MILANO - Dimenticarsi Fratelli d'Italia, non ci possiamo più permettere i suoi afflati eroici e idealisti, i suoi "stringiamoci a coorte siam pronti alla morte, l'Italia chiamò". Ecco l'Inno nazionale, di nome e di fatto, adatto ai tempi che corrono: "Qui è sempre stato lo Stato contro la legge, protetti dagli sbirri e da loro chi ci protegge? Mare di pescecani, terra di Don Giovanni, il re dei Sette Nani si prende sette anni, stringono patti, trippa per gatti, frate tutti fatti, tutti rifatti. Fratelli d'Italia, l'Italia protesta, è l'Elmo di Scipio abbassa la testa. Truffare, spacciare, trafficare, è l'inno nazionale, è l'inno nazionale, uccidere, rubare, pagare per scopare, è l'inno nazionale". Il nuovo Goffredo Mameli (e anche il Michele Novaro) si chiama Francesco Vigorelli, ma è decisamente più noto come Jake La Furia, uno dei tre componenti dei Club Dogo. Che come i suoi due sodali Guè Pequeno e Don Joe si è messo momentaneamente in proprio e ha prodotto Inno nazionale, che fa parte dell'album Musica commerciale, appena pubblicato. È un disco dai toni più che cupi, con una descrizione dell'Italia che invoglia se non al suicidio quantomeno all'espatrio.
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Non crede di avere esagerato? Siamo messi così male?
"Forse anche peggio. Ammetto di essere sempre stato un po' dark, anche nei Club Dogo. Però credo che davvero i vizi dell'Italietta siano diventati i vizi dell'Italia tout court, cioè di tutti. Certe caratteristiche, la gaglioffaggine, la protervia, la disonestà, ci sono sempre state, ma erano circondate dalla disapprovazione collettiva e confinate a certi film. Adesso dilagano, si è persa la vergogna che rendeva difficile delinquere".
Per colpa di chi?
"Non pensi che la butti in politica, che dica che è colpa di questo o di quello. Certo, ci sono esempi ben noti tra i nostri parlamentari, ma loro sono solo l'effetto, non la causa. La colpa è un po' di tutti, molto semplicemente".
Ed è semplice dire anche come uscirne?
"Per nulla, e per di più non spetta a me. Io non sono un risolutore. Racconto quello che vedo e che penso e che pensano all'estero, dove siamo considerati i furbetti, quelli che se ne fregano delle regole, perché poi tanto tutto viene dimenticato. Posso dire che qualche speranza la conservo, ma - più che di uscirne - di migliorare un po' la situazione".
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Non è certo il primo rapper che racconta l'Italia in toni crudi. Siete diventati dei moderni giustizieri?
"Non direi. Semmai siamo diventati i moderni cantautori, cioè abbiamo preso il ruolo della musica impegnata per raccontare quel che succede. Noi rapper abbiamo tantissimo da dire, anche in senso letterale vista la densità e la lunghezza dei nostri testi, e parliamo di quel che pensa la gente. Il cantautorato è ormai diventato snob, e molto pop".
Ma non ce n'è troppo, di rap? Ormai lo fanno tutti, sta dilagando.
"Il punto è che è scoppiato tutto assieme, perché ci siamo omologati in un botto solo al resto del mondo. In America e negli altri paesi è un fenomeno di decenni fa. Qui abbiamo avuto qualche botta in passato, ma il grosso è venuto fuori ora, solo adesso stiamo capendo che il rap è grande e ha tanti sottogeneri: pop, underground, colorito, morigerato, cristiano, satanista".
E lei dove sta?
"Direi sul pop".
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A proposito di pop, colpisce nel disco la sua rivisitazione di Gli anni d'oro degli 883. Come mai?
"Con Max Pezzali c'è grande rispetto da sempre. lo trovo un pezzo splendido sempre attuale, perché basta cambiare tre riferimenti per adattarlo di volta in volta a una generazione o a un'altra. Io, da buon 34enne, sono di quella successiva a Max e per quello l'ho riscritto".
Altra citazione che colpisce, in Proprio come lei riecheggiano le note di La mia moto di Jovanotti, il primo Jovanotti, quello rapper.
"In realtà l'omaggio non è al suo periodo rap, ma alla moto, che è una passione anche lavorativa. Oltre alla musica ho un'officina, la Hub Custom Factory, a Corsico, fuori Milano, dove sistemiamo Harley Davidson personalizzate. Io ne ho una sola, una Dynasport, con cui giro sempre meno, purtroppo".
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Non crede di avere esagerato? Siamo messi così male?
"Forse anche peggio. Ammetto di essere sempre stato un po' dark, anche nei Club Dogo. Però credo che davvero i vizi dell'Italietta siano diventati i vizi dell'Italia tout court, cioè di tutti. Certe caratteristiche, la gaglioffaggine, la protervia, la disonestà, ci sono sempre state, ma erano circondate dalla disapprovazione collettiva e confinate a certi film. Adesso dilagano, si è persa la vergogna che rendeva difficile delinquere".
Per colpa di chi?
"Non pensi che la butti in politica, che dica che è colpa di questo o di quello. Certo, ci sono esempi ben noti tra i nostri parlamentari, ma loro sono solo l'effetto, non la causa. La colpa è un po' di tutti, molto semplicemente".
Ed è semplice dire anche come uscirne?
"Per nulla, e per di più non spetta a me. Io non sono un risolutore. Racconto quello che vedo e che penso e che pensano all'estero, dove siamo considerati i furbetti, quelli che se ne fregano delle regole, perché poi tanto tutto viene dimenticato. Posso dire che qualche speranza la conservo, ma - più che di uscirne - di migliorare un po' la situazione".
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Non è certo il primo rapper che racconta l'Italia in toni crudi. Siete diventati dei moderni giustizieri?
"Non direi. Semmai siamo diventati i moderni cantautori, cioè abbiamo preso il ruolo della musica impegnata per raccontare quel che succede. Noi rapper abbiamo tantissimo da dire, anche in senso letterale vista la densità e la lunghezza dei nostri testi, e parliamo di quel che pensa la gente. Il cantautorato è ormai diventato snob, e molto pop".
Ma non ce n'è troppo, di rap? Ormai lo fanno tutti, sta dilagando.
"Il punto è che è scoppiato tutto assieme, perché ci siamo omologati in un botto solo al resto del mondo. In America e negli altri paesi è un fenomeno di decenni fa. Qui abbiamo avuto qualche botta in passato, ma il grosso è venuto fuori ora, solo adesso stiamo capendo che il rap è grande e ha tanti sottogeneri: pop, underground, colorito, morigerato, cristiano, satanista".
E lei dove sta?
"Direi sul pop".
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A proposito di pop, colpisce nel disco la sua rivisitazione di Gli anni d'oro degli 883. Come mai?
"Con Max Pezzali c'è grande rispetto da sempre. lo trovo un pezzo splendido sempre attuale, perché basta cambiare tre riferimenti per adattarlo di volta in volta a una generazione o a un'altra. Io, da buon 34enne, sono di quella successiva a Max e per quello l'ho riscritto".
Altra citazione che colpisce, in Proprio come lei riecheggiano le note di La mia moto di Jovanotti, il primo Jovanotti, quello rapper.
"In realtà l'omaggio non è al suo periodo rap, ma alla moto, che è una passione anche lavorativa. Oltre alla musica ho un'officina, la Hub Custom Factory, a Corsico, fuori Milano, dove sistemiamo Harley Davidson personalizzate. Io ne ho una sola, una Dynasport, con cui giro sempre meno, purtroppo".