “quadretto di famiglia” si aggiunge il nonno, morto per un ictus dopo un do acuto alla tromba, sullo stesso palco della MGM dove ora lavora Alex. Che in vent’anni ha suonato nelle grandi orchestre di Boston, Dallas e Chicago, qui si è legato a Carol Spedding (Olivia Wilde), moglie di un ricco sponsor, che ha donato sei milioni di dollari alla Chicago Symphony. Quando lui chiude la storia, lei lo insegue fino a Los Angeles come la Glenn Close di Attrazione fatale: “Io sanguino per te e tu mi eviti?”. A Los Angeles, la città in cui è cresciuto, Alex trova lavoro come turnista per colonne sonore e va a vivere dalla madre. Lo tormenta però il ricordo di Nadia (Eva Victor), violinista speciale incontrata a Dallas: l’unica donna che abbia mai amato. La loro storia è breve e incendiaria, finché lei lo molla per sposare un miliardario. Sei anni dopo, Nadia muore. Al funerale, Alex ascolta la figlia di lei, Viviana (Alexa Swinton, attenzione al cognome), quindicenne prodigio, eseguire al pianoforte una composizione di rara intensità. Nasce un sospetto: e se fosse lui il padre?
Prima di scoprirsi regista, Gilroy incontra la musica. “Sono probabilmente come molte persone della mia età”, racconta. “Vedi i Beatles in televisione a nove anni e prendi una chitarra in mano. Ho iniziato a suonare per conto mio a 12 anni, a 13 nei club, poi mi sono trasferito a Boston e non ho più smesso di esibirmi. Pensavo di essere bravo. A 19 anni ho assistito a una session di un grosso album prodotto da Richard Perry, con la rock band Little Feat e i musicisti di Elton John. Mi sono detto: ‘Non sono affatto un musicista da studio. Accidenti, questa è tutta un’altra cosa’. Fine del sogno ”. Il ritorno alla musica è arrivato con Michael Clayton, “un milione di anni dopo, quando finalmente avevo il controllo degli strumenti”. Il suo nuovo maestro? Il compositore James Newton Howard: “Lavorare in cabina di regia insieme a lui mi ha formato da zero. Sono ormai vent’anni che lavoro sulle colonne sonore, ne sono ossessionato, e mi rendo ancora conto di quanto, sul campo, non si finisca mai di imparare”.
L’idea di Behemoth! è nata, non a caso, in sala di registrazione. “Stavamo sviluppando Rogue One e c’era un’orchestra enorme, un coro di cento elementi. Le sessioni erano intense. Mi sono detto: ‘Cavolo, perché non esiste un film che descriva questo esatto momento?’. Le mie ricerche mi hanno portato fin qua”. Il titolo arriva dalla Bibbia: Behemoth è il colosso del Libro di Giobbe, lo stesso nome che Bulgakov diede al gigantesco gatto nero del diavolo nel Maestro e Margherita. Nel film, indica il titolo di uno dei kolossal immaginari di cui Alex registra la musica, punto esclamativo compreso, come nei manifesti della vecchia Hollywood. La macchina da presa ci porta letteralmente dentro i turni di registrazione delle colonne sonore. Gilroy le usa come “portali” temporali tra le diverse fette di vita di Alex. Sono le scene girate negli studi, tra cui il Barbra Streisand Scoring Stage della Sony, a dare al film il ritmo narrativo.
Serpeggia intanto un (triste) ritratto del mestiere. Oggi, le orchestre sinfoniche faticano, i cachet si sono molto ristretti e perfino un virtuoso come Alex ha bisogno di un secondo o terzo lavoro.La colonna sonora porta la firma del Behemoth! Collective: Michael Abels, Emily Bear, Lukas Frank, Michael Giacchino, James Newton Howard, Henry Jackman, Nami Melumad, Brandon Roberts e Alan Silvestri. Riunire nove firme di questo calibro in un solo film, per di più con un budget ridotto, era un’impresa che soltanto Gilroy, con vent’anni di sale di registrazione alle spalle, poteva tentare. Il risultato è una partitura travolgente, che passa dalla suspense al romanticismo, dall’action al canto funebre. Parecchi brani escono dalle sale di registrazione e accompagnano altre scene del film: un pezzo art rock, un requiem, la sigla di un cartone animato, un concerto per arpa e una serie di studi per violoncello.
