Il dibattito forse più aspro in corso – se stiamo ai testi e solo ai testi – è sulla canzone di Simone Cristicchi. Il titolo è Quando sarai piccola e, come ormai “tutta l’Italia” sa, racconta di un figlio adulto in dialogo con una madre malata. Memoria fragile e dispersa: «Ti aiuterò a capire chi sei», «ti ripeterò il mio nome mille volte perché tanto te lo scorderai», canta Cristicchi (che ha scritto il brano con Nicola Brunialti e Amara). La canzone, fin dalla prima esibizione (e perfino durante le prove), ha suscitato in larga parte della platea una forte risposta emotiva: lacrime su cui la regia tende a indugiare e una doppia standing ovation.
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Cristicchi sale nelle quotazioni, ringrazia Conti e – forse un po’ ingenerosamente – liquida i festival di Amadeus (a cui comunque aveva proposto il brano). Rimarca il proprio investimento sul piano del vissuto. L’autofiction sbarca a Sanremo!
Dicesi autofiction il «genere letterario in cui l’autrice o l’autore è protagonista delle vicende narrate». Esuberante nel mercato editoriale, distillato in ogni piattaforma social, attecchisce anche al festival, con curiosi cortocircuiti fra palco e realtà. Achille Lauro canta malinconicamente un amore disperato della sua prima giovinezza: spunta una lettera della fidanzata di allora. Fedez racconta la propria depressione e il rapporto con gli psicofarmaci: il pubblico da casa si lascia coinvolgere e lo premia. Cristicchi parla di sé e della madre, rivendica il “diarismo”, le lacrime dicono che la canzone ha agito. Ma non ha convinto tutti: normale, per carità, ma qui si è attivata una accanitissima analisi critica di massa.
Filologi con la vecchia penna rossa e blu, anzi con il metal detector attivato sull’etica in rapporto all’estetica, ma soprattutto: contestatori perfino violenti convinti che la canzone sia, nell’ordine, retorica, ricattatoria, «un abominio». Forse esagerano, ma è interessante che ci si accapigli per una volta nel merito: accampando competenze presumibilmente deboli in fatto di musica e stilemi, ma piuttosto tiranniche prospettive esistenziali. “Ho vissuto la stessa situazione e non è così”; “Ha romanticizzato la malattia”; “Ha fatto il furbo”, eccetera.
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Trovo esemplare questa dialettica torva fra vissuti: la vita mia conta più della tua! Mi piace perché potrebbe essere un ottimo deterrente per scrittori propensi all’autobiografia: dove non è contestabile il personaggio di finzione, si può prendere a sberle il personaggio reale, il personaggio-autore, affrontarlo a muso duro e dirgli che no, non ci si racconta così.
Non mi sono fatto un’idea precisa della canzone di Cristicchi, forse qualche dubbio viene anche a me, ma la sicumera cattiva con cui ci si erge a suoi correttori un po’ fa ridere e un po’ fa paura. Perché nessuno si è incazzato tanto su nessun’altra canzone, almeno mi pare. Qui dev’essere stato toccato un tasto, o una piaga, a cui nessuno è insensibile: ma se l’autofiction si chiama così è perché in parte è vera e in parte è verosimile. Lui ha pigiato, forse troppo, sul pedale della tenerezza. La canzone alternativa che i suoi detrattori hanno in mente pigerebbe su quello della rabbia e della resa. Il risultato, in ogni caso, non è tanto diverso: di fronte al tema in questione, non c’è molto altro da fare che piangere.