NEL GRANDE tour Shankar Family & Friends del 1973 con Ravi Shankar e George Harrison, c'era anche lui, Lakshiminarayana Subramaniam, violinista indiano che suona tutto, da Paganini al jazz ai raga indiani, e che è anche l'autore della musica del film Salaam Bombay e uno degli interpreti della colonna sonora di Il Piccolo Buddha di Bertolucci. Ieri a Vicenza, in conservatorio, e stasera a Milano, al Centro Congressi, Subramaniam è in Italia per due esibizioni accompagnato dalla sua di famiglia: la moglie Kavita Krishnamurthy, cantante star di Bollywood, e i figli Bindu e Ambi. "Il nostro è un concerto di 'global fusion', dice il violinista. "Suoniamo musica classica indiana e alcune composizioni 'filoccidentali'. Ci sono tanti elementi di connubio tra tradizione orientale e musica occidentale come la partecipazione di un tastierista, di un bassista e di vari percussionisti, normalmente fuori dai gruppi strumentali indiani".
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Ambasciatore di pace, protagonista di un numero enorme di dischi e concerti, Subramaniam è in Italia poiché convinto che la musica sia uno strumento di dialogo tra popoli. Ma non gli piace commentare gli avvenimenti politici: "I due Marò? Non sono un politico, spero soltanto che la situazione si risolva presto e finisca bene per le famigli di tutte le persone convolte".
Maestro, lei è ambasciatore di pace, ma in che modo la musica può servire a questo scopo?
"Ho percepito fortemente la musica come veicolo di pace quando mi sono esibito con Stevie Wonder per le Nazioni Unite. Tutti gli ambasciatori di fronte alla musica avevano dimenticato le differenze e i conflitti. Quando si suona, si crea un rapporto particolare, molto stretto tra musicista e tutti i singoli ascoltatori".
Che genere di relazione vede tra India e Italia?
"Per me tornare in Italia è un po' come tornare a casa, trovo molte similitudini tra italiani e indiani. Sono popoli molto aperti alla cultura e alla musica, ai diversi stili, alla conoscenza. In comune per esempio hanno la forte propensione alla convivialità. Sanno rilassarsi e godersi le cose in collettività".
Lei è tra i maggiori promotori della musica carnatica, stile tipico del sud dell'India. Perché preferisce questo filone a quello hindustani? È una questione solo estetica, di linguaggio o anche "politica", ideologia, geografica?
"Lo stile carnatico è uno dei più antichi e lo preferisco perché mio padre, anch'egli violinista, è stato tra i più importanti musicisti di questo stile; un vero e proprio guru musicale. La musica carnatica porta avanti la tradizione a differenza di quella hindustani che si è arricchita e contaminata anche grazie al fatto che il nord dell'India fosse più esposto agli ingressi di altre popolazioni".
Rispetto alla musica occidentale, quella indiana, che è basata su un sistema diverso, è sempre la stessa da secoli...
"È che la musica classica indiana è caratterizzata da moltissime scale, basate su un sistema orizzontale, che possono eseguirsi in modalità infinitamente diverse. Ogni musicista così si dedica ad approfondire un particolare aspetto di ogni singola scala, non c'è tempo e interesse per lo sviluppo dell'armonia. Il ruolo principale resta dunque quello dell'esecutore, non del compositore, perché sono i sentimenti che guidano l'improvvisazione su quelle scale, le quali di volta in volta hanno esiti diversi. In più la musica occidentale si è costruita storicamente su figure forti che dovevano essere ogni volta superate. Allora Beethoven doveva fare qualcosa di diverso da Vivaldi e Tchaikovsky doveva in qualche modo andare oltre Beethoven... E così via".
Il violino è l'unico strumento della tradizione occidentale pienamente accettato nella musica indiana. Perché?
"Il violino è lo strumento ideale per tutto, sia per il canto che per l'accompagnamento. In realtà era uno strumento che si conosceva già da tempo ma è stato introdotto in maniera determinante durante il dominio inglese. All'inizio però era usato come strumento d'accompagnamento, non necessitava di grande padronanza e non era dunque così ambìto. Poi, anche grazie a mio padre che ha approfondito e creato nuove tecniche, è diventato uno strumento solista pure nella nostra musica e oggi è incaricato spesso dell'importante ruolo del canto".
Che ricordo ha dei colleghi Shankar e Harrison?
"Il ricordo risale agli anni 70, quando mi trovavo in California per studiare medicina. Divenuto dottore decisi di dedicarmi solo alla musica. Sono stato contattato da Shankar per partecipare al grande tour europeo e statunitense con lui e Harrison. È stato importante perché grazie a quei concerti si è data definitivamente al mondo occidentale la consapevolezza della musica indiana".
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Come è possibile che l'India, il Paese di Gandhi e della spiritualità, debba fronteggiare ancora questioni di palese ingiustizia come le problematiche condizioni delle donne?
