MILANO - Quattro album in vent'anni, cinque milioni di dischi venduti e un seguito di culto che li ha fatti entrare nella top ten dei deejay più ricchi del mondo con un valore stimato di 30 milioni di dollari ciascuno: i parigini Thomas Bangalter e Guy-Manuel de Homem-Christo non hanno nemmeno quarant'anni, nessuno conosce il loro vero volto a causa delle maschere che indossano, ma sono tra i musicisti più influenti della scena dance mondiale. Ora, a otto anni dall'ultimo disco, ritornano con l'attesissimo Random access memories, album ambizioso (e il loro migliore) in uscita il 21 maggio, tredici canzoni per un'ora e un quarto di musica capace di abbracciare uno spettro di generi talmente ampio - dalla disco al funk, dalla classica al pop - da risultare inclassificabile.
"Meglio così, anche perché noi cerchiamo sempre di evitare le definizioni: sono solo parole - spiega serio Bangalter, 37 anni, casa a Beverly Hills e due figli con l'attrice Élodie Bouchez - la musica è una forma d'arte che non prevede divisioni o classificazioni, non può essere pesata o quantificata, solo essere ascoltata. Poi può piacere o meno, ma lì entriamo nel campo dell'oggettività".
Per quest'album avete chiamato molti ospiti importanti, da Julian Casablancas degli Strokes a Pharrell Williams, fino a Nile Rodgers degli Chic. Come sono nate le collaborazioni?
"In maniera casuale. Non sono collaborazioni cercate, sono figlie di incontri accidentali: Pharell lo abbiamo incontrato a una festa, ci siamo messi a parlare di musica ripromettendoci di incidere qualcosa; Julian invece è un amico di amici e un giorno ci ha invitato a casa sua. È stata una combinazione fortunata, perché poi ognuno di loro si è rivelato al posto giusto nel momento giusto".
Rispetto ai vostri album precedenti, è un disco interamente suonato, pochi campionamenti e grandi musicisti in studio. C'è perfino Paul Williams, co-protagonista de Il fantasma del palcoscenico di Brian De Palma...
"Paul è amico di uno dei nostri ingegneri del suono. Avevamo questo pezzo che rimandava all'universo di Broadway e abbiamo pensato a lui. Touch rappresenta bene il disco, perché evoca atmosfere apparentemente lontane da quello che dovrebbero essere i Daft Punk. E qui sta il divertimento: unire l'elettronica al dixieland, la fusion al rock".
Una delle tracce, Giorgio by Moroder, è un brano di nove minuti non solo dedicato al compositore italiano Giorgio Moroder, vincitore di tre Oscar per film come Flashdance e Top Gun, ma anche interpretato da lui. Perché?
"Perché siamo suoi fan, la sua musica è da sempre evidente fonte di ispirazione per i Daft Punk. Quattro anni fa, mentre eravamo a Los Angeles, ci ha invitato a prendere un caffè. Abbiamo accettato, felici all'idea che anche lui fosse un nostro fan, e da quell'incontro è nata l'idea di registrare un brano in cui fosse lo stesso Moroder a raccontare la sua vita sopra un tappeto sonoro creato da noi. Il risultato è una sorta di audio-documentario davvero unico".
Moroder è stato l'unico italiano ad avervi ispirato?
"In realtà no. Per immaginare l'intero album ci è servito molto il cinema di Fellini, la sua ambizione nel mettere in immagini i suoi sogni, sfidando gli spettatori a sostenere le sue visioni. Abbiamo cercato di fare lo stesso: mescolare sogni e realtà, costruire ricordi e associazioni di idee attraverso la musica. E, parlando di italiani, un paio d'anni fa abbiamo scoperto anche il vostro Lucio Battisti: mai sentito prima, alcune delle sue produzioni sono davvero coraggiose".
In vent'anni siete riusciti a diventare una band di culto dal valore economico immenso. Ve lo aspettavate quando avete fondato i Daft Punk?
"No, perché nel 1993 non ci aspettavamo nulla, vivevamo alla giornata, fino a quando ci siamo accorti che le cose si stavano muovendo velocemente. Senza dubbio siamo felici di questo successo, ma per noi è importante soprattutto essere riusciti a mantenere l'integrità artistica. Non ci siamo mai venduti, e oggi possiamo dire di essere ancora liberi com'eravamo vent'anni fa. Non era scontato".
Qual è il vostro obiettivo oggi?
"Fare grande musica, riuscire a comporre dischi rilevanti. Non ci importa essere mainstream o modaioli, vogliamo superare le barriere imposte dai generi in musica. Vogliamo essere come i Beatles o come i Queen, gruppi i cui brani oggi puoi ascoltare tanto nei blockbuster di Hollywood quanto nei club di provincia. E per un motivo semplice: perché hanno inciso solo grandi canzoni".
