ROMA – Serena Grandi, che cosa ha rappresentato Tinto Brass nella sua vita, a partire da “Miranda”, il film che nel 1985 la lanciò nel cinema italiano?
“Sono stata sua amica per quarant’anni. Non mi sono mai vergognata di aver lavorato con lui, come invece hanno fatto alcune mie colleghe. Non hanno capito che Tinto era un grandissimo regista, un genio. Curava tutto, dalla sceneggiatura ai costumi. Voleva controllare personalmente ogni cosa, anche la macchina da presa”.
Quando lo aveva visto l’ultima volta?
“Tre anni fa. Lo chiamai, mi rispose e mi riconobbe subito. Mi invitò alla Mostra del cinema di Venezia, dove veniva presentato un film sulla sua vita. Andai a trovarlo, c’è anche una fotografia di noi due sul mio profilo. Non stava bene, parlava poco, c’era sua moglie. Ma…
ROMA – Serena Grandi, che cosa ha rappresentato Tinto Brass nella sua vita, a partire da “Miranda”, il film che nel 1985 la lanciò nel cinema italiano?
“Sono stata sua amica per quarant’anni. Non mi sono mai vergognata di aver lavorato con lui, come invece hanno fatto alcune mie colleghe. Non hanno capito che Tinto era un grandissimo regista, un genio. Curava tutto, dalla sceneggiatura ai costumi. Voleva controllare personalmente ogni cosa, anche la macchina da presa”.
Quando lo aveva visto l’ultima volta?
“Tre anni fa. Lo chiamai, mi rispose e mi riconobbe subito. Mi invitò alla Mostra del cinema di Venezia, dove veniva presentato un film sulla sua vita. Andai a trovarlo, c’è anche una fotografia di noi due sul mio profilo. Non stava bene, parlava poco, c’era sua moglie. Ma per me fu una giornata bellissima”.
Come ha saputo della sua morte?
“Me l’ha detto poco fa il coautore dei libri che sto scrivendo. Ormai sono diventata una giallista. Oggi però voglio stare tranquilla”.
Torniamo al vostro primo incontro. Come diventò la protagonista di Miranda?
“Fu un produttore a chiamarmi. Mi disse: ‘Vieni in ufficio, c’è Tinto Brass che vuole farti un’offerta’. Io pensai: perché no? Andai, parlammo, mi fece alcune domande. Ricordo che gli dissi: ‘Maestro, con lei sono tutta sua’. Poi feci un provino, c’era anche Tinta, sua moglie, che si occupava dei costumi e di tante altre cose. Qualche giorno dopo arrivò la telefonata”.
Che cosa le disse?
“‘Miranda sei tu’. Una gioia immensa. Mi raccontò anche una storia curiosa. Stava cercando una location nella Pianura Padana, una vecchia casa dove c’era una trattoria. Durante una passeggiata diede un calcio a un sassolino e sotto trovò un pezzo di giornale con una mia fotografia. La raccolse e decise che sarei stata io la protagonista. Fu così che mi scelse”.
Si sentiva già Miranda?
“Sì, mi sentivo Miranda. E sotto la sua guida tutto diventava più facile. Però Tinto era molto esigente”.
Che regista era sul set?
“Poteva essere divertente, spiritoso, ma quando si doveva recitare diventava severissimo. Voleva che tutto fosse perfetto. Sapeva esattamente come dovevo essere vestita. Mi colpiva la sua freddezza nell’imporre le scene”.
Quale fu la scena più difficile di Miranda?
“Credo l’ultima, quella in cui Miranda ritrova il cameriere che poi diventerà suo marito. È una scena d’intimità ed è proprio in quel momento che lui decide di sposarla. Per me fu una delle scene più difficili”.
E le scene di nudo?
“Sa, c’era sempre qualcosa addosso. Un soprabito, un paio di mutandine. Il film era ambientato negli anni Cinquanta, la donna non era mai completamente nuda, c’era sempre qualche indumento che Tinto sceglieva con grande attenzione. Io ero giovane, sapevo che sarei diventata una delle donne più importanti d’Italia e mi facevo forza”.
Quanto cambiò la sua vita quel film?
“Fu l’inizio della mia carriera. Da lì nacque tutto. Cominciai a fare anche tre film all’anno. E la gente mi chiamava Miranda. Mi chiama così ancora oggi, dopo tanti anni. A Rimini aprii addirittura un ristorante che si chiamava Miranda, poi l’ho lasciato ad altre persone”.
All’epoca il cinema di Brass faceva discutere, c’era la censura. Lei come viveva quelle polemiche?
“Era tutto diverso da oggi. Ma io non mi sono mai vergognata di niente. Ho sempre adorato Tinto, perché mi ha dato tanto. E in tutti questi anni ho cercato di tenermelo vicino”.
Brass la volle nuovamente, tredici anni dopo, per Monella, dove interpretava Zaira, la madre della protagonista. Come fu ritrovarsi sul set?
“Si parlava molto inglese, non era semplice. C’era Patrick Mower, un grande attore inglese, facemmo molte sedute insieme. Per me fu anche una specie di coach. Ero un pochino più grande, più sicura. Sono stata felice di lavorare di nuovo con Tinto”.
Lei dice che alcune colleghe hanno rinnegato i film girati con lui. Perché, secondo lei?
“Perché non hanno capito bene che cosa fosse il cinema. Io non ho mai rifiutato un’intervista su Tinto, non ho mai detto che mi vergognavo di aver fatto un suo film”.
Lui apprezzava questa sua fedeltà?
“Molto, molto”.
C’è un ricordo privato, lontano dal set, che le è rimasto particolarmente caro?
“Quando giravamo a Venezia, dovevamo andare anche a Chioggia. Tinto mi portava in tutti i ristoranti veneziani perché voleva che mangiassi. Erano delle serate bellissime”.
Che cosa le mancherà di più?
“Sono passati tanti anni. Mi sarebbe piaciuto poterlo vedere ancora. Però sapevo che stava bene con sua moglie, che lei si prendeva cura di lui nel migliore dei modi. Questo mi rassicurava. A Tinto devo tantissimo. Mi dispiace davvero tanto”.