PRIMA ti colpiva il titolo, Gelaterie sconsacrate. Testi e musiche di quel disco ormai lontano - uscì nel 1997, era il primo dei Virginiana Miller - rafforzavano poi subito la convinzione che dietro il nome curioso del gruppo livornese ci fosse altrettanta e fervida curiosità per l'arte in movimento. Qualcuno ne restò piacevolmente fulminato. Come Sandro Veronesi, che su "Musica" scrisse: "Gelaterie sconsacrate è un capolavoro, il disco italiano che aspettavo da vent'anni". Da allora sono passati dischi, tour, premi, riconoscimenti. E adesso che i Virginiana Miller sono fuori con Venga il Regno (sesto album in carriera) e un nuovo tour di supporto, che parte stasera dal Teatro Petrella di Longiano, sa sono consapevoli di avere tanta attenzione, e tante aspettative, su di loro. Ne parliamo con il cantante, front man e principale autore della band, Simone Lenzi.
[[ge:rep-locali:repubblica:67794225]]
Venga il Regno è un titolo che annuncia, e auspica, un mondo nuovo. Di quali ideali è popolato il mondo che prefigurate con questo disco?
"Forse più modestamente si tratta solo della proiezione di un dato anagrafico sulla realtà: a 45 anni non crediamo più di avere tutta la vita davanti. Venga il Regno è forse l'accettazione di questa circostanza e l'auspicio di fare quanto possibile con quel che è rimasto. Magari anche con più decisione".
Con il primo singolo dell'album, Una bella giornata, offrite la chiave di lettura dell'album intero. Perché il concetto di "bellezza" che esprimete implica una filosofia di vita. È così?
"Crediamo fermamente che un po' di bellezza, o, se preferisci, anche un minimo del tanto vituperato buon gusto avrebbe potuto salvarci il mondo. Ancora nel '94, quando venne fuori quel miliardario vestito da miliardario, con la sciarpina di seta bianca, ricordi?... ecco, bastava guardarlo per capire come sarebbe finita".
Venga il regno è l'album più diretto e militante della vostra carriera. Davvero i Virginiana aspirano a guidare una carica? Contro chi, contro cosa?
"Contro nessuno... figurati, al limite contro noi stessi, per tutto il tempo che abbiamo perso a guardarci l'ombelico. Ci siamo solo divertiti a indossare delle divise un po' logore, che in fondo ci rappresentano un po'. La vita consuma tutti. Ma il segno che ci sia bisogno di una riscossa mi pare comunque diffuso e palpabile".
[[ge:rep-locali:repubblica:67807283]]
Nell'album l'ombra della storia italiana è una costante. In Anni di piombo è assolutamente esplicita. Ma la vostra prospettiva su quella lunga tragedia, e sull'omicidio di Aldo Moro in particolare, è davvero originale. Tanto da nascondere, dietro quel titolo, una canzone d'amore!
"Sono personalmente convinto che in quella vicenda ci siamo giocati il futuro del Paese. Che se non ci fosse stato il rapimento Moro, con quell'epilogo atroce, il Paese oggi oggi sarebbe diverso. Avremmo anche una sinistra diversa, con idee più chiare e moderne, consolidate in una pratica di governo più rodata negli anni. Credo che se ti interessa il presente, ed è di questo che in fondo si parla, tu non possa non farti delle domande su quel che fu in gioco allora. Gli anni di piombo congelarono il Paese in una morsa asfittica: adesso paghiamo il conto della nostra arretratezza. Nel video la canzone è dedicata ai Padri. Moro fu uno di questi padri di cui la nostra società è tragicamente orfana e di cui pure c'è ancora un disperato bisogno".
"Con la cultura non si mangia", ha detto qualcuno in questo sventurato paese. Invece la cultura non si arresta, a dispetto di chi non la promuove né tanto meno si adopera per finanziarla. E la cultura si ciba anche, spesso e volentieri, di canzoni. Ed è cultura viva, vivace, tutt'altro che "pallosa", come dimostra il caso dei Virginiana Miller.
"Lo disse Tremonti, mi ricordo... Che vuoi rispondergli? Con la cultura non si mangia... beh, magari è vero: cerca un posto al ristorante a Torino nei giorni in cui c'è la Fiera del Libro! Che lo abbia detto un ministro della Repubblica italiana, una nazione in cui ci sono città, come Firenze o Roma, che hanno, da sole, un patrimonio artistico superiore a quello di diverse nazioni europee prese nel loro insieme, penso la dica lunga sul perché respiriamo adesso quest'aria di fallimento. Ma venendo a noi, credo che i Virginiana Miller siano un vero gruppo pop, dove 'pop' sta per popular. Tutto dipende allora dall'idea che hai di cultura e di popolo. Io ne ho una alta, nobile. Questo vuol dire che non abbiamo mai fatto niente che escludesse qualcuno a priori, niente che volesse stare per forza in una nicchia. Credo però che il popolo non vada preso per il culo... che poi al popolo ogni tanto piaccia farcisi prendere è un'altra questione".
