“Ink”, il bel film di Boyle. Peccato che piacerà anche a Murdoch. La recensione di Alberto Crespi
di Alberto CrespiVENEZIA – Ink, il film di Danny Boyle che ha aperto la Mostra di Venezia, è un oggetto molto difficile da maneggiare con gli strumenti tradizionali della critica. Nel senso che ha tutto per essere lodato, ma ha un problema di fondo – che fra poco spiegheremo – che rimette tutto in discussione.
Andiamo con ordine. È ambientato nel mondo del giornalismo britannico a cavallo fra anni ’60 e ’70. È la storia di come Rupert Murdoch (il futuro padrone di Fox News) tentò di entrare nel salotto buono di Fleet Street, la strada londinese dei grandi giornali, comprando il Sun, un tabloid che nell’ambiente tutti disprezzavano. E soprattutto è la storia di come Murdoch scelse come direttore Larry Lamb, un inviato del Daily Mail con tre caratteristiche: fiuto per le notizie (il più scandalistiche possibile), pelo sullo stomaco e una voglia di rivalsa che faceva di lui una bomba a orologeria. Infarcendo il giornale di notizie “sensazionali” (spesso false) e di ragazze senza veli, Lamb portò il …
VENEZIA – Ink, il film di Danny Boyle che ha aperto la Mostra di Venezia, è un oggetto molto difficile da maneggiare con gli strumenti tradizionali della critica. Nel senso che ha tutto per essere lodato, ma ha un problema di fondo – che fra poco spiegheremo – che rimette tutto in discussione.
Andiamo con ordine. È ambientato nel mondo del giornalismo britannico a cavallo fra anni ’60 e ’70. È la storia di come Rupert Murdoch (il futuro padrone di Fox News) tentò di entrare nel salotto buono di Fleet Street, la strada londinese dei grandi giornali, comprando il Sun, un tabloid che nell’ambiente tutti disprezzavano. E soprattutto è la storia di come Murdoch scelse come direttore Larry Lamb, un inviato del Daily Mail con tre caratteristiche: fiuto per le notizie (il più scandalistiche possibile), pelo sullo stomaco e una voglia di rivalsa che faceva di lui una bomba a orologeria. Infarcendo il giornale di notizie “sensazionali” (spesso false) e di ragazze senza veli, Lamb portò il Sun a vendere tre milioni e mezzo di copie.
Questa vicenda di giornalismo selvaggio viene raccontata da Boyle in un film veloce, adrenalinico, ben scritto (da James Graham), ottimamente interpretato: Guy Pearce è Murdoch, Jack O’Connell è Lamb e Claire Foy è la cinica cronista addetta ai “contenuti femminili”. Ink ha un ritmo pazzesco grazie soprattutto al montaggio di Fin Oates, che si fa venire idee brillanti praticamente ad ogni sequenza. Insomma, Ink ha tutto per essere un buon film, uno di quelli che consigli volentieri agli amici, ed è davvero un bel film, però…
Il “però”, il problema di fondo che anticipavamo poc’anzi, è del tutto extrafilmico e si riassume in una parola: Sun. Che vuol dire “sole” ma che nel giornalismo britannico è sinonimo di tabloid popolare poco rispettabile, di giornalismo spazzatura, di una stampa che insegue lo scandalo e vellica i gusti più retrivi del pubblico. Qualcosa che in Italia nemmeno ben conosciamo, perché – pur nello sconfortante panorama odierno – una “cosa” come il Sun non l’abbiamo mai avuta, almeno fra i quotidiani (forse un possibile termine di paragone era il settimanale Cronaca vera, che qualcuno ricorderà). Quindi, se da un lato Boyle e Graham ricreano un’epoca del giornalismo per la quale è lecito un pizzico di nostalgia canaglia, dall’altro rendono simpatici personaggi come Murdoch e Lamb che, come minimo, avevano un’idea di informazione cinica e profondamente sessista. Tutto ciò che si vede nel film è realmente accaduto: e se nel film appare divertente, nella realtà non lo era affatto. Ink è comunque da vedere, e probabilmente vi piacerà: pensate però, almeno per un attimo, che probabilmente piacerà anche a Murdoch.
Ink
di Danny Boyle
Voto: 3 stelle su 5