Non sarà il festival degli scandali, almeno sulla carta. Dopo gli ascolti delle canzoni, Sanremo 2026 non sembra aprire scenari che potrebbero portare a scie di polemiche o a dibattiti profondo sui testi. Le canzoni, perlopiù, sono legate al tema sentimentale, anche se la declinazione è più obliqua rispetto all’idea tradizionale. Ma ci sono diverse eccezioni: Dargen D’Amico, nella sua Ai Ai, affronta il problema dell’intelligenza artificiale e dell’uso che ne viene (e soprattutto) ne verrà fatto in futuro. “A me mi ha rovinato la rete / altrimenti avrei fatto il prete”, analisi chirurgica del potere del web e delle sue conseguenze. Ermal Meta in Stella stellina affronta il tema di Gaza e del disastro umano e civile che si sta vivendo in quei luoghi attraverso il racconto di una bambina che resta uccisa in un’esplosione: “Dalla collina si attende primavera / ma non c’è quel che c’era / non ci sei più tu”, è il racconto di una tragedia impossibile da ignorare.
Ma in generale, le canzoni del Festival riflettono l’immagine di un Paese in cerca di un centro: il mondo offre molte più domande che certezze, l’amore, comunque lo si voglia raccontare, resta un punto fermo. In una analisi strettamente linguistica, la parola amore viene usata al singolare oltre 30 volte, ma rispetto al passato l'accezione è più ampia: se resiste la declinazione romantica del più nobile dei sentimenti, avanzano i concetti di amore perduto, conflittuale e familiare, fra nostalgie e liti, gelosia, desiderio e addii. Più in generale l'amore viene quasi sempre legato alla sofferenza o alla paura della perdita.
Vita è la seconda parola più utilizzata, seguita da tempo e notte. Ma scendendo nella Top 30 compaiono anche i sintomi di un malessere interiore, come paura, male e lacrime. E, infatti, la fragilità esistenziale e l'inquietudine contemporanea - fra smarrimento generazionale, solitudine e insicurezze - sarà uno dei macro temi preponderanti del Festival. Un segnale dei tempi che stiamo vivendo, caratterizzati dalla perdita di punti di riferimento e certezze capace di investire le nuove generazioni e confondere chi proviene da anni meno complessi. E non è un caso, forse, che un altro argomento dominante sarà quello del tempo, legato alla crescita, con riferimento al decorrere delle cose, al passaggio dall'infanzia all'età adulta, passando per l'adolescenza.
La conseguenza di questo terreno così poco stabile è l’esplosione di nostalgie, paura di crescere, ricerca di sé e confronto con il passato. Ricordo e Ricordi infatti sono nella Top 20 delle parole più utilizzate dai Big.
Il disagio è palpabile: Samurai Jay lo definisce senza mezzi termini "una malattia", Chiello si sveglia in un "fottuto letto" che non è più per due, Luchè lo vede come un labirinto da cui non si esce, mentre Michele Bravi racconta la dipendenza affettiva con una tenerezza disarmante: "pensa tu che scemo". Eddie Brock descrive la spirale tossica di chi "non impara mai", e intanto asciuga "il mascara che cola" di chi torna sempre da lui. Accanto a loro, c'è l'amore familiare, quello che non si spezza: Serena Brancale parla alla madre come se fosse ancora presente, "due gocce d'acqua che non si perdono nel mare mai", e Raf attraversa il tempo per celebrare un legame che resiste alle stagioni.
E il sociale? C'è anche se non prevale rispetto agli altri argomenti. In brani come Italia starter pack (J-Ax), Tu mi piaci tanto (Sayf) e Che fastidio (Ditonellapiaga) emerge una certa critica del sistema Italia, spesso affidata a toni ironici, disillusi e sarcastici. C’è un disagio generazionale molto diffuso, con temi ricorrenti come la precarietà emotiva, il giudizio altrui e la pressione sociale. Il tutto resta più all'interno di una sfera emotiva che politica. Maria Antonietta e Colombre, però, invocano la felicità come un diritto: “Credo che la felicità ce la prendiamo e basta”. Un invito, una chiamata a raccolta per uscire dai tempi bui.