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Venezia 83, le registe alla Mostra: tanti sguardi per raccontare il mondo

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Marazzi, Gyllenhaal, May el-Toukhy e le altre autrici della Mostra: storie diversissime, dalla guerra civile spagnola alla Palestina, dalla famiglia al corpo. E a bordo tappeto rosso c’è la protesta dei ventagli
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Gerda Taro fu travolta da un carrarmato durante la battaglia di Brunete, a ovest di Madrid, sul fronte della guerra civile spagnola. Era il 25 luglio del 1937, aveva 27 anni. Aveva cambiato nome, paese, vita e mestiere, inventato con Endre Friedmann la figura di Robert Capa, ritagliandosi un’autonomia forte di scelte e sguardo. “Una giovane donna irrequieta alla ricerca di sé, della propria identità anche professionale e che vuole prendere parte al tempo presente, alla storia”, dice Alina Marazzi, che con La ragazza con la Leica ha aperto Orizzonti.


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È l’immagine da cui cominciare a guardare le donne di Venezia 83. Perché delle registe che non ci sono, soprattutto nel concorso, si è parlato molto e giustamente. Adesso però la Mostra comincia e arrivano i film. E vale la pena raccontare le artiste che ci sono. Non serve trovare per forza un filo che unisca i loro film, perché le cine…

Gerda Taro fu travolta da un carrarmato durante la battaglia di Brunete, a ovest di Madrid, sul fronte della guerra civile spagnola. Era il 25 luglio del 1937, aveva 27 anni. Aveva cambiato nome, paese, vita e mestiere, inventato con Endre Friedmann la figura di Robert Capa, ritagliandosi un’autonomia forte di scelte e sguardo. “Una giovane donna irrequieta alla ricerca di sé, della propria identità anche professionale e che vuole prendere parte al tempo presente, alla storia”, dice Alina Marazzi, che con La ragazza con la Leica ha aperto Orizzonti.


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È l’immagine da cui cominciare a guardare le donne di Venezia 83. Perché delle registe che non ci sono, soprattutto nel concorso, si è parlato molto e giustamente. Adesso però la Mostra comincia e arrivano i film. E vale la pena raccontare le artiste che ci sono. Non serve trovare per forza un filo che unisca i loro film, perché le cineaste non portano un tema ma mondi che vale la pena esplorare.

Ventagli con la scritta #SoloUna e #Oneisnotenough vengono distribuiti davanti al Palazzo del cinema al Lido come segno visibile della protesta "per un'assenza che non può essere considerata normale". 

Nelle stesse ore in cui Marazzi consegna Gerda Taro al Lido, Maggie Gyllenhaal si presenta come presidente della giuria. Attrice, sceneggiatrice, regista, una delle intellettuali più interessanti del cinema americano, alla domanda sulle due sole presenze femminili alla regia tra i 21 film in concorso risponde prima con l’ironia: “Credo che sia finalmente diventato chiaro che gli uomini fanno film migliori delle donne”. Poi racconta qualcosa che conosce direttamente: “C’è un problema sistemico”. Per una donna è ancora più difficile trovare i finanziamenti necessari a fare un film. E Gyllenhaal sposta subito il ragionamento dai numeri a qualcosa di più profondo: se le donne hanno esperienze diverse e dunque possono raccontare storie diverse, chi stabilisce che quelle storie abbiano lo stesso valore? “Chi decide cosa è buono? Chi decide cosa ha valore?”. Quest’anno Gyllenhaal presiede la giuria e porta alla Mostra anche il corto Flesh Impact, con Ellen Burstyn, Dakota Johnson, Peter Sarsgaard e Sepideh Moafi, in cui immagina Marilyn Monroe oltre la morte, nel centenario della sua nascita.

Anche Marazzi parte da un percorso lungo. Otto anni per realizzare il film, ma Gerda Taro sembra quasi aspettarla da sempre. Da Un’ora sola ti vorrei, costruito attraverso le immagini della madre scomparsa, a Vogliamo anche le rose, sulla trasformazione delle donne italiane tra gli anni Sessanta e Settanta, fino a Tutto parla di te, sulle zone oscure della maternità, Marazzi ha lavorato sulla memoria e sulle vite femminili che le immagini possono cancellare oppure restituire. Gerda porta quel percorso dentro la Storia: una donna ricordata per troppo tempo soprattutto accanto a Robert Capa prende in mano una Leica e diventa autrice dello sguardo.

In concorso May el-Toukhy porta Woman Unknown. La regista danese di origine egiziana, premiata al Sundance con Queen of Hearts, torna a una protagonista difficile da trasformare in eroina. Nella Danimarca del dopoguerra, Marie è una domestica che sta per sposare il ricco vedovo per cui lavora – complice anche il bel rapporto con la figlioletta di lui – e cambiare così classe sociale, ma la perseguita un segreto: una relazione avuta durante l’occupazione con un tedesco, proprio mentre nelle strade le collaborazioniste vengono spogliate, rasate, marchiate. Per difendersi è costretta a fare scelte moralmente oscure. Come in Queen of Hearts la regista aveva raccontato una rispettabile avvocata, moglie e madre, che manda in frantumi la propria vita attraverso una relazione con il figliastro, anche stavolta sceglie un personaggio ambiguo, una donna lontana dall’obbligo di essere un personaggio positivo.