Cosa succede dopo l'uscita di Random access memories: un nuovo tour dei Daft Punk?
"Assolutamente no. Questo album ha richiesto cinque anni della nostra vita, di cui quasi tre passati dentro uno studio. Ora è arrivato il momento di vedere la reazione del pubblico, sperando riesca a scoprire tutti gli ingredienti della ricetta usata per il nuovo album. Tocca a noi adesso fare gli spettatori".
"Meglio così, anche perché noi cerchiamo sempre di evitare le definizioni: sono solo parole - spiega serio Bangalter, 37 anni, casa a Beverly Hills e due figli con l'attrice Élodie Bouchez - la musica è una forma d'arte che non prevede divisioni o classificazioni, non può essere pesata o quantificata, solo essere ascoltata. Poi può piacere o meno, ma lì entriamo nel campo dell'oggettività".
Per quest'album avete chiamato molti ospiti importanti, da Julian Casablancas degli Strokes a Pharrell Williams, fino a Nile Rodgers degli Chic. Come sono nate le collaborazioni?
"In maniera casuale. Non sono collaborazioni cercate, sono figlie di incontri accidentali: Pharell lo abbiamo incontrato a una festa, ci siamo messi a parlare di musica ripromettendoci di incidere qualcosa; Julian invece è un amico di amici e un giorno ci ha invitato a casa sua. È stata una combinazione fortunata, perché poi ognuno di loro si è rivelato al posto giusto nel momento giusto".
Rispetto ai vostri album precedenti, è un disco interamente suonato, pochi campionamenti e grandi musicisti in studio. C'è perfino Paul Williams, co-protagonista de Il fantasma del palcoscenico di Brian De Palma...
"Paul è amico di uno dei nostri ingegneri del suono. Avevamo questo pezzo che rimandava all'universo di Broadway e abbiamo pensato a lui. Touch rappresenta bene il disco, perché evoca atmosfere apparentemente lontane da quello che dovrebbero essere i Daft Punk. E qui sta il divertimento: unire l'elettronica al dixieland, la fusion al rock".
Una delle tracce, Giorgio by Moroder, è un brano di nove minuti non solo dedicato al compositore italiano Giorgio Moroder, vincitore di tre Oscar per film come Flashdance e Top Gun, ma anche interpretato da lui. Perché?
"Perché siamo suoi fan, la sua musica è da sempre evidente fonte di ispirazione per i Daft Punk. Quattro anni fa, mentre eravamo a Los Angeles, ci ha invitato a prendere un caffè. Abbiamo accettato, felici all'idea che anche lui fosse un nostro fan, e da quell'incontro è nata l'idea di registrare un brano in cui fosse lo stesso Moroder a raccontare la sua vita sopra un tappeto sonoro creato da noi. Il risultato è una sorta di audio-documentario davvero unico".
Moroder è stato l'unico italiano ad avervi ispirato?
"In realtà no. Per immaginare l'intero album ci è servito molto il cinema di Fellini, la sua ambizione nel mettere in immagini i suoi sogni, sfidando gli spettatori a sostenere le sue visioni. Abbiamo cercato di fare lo stesso: mescolare sogni e realtà, costruire ricordi e associazioni di idee attraverso la musica. E, parlando di italiani, un paio d'anni fa abbiamo scoperto anche il vostro Lucio Battisti: mai sentito prima, alcune delle sue produzioni sono davvero coraggiose".
In vent'anni siete riusciti a diventare una band di culto dal valore economico immenso. Ve lo aspettavate quando avete fondato i Daft Punk?
"No, perché nel 1993 non ci aspettavamo nulla, vivevamo alla giornata, fino a quando ci siamo accorti che le cose si stavano muovendo velocemente. Senza dubbio siamo felici di questo successo, ma per noi è importante soprattutto essere riusciti a mantenere l'integrità artistica. Non ci siamo mai venduti, e oggi possiamo dire di essere ancora liberi com'eravamo vent'anni fa. Non era scontato".
Qual è il vostro obiettivo oggi?
"Fare grande musica, riuscire a comporre dischi rilevanti. Non ci importa essere mainstream o modaioli, vogliamo superare le barriere imposte dai generi in musica. Vogliamo essere come i Beatles o come i Queen, gruppi i cui brani oggi puoi ascoltare tanto nei blockbuster di Hollywood quanto nei club di provincia. E per un motivo semplice: perché hanno inciso solo grandi canzoni".
Cosa succede dopo l'uscita di Random access memories: un nuovo tour dei Daft Punk?
"Assolutamente no. Questo album ha richiesto cinque anni della nostra vita, di cui quasi tre passati dentro uno studio. Ora è arrivato il momento di vedere la reazione del pubblico, sperando riesca a scoprire tutti gli ingredienti della ricetta usata per il nuovo album. Tocca a noi adesso fare gli spettatori".