Pascal racconta di aver letto la sceneggiatura con la musica in sottofondo. “Sono rimasto sorpreso dal fatto che la struttura della storia ponesse una sfida allo spettatore”, confessa. “Mi sembrava un puzzle che mi veniva chiesto di comporre”. Alla fine della lettura, però, Alex rimaneva sfuggente. “Mi sono detto: ‘Devo incontrare Tony, ma non so cosa dire di Alex’. Sembra un passeggero della propria esistenza. Una specie di strano veicolo umano”. E scherza: “Non so se, guardando Alex in Behemoth!, il mio insegnante di recitazione del college mi chiederebbe: ‘Qual è la tua cazzo di motivazione?’. Forse non sarei in grado di dare una risposta. Ma sono rimasto colpito dalla storia e dalla sua intimità, quella che si prova ad ascoltare la musica e a lasciarsi guidare dalla musica”.
Sullo schermo Alex è un seduttore d’altri tempi: baffi da salsero, capelli impomatati che penzolano dalla fronte, petto nudo e imperlato d’acqua, un asciugamano bianco cinto sui fianchi. Uno charme che ricorda un divo di vecchio stampo. Le donne gli cadono ai piedi, ma lui attraversa la vita alla deriva, tra un drink, un’avventura e il prossimo ingaggio in un’altra, oscura città. Intorno a lui, tutti sembrano fuori di testa, mentre Alex resta calmo, imperturbabile. “Non avevo mai scritto prima un personaggio così, che non stesse necessariamente scappando o correndo verso qualcosa”, rivela il regista. Il modello ispiratore è tutto italiano. “Sono un fanatico di Marcello Mastroianni. Mi ha sempre affascinato il modo in cui riesce ad essere un ‘passeggero’ sul grande schermo, mai passivo. Ci sono film in cui il personaggio è passivo e la cosa mi fa impazzire. Ma con lui non ho mai quella sensazione. Ed è questo il trucco: metterlo sul treno in corsa senza farlo deragliare. Non penso tanto a 8½, quanto ad altri film. Sto facendo una cosa per Criterion e l’altro giorno ho rivisto Una giornata particolare. È così potente quello che Mastroianni fa con niente. Quando, semplicemente, dice Pensami quando puoi…”.
Pascal torna sorridendo alla preparazione al ruolo: “Il violoncello è stato il protagonista della mia vita per diverse settimane prima delle riprese. Lo portavo con me dappertutto. È stato un consiglio di Tony”. Se qualcosa l’ha sorpreso? “Tutto. Questo film per me è stato inferno e paradiso al tempo stesso. Lo stimolo della sfida fisica, la meticolosità, il dover accelerare le cose. In genere si passa un anno a imparare a tenere l’archetto nel modo corretto. Io ho avuto una settimana o poco più, e poi siamo dovuti passare all’arcata e al vibrato. A Vienna ho imparato Mozart in fretta e furia per l’ultima scena. È stata una gioia, ma è la cosa più difficile che abbia mai fatto creativamente per un ruolo”.
Prima del violoncello, prima ancora della recitazione, la vera formazione di Pedro Pascal è passata dalle colonne sonore, una passione che coltiva fin da bambino: “Per il compleanno chiedevo gli album di film come Footloose e Flashdance. Poi ho cominciato a comprare le colonne sonore originali. Mi ricordo di essere passato a prendere L’impero del sole e Il colore viola di Quincy Jones: ascoltavo ogni traccia religiosamente. Mi sono appassionato a Thomas Newman, Rachel Portman, e ho cominciato ad andare al cinema per scoprire chi aveva composto la musica. E per trovare me stesso”.