Cantautori e urban, la sfida di Sanremo: da Lazza a Corsi, quelli che hanno “svecchiato” il festival
di Patrizio RuviglioniROMA – Per ora la chiameremo prima rivoluzione musicale, oppure urbanizzazione. È un gioco di parole: negli ultimi anni la musica urban – un arco che va dalla trap al rap, dal dance-pop all’r&b, per l’Italia “nuova” – si è presa il Festival di Sanremo, dalla periferia delle metropoli (spesso, non sempre) fino al centro dell’impero, cioè la Riviera. Come sempre in questi casi, è difficile stabilire dove comincia tutto. Qualcosa già aveva cominciato a muoversi nelle edizioni di Claudio Baglioni (2018-19), almeno per quanto riguarda un certo svecchiamento affidato all’indie e all’allora nuovo cantautorato, di cui adesso rimane l’onda lunga e meno antagonista: Brunori Sas, Lucio Corsi, Tommaso Paradiso quest’anno. Ma tutto il resto, l’urbanizzazione appunto, è opera per lo più di Amadeus (2020-24), della sua visione.
È difficile anche stabilire dove finisca la virtù progressista e c…
ROMA – Per ora la chiameremo prima rivoluzione musicale, oppure urbanizzazione. È un gioco di parole: negli ultimi anni la musica urban – un arco che va dalla trap al rap, dal dance-pop all’r&b, per l’Italia “nuova” – si è presa il Festival di Sanremo, dalla periferia delle metropoli (spesso, non sempre) fino al centro dell’impero, cioè la Riviera. Come sempre in questi casi, è difficile stabilire dove comincia tutto. Qualcosa già aveva cominciato a muoversi nelle edizioni di Claudio Baglioni (2018-19), almeno per quanto riguarda un certo svecchiamento affidato all’indie e all’allora nuovo cantautorato, di cui adesso rimane l’onda lunga e meno antagonista: Brunori Sas, Lucio Corsi, Tommaso Paradiso quest’anno. Ma tutto il resto, l’urbanizzazione appunto, è opera per lo più di Amadeus (2020-24), della sua visione.
È difficile anche stabilire dove finisca la virtù progressista e cominci la necessità di ammodernarsi, dove si spenga il coraggio di formare nuovi trend e ci si riduca a inseguire quelli esistenti. Forse entrambi. Fatto sta che il restyling è riuscito, con cifre – dieci milioni di copie tra le edizioni 2023 e 2024, percentuali bulgare del mercato – da capogiro, prima impensabili.
La trama del rapper (o trapper) a ogni costo, fortemente voluto, perfino protetto dagli inevitabili (pre)giudizi, che smette di essere un pezzo di tappezzeria esotico che spaventa le signore in prima fila e diventa il cuore pulsante dello show, ecco, è merito di Amadeus, una dinamica ben rappresentata dal rapporto stretto per esempio con Lazza, che non ha mai smesso di ringraziare il direttore artistico (Cenere, tre anni dopo, viaggia verso il decimo disco di platino). E proprio Lazza è stato il capostipite di una linea dinastica per cui l’artista hip hop con più streaming dell’anno precedente – e dunque per lo più popolare solo tra i giovanissimi – viene invitato per prendersi tutto: appunto Lazza (2023), Geolier (2024) e Tony Effe (2025), unica ciambella senza il buco dei tre, ma è l’intenzione che conta.
Se poi sono i simboli ciò che vogliamo, allora comunque bisogna tornare da Baglioni: fu lui a scegliere Achille Lauro – che di lì in poi avrebbe vissuto parecchie altre vite, cinque partecipazioni in sette edizioni, compresa una come ospite fisso, con i “quadri”, è di casa – e Rolls Royce (2019), con il relativo successo a dimostrare che si-può-fare.
O, meglio ancora, il trionfo sempre quell’anno di Mahmood con Soldi, urban se ce n’è uno, entrato dalla porticina di servizio di Sanremo Giovani e di lì a poche settimane pronto a sbancare l’ancien regime di Ultimo, che non la prenderà bene. Il pubblico si, però. E infatti la stella polare è lì, anche se ogni tanto il sistema va in cortocircuito – è sempre Sanremo – e alle prove Tony Effe scambia Brunori Sas per Peppe Vessicchio, mentre Emis Killa si ritira un mese prima perché indagato per associazione per delinquere in un'inchiesta legata al mondo degli ultras (2025).