Avete vinto il David di Donatello 2013 (Miglior canzone originale) con Tutti i santi giorni, il film di Virzì. La collaborazione con il vostro concittadino regista è destinata a continuare? E quanto è contigua al cinema la vostra attività
"Non so se Paolo avrà bisogno di noi in futuro, naturalmente ce lo auguriamo. Lavorare con lui è una esperienza di quelle che non si dimenticano. Per il resto, il cinema piace a tutti qui nel gruppo: se ci sono proposte interessanti, noi siamo sempre pronti".
[[ge:rep-locali:repubblica:67794208]]
Siete di nuovo live con un nuovo tour. Con quali novità, quali ambizioni?
"La novità vera è che abbiamo molta voglia di suonare dal vivo, dopo un anno e mezzo di astinenza. Mi auguro che chi verrà a sentirci possa percepirlo".
L'originalità e la forza letteraria del gruppo vi è riconosciuta, così come molti (per esempio Sandro Veronesi, il primo dei vostri fan) sostengono che senza di voi la scena del rock italiano oggi non sarebbe la stessa...
"Credo che abbiamo contribuito ad aprire alcune strade che altri hanno poi percorso, con ottimi risultati a volte, e magari con più successo. Abbiamo contribuito a rinnovare una tradizione, portando linfa che veniva da fuori. Abbiamo dimostrato che era possibile farlo senza rinnegare niente. E ci fa piacere che qualcuno ce lo riconosca. Siamo anche molto felici del fatto che, come dicevi, venga riconosciuta una dignità letteraria a quel che cantiamo. Anche se, lo vedi... non ci hanno mai voluto a Sanremo e nemmeno al Club Tenco: non c'è parrocchia che abbia voluto battezzarci. Pazienza. Piacere a tanta gente come Sandro Veronesi è un riconoscimento sufficiente".
A proposito di "chi influenza chi". A ispirarvi è stata in origine soprattutto la scena inglese più creativa degli anni 80. E poi? E ora? Avete acquisito nuovi... cugini?
"A 45 anni è più difficile prendere quelle scuffie adolescenziali per la musica che prendevi a venti e che rasentavano l'idolatria. Compriamo ancora i dischi, ce li sentiamo ancora. Ma io, ad esempio, non starei più a cantare nella pioggia sotto il palco di nessuno".
[[ge:rep-locali:repubblica:67794225]]
Venga il Regno è un titolo che annuncia, e auspica, un mondo nuovo. Di quali ideali è popolato il mondo che prefigurate con questo disco?
"Forse più modestamente si tratta solo della proiezione di un dato anagrafico sulla realtà: a 45 anni non crediamo più di avere tutta la vita davanti. Venga il Regno è forse l'accettazione di questa circostanza e l'auspicio di fare quanto possibile con quel che è rimasto. Magari anche con più decisione".
Con il primo singolo dell'album, Una bella giornata, offrite la chiave di lettura dell'album intero. Perché il concetto di "bellezza" che esprimete implica una filosofia di vita. È così?
"Crediamo fermamente che un po' di bellezza, o, se preferisci, anche un minimo del tanto vituperato buon gusto avrebbe potuto salvarci il mondo. Ancora nel '94, quando venne fuori quel miliardario vestito da miliardario, con la sciarpina di seta bianca, ricordi?... ecco, bastava guardarlo per capire come sarebbe finita".
Venga il regno è l'album più diretto e militante della vostra carriera. Davvero i Virginiana aspirano a guidare una carica? Contro chi, contro cosa?
"Contro nessuno... figurati, al limite contro noi stessi, per tutto il tempo che abbiamo perso a guardarci l'ombelico. Ci siamo solo divertiti a indossare delle divise un po' logore, che in fondo ci rappresentano un po'. La vita consuma tutti. Ma il segno che ci sia bisogno di una riscossa mi pare comunque diffuso e palpabile".
[[ge:rep-locali:repubblica:67807283]]
Nell'album l'ombra della storia italiana è una costante. In Anni di piombo è assolutamente esplicita. Ma la vostra prospettiva su quella lunga tragedia, e sull'omicidio di Aldo Moro in particolare, è davvero originale. Tanto da nascondere, dietro quel titolo, una canzone d'amore!
