Lo psicodramma in corso a Sanremo se lo stanno godendo soprattutto Carlo Conti e il suo gruppo. Suona così: ovunque, quelli del circo mediatico sono sull’orlo di una crisi, non succede nulla, non c’è una polemica degna di questo nome, le poche che sembrano sbucare vengono troncate e sopite in un attimo (dallo stesso Conti in primis, con frasi del tipo: “Sono un ammiratore di Striscia la notizia”. Chissà le risate poi con gli autori). Nelle conferenze stampa quotidiane si assiste a tentativi disperati di incendiare tutto. Ma niente, non passa niente e quindi arriva la parola fatale: la noia. Che l’anno scorso Sanremo lo vinse addirittura, come titolo di canzone, e fu quindi una specie di profezia.
Bene, il festival noioso e inconcludente e senza il pepe e i condimenti vari se lo stanno guardando ogni sera quattordici milioni di italiani. E non risultano file per farsi ridare il canone. Come se n…
Lo psicodramma in corso a Sanremo se lo stanno godendo soprattutto Carlo Conti e il suo gruppo. Suona così: ovunque, quelli del circo mediatico sono sull’orlo di una crisi, non succede nulla, non c’è una polemica degna di questo nome, le poche che sembrano sbucare vengono troncate e sopite in un attimo (dallo stesso Conti in primis, con frasi del tipo: “Sono un ammiratore di Striscia la notizia”. Chissà le risate poi con gli autori). Nelle conferenze stampa quotidiane si assiste a tentativi disperati di incendiare tutto. Ma niente, non passa niente e quindi arriva la parola fatale: la noia. Che l’anno scorso Sanremo lo vinse addirittura, come titolo di canzone, e fu quindi una specie di profezia.
Bene, il festival noioso e inconcludente e senza il pepe e i condimenti vari se lo stanno guardando ogni sera quattordici milioni di italiani. E non risultano file per farsi ridare il canone. Come se ne esce? Non se ne esce. Siamo a un passo dalla frase: “Cambiamoli questi benedetti elettori”. Che qui diventa spettatori. Ancora poche ore e molti si arrenderanno stremati, ma tanti resisteranno fino all’ultimo confidando in uno scivolone pauroso su cui si possa far casino in extremis, urlando e scrivendo, paonazzi in volto. Nessuno ammetterà l’ovvio: che il progetto Conti ha fatto il pieno, ma il pieno davvero, del pubblico tradizionalmente televisivo, che si riconosce in quel passo, nelle buone intenzioni, nella comicità blanda, nei bambini prodigio e così via. Il pubblico più giovane è curioso comunque e sta lì a vedere e partecipare. Ci si può disperare (ma, a parte Fiorello, rimpiangendo esattamente quale Sanremo del passato?). Oppure decidere, orrore, che la tv innocua e del meno peggio è oggi il massimo risultato ottenibile. Stravincono invece quelli che da Sanremo si aspettano sempre poco, ovvero il giusto, magari un po’ di divertimento blando, tre o quattro canzoni buone (ci sono). Perché sono solo canzonette e questa è solo tv delle canzonette.
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“Sanremo è una pratica collettiva di significazione della realtà, come direbbe il linguaggio della semiotica e della sociolinguistica” (Francesco Giorgino, XXI Secolo, Rai 1).