Tinto Brass, intellettuale e “sporcaccione”: le due anime del regista fedele solo a se stesso
di Alberto CrespiEsistevano due Tinto Brass e uno dei due non morirà mai, rimarrà nella storia del cinema come uno dei più originali sperimentatori del cinema italiano e internazionale negli anni ’60; l’altro è il costruttore di macchine erotiche di grande successo, da La chiave in poi, e sulla qualità di quei film sono leciti tutti i dubbi del mondo fermo restando la loro popolarità.
La grande scommessa critica, oseremmo dire storiografica. dei prossimi anni sarà tentare di metterli assieme, di capire se c’è una continuità, di conciliare l’intellettualissimo collaboratore di Roberto Rossellini e il regista “sporcaccione” (era lui, sia chiaro, a definirsi così) capace di deturpare la memoria di Luchino Visconti e del citato Rossellini in un film di rara bruttezza come Senso ’45. Non sarà fac…
Esistevano due Tinto Brass e uno dei due non morirà mai, rimarrà nella storia del cinema come uno dei più originali sperimentatori del cinema italiano e internazionale negli anni ’60; l’altro è il costruttore di macchine erotiche di grande successo, da La chiave in poi, e sulla qualità di quei film sono leciti tutti i dubbi del mondo fermo restando la loro popolarità.
La grande scommessa critica, oseremmo dire storiografica. dei prossimi anni sarà tentare di metterli assieme, di capire se c’è una continuità, di conciliare l’intellettualissimo collaboratore di Roberto Rossellini e il regista “sporcaccione” (era lui, sia chiaro, a definirsi così) capace di deturpare la memoria di Luchino Visconti e del citato Rossellini in un film di rara bruttezza come Senso ’45. Non sarà facile, ma potrebbe essere divertente provarci.
Nato a Milano e cresciuto a Venezia, Brass veniva da una famiglia i cui quarti di nobiltà intellettuale sono secondi, forse, solo a quelli del suddetto Visconti. Suo nonno Italico Brass fu un importante pittore e collezionista d’arte irredentista (era goriziano). La nonna Lina Rebecca, moglie di Italico, era una ricchissima emigrante russa. Il padre Alessandro era una dei più importanti avvocati penalisti di Venezia. Né va trascurata l’ascendenza della moglie di Tinto, Carla Cipriani da tutti affettuosamente chiamata “Tinta” e morta nel 2006: era la figlia di Giuseppe Cipriani, “quel” Cipriani, l’inventore dell’Harry’s Bar e uno degli uomini più ricchi di Venezia. Carla non è stata solo una moglie: ha dato un contributo straordinario ai film del marito come sceneggiatrice, segretaria di edizione e produttrice, nonché sua complice nella curiosità per l’erotismo che ha contraddistinto il loro cinema dagli anni ’80 in poi.
Su quello che era il cinema di Brass prima di diventare famoso con La chiave, possiamo darvi una testimonianza diretta. Una volta intervistammo Gigi Proietti sulla sua collaborazione (breve ma intensa) con Robert Altman. Gli chiedemmo se c’erano altri registi, nella sua carriera, che gli avessero dato uguale libertà creativa. La risposta fu netta: “Brass, e dopo di lui Sergio Citti. In modo diversissimo erano due sperimentatori. Con Brass abbiamo fatto delle cose stranissime che in Italia sembravano venire dalla Luna. Era divertentissimo lavorare con lui”. Proietti si riferisce a L’urlo e a Dropout, due film della seconda metà degli anni ’60 che sono tra gli oggetti più stravaganti del cinema italiano di quel tempo (e che ebbero entrambi problemi con la censura). Ma Brass aveva esordito nel 1963 con un film girato a Venezia, Chi lavora è perduto, che era purissima Nouvelle Vague e sembrava portare in laguna le istanze stilistiche e politiche di Godard e degli altri rivoluzionari dell’epoca. Ma tutti i film di Brass di quel decennio sono originalissimi: Yankee è il western italiano più pop e psichedelico, Il disco volante è uno dei titoli più bizzarri nella carriera di Alberto Sordi, Nerosubianco (scritto tutto attaccato), girato a Londra, è già un’esplorazione audace della sessualità femminile. E non dimentichiamo che Brass, qualche anno prima, era stato assistente di Rossellini sul set di Il generale Della Rovere e aveva montato India, considerato uno dei più grandi documentari etnografici di sempre.
E poi c’è Caligola. Una storia nella storia, uno dei film più maledetti di sempre. Chi scrive lo vide a Londra, in un cinema accanto a Piccadilly Circus che lo proiettava a loop, un po’ come successe a Rocky Horror Picture Show nel cinema Mexico di Milano. In Italia era proibito. Non dimenticheremo mai che nei titoli di testa non compariva la dicitura “regia di”. C’era scritto “riprese di Tinto Brass” e poi “riprese addizionali di Bob Guccione”. Quest’ultimo, editore della rivista Penthouse e produttore del film, aveva “insertato” il film con riprese hard in cui non comparivano gli attori principali: era, in tutto e per tutto, un film porno. Ma ciò che non era porno era notevole. Partendo da un copione di Gore Vidal, Brass aveva messo in scena una parabola del potere come sadismo, follia e manipolazione. Nessuna verosimiglianza storica, per carità, ma una visione dell’Impero romano surreale e scenograficamente smagliante (le scene erano di Danilo Donati, scenografo felliniano, un genio). Il cast era da urlo: Malcolm McDowell, Helen Mirren, John Gielgud, Peter O’Toole e alcuni italiani di talento come Adriana Asti, Leopoldo Trieste e Paolo Bonacelli. Un film che sopravvive in versioni disparate, ed è assai complicato districarne la filologia, ma sicuramente merita una seconda chance.
Poi arrivò il successo di La chiave, con Stefania Sandrelli, dovuto (anche) al rifiuto di Gian Luigi Rondi che non lo volle a Venezia e gli regalò un’inopinata notorietà. Lo vedemmo al festival di San Sebastiano e fu una visione strana: il geniale regista degli anni ’60 sembrava essersi adagiato in un erotismo di maniera, in una confezione elegante ma un po’ inerte. Ma le cose sarebbero peggiorate. Film come Miranda, Capriccio, Snack Bar Budapest e Paprika avrebbero solo ripetuto la formula, per di più con attrici molto sexy (Serena Grandi, Claudia Koll, Francesca Dellera, Debora Caprioglio) ma certo non brave e duttili come la grande Stefania. Ma, ripetiamo: questo era il secondo Tinto Brass, che si divertiva con il sesso ma soprattutto, come dicono gli americani, rideva di gusto leggendo le cifre degli incassi. Della critica, poco gli importava: al punto che in Miranda, in una scena ambientata in un cimitero, mise su due tombe i nomi di Tullio Kezich e Callisto Cosulich, due critici – entrambi triestini – fra i più importanti di allora. Uno scherzo innocente. I due, a quanto ci risulta, si fecero una risata (e forse uno scongiuro).