L’altra donna alla regia nel concorso è Rachel Szor, che firma Naza insieme a Yuval Abraham. Alberto Barbera lo indica tra i film che faranno discutere: “Sicuramente Naza, il film sulla Palestina”. I due registi israeliani hanno lavorato per tre anni, racconta, intervistando ufficiali dell’esercito e dell’intelligence sulle decisioni che hanno portato anche all’uccisione di civili palestinesi a Gaza. Un film che prova dunque a entrare dall’interno nella catena delle responsabilità.

Poi c’è Rubaiyat Hossain, una delle voci più interessanti del cinema del Bangladesh. Dopo Made in Bangladesh, sulle operaie tessili e la nascita di una coscienza sindacale, con The Difficult Bride cambia registro e trasforma i preparativi di un matrimonio in body horror. Zaineen deve diventare la sposa perfetta, dimagrire, schiarire la pelle, modificare il proprio corpo. Finché quel corpo comincia a ribellarsi.

Dalla Cina arriva Michelle Zhou con Big Little Things. Una ragazza torna a casa per il Capodanno accompagnata da un uomo che deve fingere di essere il suo fidanzato. Il problema è che compare la sua vera compagna. Un coming out costruito come una commedia familiare sulla distanza tra la persona che siamo e quella che continuiamo a interpretare per chi ci ama.

Una storia, il debutto alla regia di Anna Foglietta. Con Alba Rohrwacher e Guido Caprino

Anna Foglietta debutta nella regia di lungometraggio con Una storia: Alba Rohrwacher e Guido Caprino sono Erika e Mauro, una coppia che sembra aver trovato il proprio equilibrio finché la figlia lascia casa. Il vuoto rimette in circolo tutto quello che era stato accantonato: desideri, ferite, identità che la famiglia aveva in parte assorbito.

Tra le autrici da aspettare c’è Jacqueline Lentzou, che con Moon, 66 Questions aveva raccontato il ritorno di una giovane donna accanto al padre malato. In A Day in the Life of Jo: Chapter Phaedra entra nella giornata di una quindicenne, tra la madre, l’innamoramento per Phaedra, sogni e poesia, fino a quando la violenza della polizia rompe il suo mondo. E c’è la serba Jelena Maksimović, montatrice e documentarista al primo film di finzione, che in Until the Day Ends porta una ventenne dentro una Belgrado attraversata dalle proteste studentesche: Lena è di sinistra e si avvicina proprio a un ragazzo di destra mentre intorno a loro la città esplode.

Alle Giornate degli Autori Lili Horvát apre con My Notes on Mars, con Mackenzie Davis e Rupert Friend. Una scienziata scompare durante un’escursione con il marito e ricompare settimane dopo, quando tutti la credono morta. Ha dimenticato la propria vita affettiva, ricorda soltanto le ricerche su Marte. Horvát aveva già giocato con amore, memoria e percezione in Preparations to Be Together for an Unknown Period of Time, storia di una neurochirurga che torna in Ungheria per un uomo che sostiene di non averla mai incontrata.

Hoda Taheri, rifugiata iraniana a Berlino, firma I Plant My Hand in the Garden, codiretto con Boris Hadžija. Hoda è incinta, Boris è il suo amico gay serbo, decidono di sposarsi e crescere insieme il bambino inventando una famiglia che non corrisponde ai modelli ricevuti. Nathalia Acevedo, con Salón de belleza, tratto da Mario Bellatin, trasforma invece un salone in un rifugio per corpi emarginati sospesi tra vita e morte.

Ci sono le esordienti della Settimana della Critica: Shalini Adnani, che in Our Share of Sand porta una dodicenne nell’India rurale sulle tracce dei segreti del padre; Bibiana Rojas Gómez, che insieme a Juan David Cárdenas parte dai video familiari di The End of Times e arriva alla storia violenta della Colombia; Dong Jie, che in Zoom In, Zoom Out racconta invece un ragazzo, i videogiochi, una scomparsa e il confine sempre più incerto tra vita reale e mondo digitale. Un buon promemoria contro la tentazione di mettere tutte queste registe nella stessa casella.

E poi i nomi già consacrati. Laura Poitras, Oscar per Citizenfour e Leone d’oro a Venezia con All the Beauty and the Bloodshed, torna con Rachel Lauren Mueller e They’re Here. Julia Loktev e Anna Nemzer portano My Undesirable Friends: Part II – Exile. Elizabeth Chai Vasarhelyi, Oscar con Jimmy Chin per Free Solo, firma con lui Everest: The Other Side. Nei corti ci sono Mona Fastvold, Claire Denis, la stessa Gyllenhaal. Saoirse Ronan debutta dietro la macchina da presa con Paper Plane. Nel Biennale College Maria Giovanna Cicciari firma Demetra in esilio, ancora una storia tra madre e figlia.

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