"Sono personalmente convinto che in quella vicenda ci siamo giocati il futuro del Paese. Che se non ci fosse stato il rapimento Moro, con quell'epilogo atroce, il Paese oggi oggi sarebbe diverso. Avremmo anche una sinistra diversa, con idee più chiare e moderne, consolidate in una pratica di governo più rodata negli anni. Credo che se ti interessa il presente, ed è di questo che in fondo si parla, tu non possa non farti delle domande su quel che fu in gioco allora. Gli anni di piombo congelarono il Paese in una morsa asfittica: adesso paghiamo il conto della nostra arretratezza. Nel video la canzone è dedicata ai Padri. Moro fu uno di questi padri di cui la nostra società è tragicamente orfana e di cui pure c'è ancora un disperato bisogno".
"Con la cultura non si mangia", ha detto qualcuno in questo sventurato paese. Invece la cultura non si arresta, a dispetto di chi non la promuove né tanto meno si adopera per finanziarla. E la cultura si ciba anche, spesso e volentieri, di canzoni. Ed è cultura viva, vivace, tutt'altro che "pallosa", come dimostra il caso dei Virginiana Miller.
"Lo disse Tremonti, mi ricordo... Che vuoi rispondergli? Con la cultura non si mangia... beh, magari è vero: cerca un posto al ristorante a Torino nei giorni in cui c'è la Fiera del Libro! Che lo abbia detto un ministro della Repubblica italiana, una nazione in cui ci sono città, come Firenze o Roma, che hanno, da sole, un patrimonio artistico superiore a quello di diverse nazioni europee prese nel loro insieme, penso la dica lunga sul perché respiriamo adesso quest'aria di fallimento. Ma venendo a noi, credo che i Virginiana Miller siano un vero gruppo pop, dove 'pop' sta per popular. Tutto dipende allora dall'idea che hai di cultura e di popolo. Io ne ho una alta, nobile. Questo vuol dire che non abbiamo mai fatto niente che escludesse qualcuno a priori, niente che volesse stare per forza in una nicchia. Credo però che il popolo non vada preso per il culo... che poi al popolo ogni tanto piaccia farcisi prendere è un'altra questione".
Avete vinto il David di Donatello 2013 (Miglior canzone originale) con Tutti i santi giorni, il film di Virzì. La collaborazione con il vostro concittadino regista è destinata a continuare? E quanto è contigua al cinema la vostra attività
"Non so se Paolo avrà bisogno di noi in futuro, naturalmente ce lo auguriamo. Lavorare con lui è una esperienza di quelle che non si dimenticano. Per il resto, il cinema piace a tutti qui nel gruppo: se ci sono proposte interessanti, noi siamo sempre pronti".
[[ge:rep-locali:repubblica:67794208]]
Siete di nuovo live con un nuovo tour. Con quali novità, quali ambizioni?
"La novità vera è che abbiamo molta voglia di suonare dal vivo, dopo un anno e mezzo di astinenza. Mi auguro che chi verrà a sentirci possa percepirlo".
L'originalità e la forza letteraria del gruppo vi è riconosciuta, così come molti (per esempio Sandro Veronesi, il primo dei vostri fan) sostengono che senza di voi la scena del rock italiano oggi non sarebbe la stessa...
"Credo che abbiamo contribuito ad aprire alcune strade che altri hanno poi percorso, con ottimi risultati a volte, e magari con più successo. Abbiamo contribuito a rinnovare una tradizione, portando linfa che veniva da fuori. Abbiamo dimostrato che era possibile farlo senza rinnegare niente. E ci fa piacere che qualcuno ce lo riconosca. Siamo anche molto felici del fatto che, come dicevi, venga riconosciuta una dignità letteraria a quel che cantiamo. Anche se, lo vedi... non ci hanno mai voluto a Sanremo e nemmeno al Club Tenco: non c'è parrocchia che abbia voluto battezzarci. Pazienza. Piacere a tanta gente come Sandro Veronesi è un riconoscimento sufficiente".
A proposito di "chi influenza chi". A ispirarvi è stata in origine soprattutto la scena inglese più creativa degli anni 80. E poi? E ora? Avete acquisito nuovi... cugini?
"A 45 anni è più difficile prendere quelle scuffie adolescenziali per la musica che prendevi a venti e che rasentavano l'idolatria. Compriamo ancora i dischi, ce li sentiamo ancora. Ma io, ad esempio, non starei più a cantare nella pioggia sotto il palco di nessuno".