Quei premi a Cannes troppo bizzarri per l’ ex aequo
di Alberto CrespiVincendo la Palma d’oro con Fjord il romeno Cristian Mungiu è entrato nel ristrettissimo club di registi che hanno sbancato Cannes due volte nella vita. Un club ristretto, dove assieme a giganti come Francis Coppola e Ken Loach siedono anche i fratelli Dardenne e Michael Haneke, il bosniaco Emir Kusturica e due “intrusi” come gli scandinavi Ruben Ostlund e Bille August. Vi abbiamo elencato questi nomi per dire come, alla fin fine, a questa benedetta Palma non si debba dare tutta quell’importanza. Mungiu la meritava? Certo che sì, Fjord è un ritratto vibrante dell’Europa di oggi, apparentemente aperta e “globale” ma in realtà ancora paurosamente chiusa nelle proprie convinzioni, siano esse moderne o ancestrali. Ma non sarebbe stato meglio invertire Palma e Grand Prix dando a Minotaur, del russo Andrej Zvyagintsev, l’onore della ribalta?
Minotaur è un film altrettanto potente, anch’esso il ritratto di un paese, la Russia …
Vincendo la Palma d’oro con Fjord il romeno Cristian Mungiu è entrato nel ristrettissimo club di registi che hanno sbancato Cannes due volte nella vita. Un club ristretto, dove assieme a giganti come Francis Coppola e Ken Loach siedono anche i fratelli Dardenne e Michael Haneke, il bosniaco Emir Kusturica e due “intrusi” come gli scandinavi Ruben Ostlund e Bille August. Vi abbiamo elencato questi nomi per dire come, alla fin fine, a questa benedetta Palma non si debba dare tutta quell’importanza. Mungiu la meritava? Certo che sì, Fjord è un ritratto vibrante dell’Europa di oggi, apparentemente aperta e “globale” ma in realtà ancora paurosamente chiusa nelle proprie convinzioni, siano esse moderne o ancestrali. Ma non sarebbe stato meglio invertire Palma e Grand Prix dando a Minotaur, del russo Andrej Zvyagintsev, l’onore della ribalta?
Minotaur è un film altrettanto potente, anch’esso il ritratto di un paese, la Russia di Putin, sempre più feroce e autoreferenziale. E Zvyagintsev, a Putin, le ha cantate chiare senza nominarlo, chiedendo al “presidente della Federazione Russa” di fermare il massacro. Curiosamente nessuno ha nominato Putin in questo festival: quando Pedro Almodovar ha parlato dei “mostri” che governano il mondo ha citato Trump, Netanyahu e “el ruso”, il russo (che in spagnolo ha una sola “esse”). Non è paura, è il profondo orrore per un uomo che agli occhi degli artisti ha perso ogni parvenza di umanità.
Gli altri premi del palmarès sono stati piuttosto bizzarri. Il polacco Pawel Pawlikowski era visibilmente stizzito per dover dividere il palco con due simpatici giovanotti spagnoli, i due registi di La bola negra, che con lui c’entrano davvero poco. Il suo Fatherland meritava di più esattamente come Soudain di Ryusuke Hamaguchi, che invece è stato premiato attraverso le due attrici, la belga Virginie Efira e la giapponese Tao Okamoto.
Bravissime, sia chiaro. Mentre il premio ai due ragazzi di Coward, il film di Lukas Dhont, è sembrato una stravaganza: Emmanuel Macchia e Valentin Campagne hanno fatto simpatia per la loro gioia spontanea, ma al festival e anche in sala c’erano attori cento volte più bravi di loro.
I premi “di coppia” e l’ex aequo per la regia sono sembrati il risultato di una giuria che non sapeva bene dove sbattere la testa. Avranno litigato: e quando le giurie litigano succedono sempre cose strane.