"In India ci sono due estremi che riguardano la collocazione femminile: da un lato c'è una donna Primo Ministro, abbiamo avuto una donna Presidente e, nella nostra cultura, vi sono tante divinità femminili; ma all'opposto c'è una violenza contro le donne perpetrata da persone che non hanno coscienza dell'uguaglianza e che pensano ancora che sia l'uomo a dover comandare. È una questione non solo di mentalità ma anche di possibilità. Il sistema legale è complicato e molto burocratizzato... I colpevoli sanno che non verranno mai puniti e che in qualche modo, tra le pieghe della legge, la faranno franca. Molti commettono violenze anche perché sono così disperati da ritenere che almeno in carcere avrebbero un tetto e da mangiare".
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Ambasciatore di pace, protagonista di un numero enorme di dischi e concerti, Subramaniam è in Italia poiché convinto che la musica sia uno strumento di dialogo tra popoli. Ma non gli piace commentare gli avvenimenti politici: "I due Marò? Non sono un politico, spero soltanto che la situazione si risolva presto e finisca bene per le famigli di tutte le persone convolte".
Maestro, lei è ambasciatore di pace, ma in che modo la musica può servire a questo scopo?
"Ho percepito fortemente la musica come veicolo di pace quando mi sono esibito con Stevie Wonder per le Nazioni Unite. Tutti gli ambasciatori di fronte alla musica avevano dimenticato le differenze e i conflitti. Quando si suona, si crea un rapporto particolare, molto stretto tra musicista e tutti i singoli ascoltatori".
Che genere di relazione vede tra India e Italia?
"Per me tornare in Italia è un po' come tornare a casa, trovo molte similitudini tra italiani e indiani. Sono popoli molto aperti alla cultura e alla musica, ai diversi stili, alla conoscenza. In comune per esempio hanno la forte propensione alla convivialità. Sanno rilassarsi e godersi le cose in collettività".
Lei è tra i maggiori promotori della musica carnatica, stile tipico del sud dell'India. Perché preferisce questo filone a quello hindustani? È una questione solo estetica, di linguaggio o anche "politica", ideologia, geografica?
"Lo stile carnatico è uno dei più antichi e lo preferisco perché mio padre, anch'egli violinista, è stato tra i più importanti musicisti di questo stile; un vero e proprio guru musicale. La musica carnatica porta avanti la tradizione a differenza di quella hindustani che si è arricchita e contaminata anche grazie al fatto che il nord dell'India fosse più esposto agli ingressi di altre popolazioni".
Rispetto alla musica occidentale, quella indiana, che è basata su un sistema diverso, è sempre la stessa da secoli...
"È che la musica classica indiana è caratterizzata da moltissime scale, basate su un sistema orizzontale, che possono eseguirsi in modalità infinitamente diverse. Ogni musicista così si dedica ad approfondire un particolare aspetto di ogni singola scala, non c'è tempo e interesse per lo sviluppo dell'armonia. Il ruolo principale resta dunque quello dell'esecutore, non del compositore, perché sono i sentimenti che guidano l'improvvisazione su quelle scale, le quali di volta in volta hanno esiti diversi. In più la musica occidentale si è costruita storicamente su figure forti che dovevano essere ogni volta superate. Allora Beethoven doveva fare qualcosa di diverso da Vivaldi e Tchaikovsky doveva in qualche modo andare oltre Beethoven... E così via".
Il violino è l'unico strumento della tradizione occidentale pienamente accettato nella musica indiana. Perché?
"Il violino è lo strumento ideale per tutto, sia per il canto che per l'accompagnamento. In realtà era uno strumento che si conosceva già da tempo ma è stato introdotto in maniera determinante durante il dominio inglese. All'inizio però era usato come strumento d'accompagnamento, non necessitava di grande padronanza e non era dunque così ambìto. Poi, anche grazie a mio padre che ha approfondito e creato nuove tecniche, è diventato uno strumento solista pure nella nostra musica e oggi è incaricato spesso dell'importante ruolo del canto".
Che ricordo ha dei colleghi Shankar e Harrison?
"Il ricordo risale agli anni 70, quando mi trovavo in California per studiare medicina. Divenuto dottore decisi di dedicarmi solo alla musica. Sono stato contattato da Shankar per partecipare al grande tour europeo e statunitense con lui e Harrison. È stato importante perché grazie a quei concerti si è data definitivamente al mondo occidentale la consapevolezza della musica indiana".
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Come è possibile che l'India, il Paese di Gandhi e della spiritualità, debba fronteggiare ancora questioni di palese ingiustizia come le problematiche condizioni delle donne?
"In India ci sono due estremi che riguardano la collocazione femminile: da un lato c'è una donna Primo Ministro, abbiamo avuto una donna Presidente e, nella nostra cultura, vi sono tante divinità femminili; ma all'opposto c'è una violenza contro le donne perpetrata da persone che non hanno coscienza dell'uguaglianza e che pensano ancora che sia l'uomo a dover comandare. È una questione non solo di mentalità ma anche di possibilità. Il sistema legale è complicato e molto burocratizzato... I colpevoli sanno che non verranno mai puniti e che in qualche modo, tra le pieghe della legge, la faranno franca. Molti commettono violenze anche perché sono così disperati da ritenere che almeno in carcere avrebbero un tetto e da mangiare".