Qualcuno dell’altra grande fazione, i cantautori, salta lo steccato e va proprio verso l’urban – Coma Cose, La Rappresentante di Lista – mentre altrove la faccenda è più sfumata (è “urban” Annalisa? E il resto del dance-pop da classifica?), ma intanto fioccano i nomi che vengono da lì o che lì trovano un’identità, dalle rivelazioni Madame (2021 e 2023) a Blanco (2023, con Mahmood) e Gaia (2021, 2025), fino alla stessa Rose Villain, che all’Ariston ha trovato un posto nel mondo (2024, 2025). Perfino Fedez, che a un certo punto sembrava potersi costruire da sé un palco – o almeno, con l’ex moglie Chiara Ferragni, guarda caso co-conduttrice nel 2023, non senza patemi, ma tutto torna – e fare a meno di questa maratona istituzionale ricorrerà all’Ariston (2021), ancora (2025) e ancora (tra pochi giorni).
S’è creata perfino una nuova classe media, i nuovi Anna Oxa e Fausto Leali, presenze fisse solo con meno colpi di testa o presenze in Est Europa (visti i tempi…): Elodie è stata quattro volte al Festival, Irama sei. Peraltro loro suonano negli stadi, gli originali riempivano al massimo le piazze.
Sì, perché mettere al centro il rap ha, di fatto, tolto la patina di vecchio al Festival, rendendolo prima di tutto un colosso sui social e nello streaming, con una serie di percentuali di interazione e gradimento in crescendo, sventolate in conferenza stampa dalla Rai con brama perfino maggiore degli ascolti, segno che: a) al pubblico più attempato non ci pensa più nessuno; b) questo Sanremo se non mira a raccontare “la vera musica italiana” – frase trita, che significa poco – perlomeno porta in tv campioni del mercato, nomi impensabili (anche considerando gli equivalenti dell’epoca) solo dieci anni fa, nel pieno dell’ennesimo basso medioevo in cui si era finiti. E pazienza se a parte Soldi e La noia di Angelina Mango(2024) a vincere alla fine sono sempre bei compromessi come Brividi (2022), i Marco Mengoni (2023), addirittura il passatismo di Måneskin (2021) e Olly (2025).
Siamo il paese in cui ci si conosce tutti, per fare rivoluzioni. E la rivoluzione non serve: serve portare sponsor, destare l’interesse delle etichette discografiche, far sentire attuale la kermesse, dare meme a pagine social da milioni di follower, per lo più anche qui giovanissimi, che hanno costruito i loro palinsesti su quelli della Rai. L’urban, in questo senso, è stata la vera chiave di attualizzazione del Festival.
Tutto perfetto quindi? Insomma. L’impressione è che Amadeus si sia sfilato al momento giusto (2024) e Carlo Conti sia arrivato al 2026 con il fiato corto, oltre che un po’ scettico. Non sembra granché appassionato del genere, e il genere dal canto suo pare a sua volta essersi inguaiato da sé, votandosi a volte alla copia di sé stesso, all’usato sicuro (di già), a brani apparentemente scritti con l’uso dell’intelligenza artificiale, anche se poi sono solo il frutto del politburo di sei o sette autori. È stato il ritornello della scorsa edizione: “La gente ne ha abbastanza della musica di plastica”, desidera sangue, verità e forse un po’ di passato, quindi Olly e Lucio Corsi.
La rivoluzione è già finita, è già fallita? E gli ascolti? E le classifiche? C’è davvero aria di saturazione nell’urban? Chi ne prenderà il posto? Andremo avanti, indietro, o di lato? Tra pochi giorni, con la fatidica quota in questione ridotta a pochi esemplari (Luchè, Sayf, Samurai Jay) e un gran ritorno delle ballate pre-Baglioni, si avranno indicazioni più certe. Certo è che, finora, è stato un trionfo.