ROMA caput mundi. Dallo scorso 6 luglio deve pensarla così anche Matthew Bellamy, voce e leader dei Muse, una delle più seguite e celebrate rock band contemporanee. Proprio la data romana è stata scelta per essere filmata, registrata e trasformata (oltre che nel classico cd/dvd live, la cui uscita è annunciata per il 3 dicembre) in un vero e proprio evento cinematografico. Si intitola Live at Rome Olympic Stadium, è un film-concerto che arriverà nei cinema supportato da una tecnologia video, la 4K Ultra High Definition, caratterizzata da una risoluzione di 8,8 milioni di pixel, ossia quattro volte superiore gli standard attuali di una normale proiezione HD in sala. Martedì 5 novembre ci saranno le anteprime in venti città selezionate in tutto il mondo, Roma e Milano in Italia, mentre il 12 novembre il concerto sarà proiettato per un giorno in oltre duecento sale della penisola (ecco l'elenco).
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Una doppia gioia visiva e sonora che coinvolgerà gli spettatori che erano presenti all'Olimpico - 60.963 fan, record di affluenza per un singolo show nell'estate live 2013 italiana; ora avranno la possibilità di rivedersi e riconoscersi in una sorta di "realtà aumentata" - e che coinvolgerà anche i tanti fan della band inglese che non hanno potuto partecipare fisicamente ai tre show estivi dei Muse, due allo stadio Olimpico di Torino e l'altro all'Olimpico di Roma. Per la registrazione di questo show sono state utilizzate 16 camere 4K, in modo da poter catturare tutti i dettagli, tutto l'entusiasmo del pubblico e il grandeur del trio originario di Teignmouth, nel Devon. Entusiasmo che appare evidente anche in Matthew Bellamy, a partire dal suo tono di voce, squillante e dinamico, proprio di chi non sta nella pelle. Evidentemente la curiosità di scoprire come sarà recepito dal pubblico l'esordio cinematografico dei Muse è davvero tanta.
I Muse e il cinema. Un rapporto già delineato grazie alle partecipazioni in varie colonne sonore, la saga di Twilight in primis, ma che ora si rafforza in maniera decisiva. Quali sono le sue sensazioni in merito?
"Nulla di paragonabile con tutto quello che è avvenuto prima. Essere protagonisti di un progetto così ambizioso, innovativo e per certi versi storico, non può che irradiarti di vibrazioni positive. Eravamo molto soddisfatti dopo il concerto all'Olimpico. Lo siamo stati ancora di più dopo aver rivisto tutto in video".
Perché fra tante città visitate in tour la scelta è ricaduta proprio su Roma?
"Eravamo veramente contenti di poter tornare a suonare a Roma. Non ci suonavamo da molto tempo - l'ultimo concerto dei Muse nella Capitale risaliva infatti a ben sette anni fa, più precisamente al 1 dicembre 2006 al PalaLottomatica, per il tour di Black holes and revelations - e il pubblico attraverso i vari forum e social network caldeggiava fortemente un nostro ritorno. Negli ultimi anni abbiamo suonato prevalentemente negli stadi, in Italia a San Siro (8 giugno 2010) fu un successo, così abbiamo deciso di affittare l'Olimpico. Anche se tutti intorno a noi, dal nostro management all'agenzia che ci organizza i tour, erano alquanto scettici. 'È un grosso rischio fare un concerto del genere a Roma. Potrebbe non funzionare', ci dicevano. Noi siamo andati avanti per la nostra strada e abbiamo confermato la data. Per fortuna la prevendita è andata talmente bene che si sono dovuti ricredere. È stata davvero una bella sensazione".
Avevate già registrato altre date del tour con la risoluzione 4K prima di quella di Roma?
"No, è stata la prima. Visti i risultati, da un punto di vista musicale, della risposta e partecipazione del pubblico e ovviamente della resa tecnica dello show, è rimasta anche l'unica. Quando abbiamo visionato il girato siamo rimasti talmente soddisfatti che non c'è stato bisogno di altre repliche".
Come siete entrati in contatto con questa nuova tecnologia video?
"Ce l'ha consigliata Matt Askem, il regista del concerto, che già aveva lavorato con noi in passato, in Hullabaloo: live at Le Zenith, Paris e HAARP. Mi ha subito stuzzicato l'idea di presentare in anteprima di qualche mese rispetto all'industria del cinema un nuovo standard qualitativo dell'immagine digitale concepito per le grandi sale. Poi quando l'ho vista all'opera mi ha onestamente impressionato. Soprattutto per la definizione dei dettagli: i singoli volti del pubblico, alcune parti della scenografia o degli strumenti. Più reale della realtà. Il tutto è sbalorditivo per una tecnologia in due dimensioni, quindi senza dover ricorrere a occhialetti o altro".
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Il mondo del cinema ha in qualche modo alimentato la poetica dei Muse?
"Nella nostra musica convogliano molti elementi, suggestioni. Il rock degli anni 70, la musica classica e sinfonica, il pop più evoluto e certo, anche il cinema recita un ruolo importante. Sia da un punto di vista visivo che sonoro. Le colonne sonore di John Williams sono una grande fonte d'ispirazione. Survival - il primo singolo estratto dall'ultimo album della band, The 2nd law, nonché il brano ufficiale delle Olimpiadi di Londra del 2012 - può essere un ottimo esempio in tal senso. Negli ultimi anni mi ha colpito molto quella del Cavaliere oscuro firmata Hans Zimmer e James Newton Howard".
Quale film musicale reputa il più riuscito di sempre?
"DicoThe wall dei Pink Floyd. Da un punto di vista tecnico e concettuale mi pare irraggiungibile. Le animazioni, il messaggio. Per non parlare della musica".
Quanto influisce la tecnologia nell'immaginario dei Muse? Sia da un punto di vista tecnico (registrazione, concerti) che evocativo, d'ispirazione...
"Venti anni fa siamo partiti in maniera semplice (chitarra, basso, batteria e piano) e poi abbiamo incorporato nel corso della nostra carriera elementi tecnologici, sia analogici che digitali. Quello che mi interessa è mantenere un equilibrio. Un suono organico. La tecnologia in fase di esecuzione o post-produzione ben venga ma deve essere sempre vincolata a un'idea ben precisa, un obiettivo. Uno strumento utile come altri, non la risposta a tutti problemi".
E nella sua vita privata? È un appassionato di tecnologia?
"Mi piace quando è invisibile. La preferisco nascosta, incorporata nell'arredamento, che esce allo scoperto solo quando è in funzione. Credo che il futuro della tecnologia sia proprio nella sua progressiva performabilità e discrezione rispetto all'ambiente circostante".
Quindi è un fautore della domotica?
"In realtà non direi. Al momento non ho praticamente nulla in casa che abbia a che fare con la domotica. La cosa più "avanzata" che possiedo in tal senso è il forno che si pulisce da solo".
Il suo rapporto con la rete? Internet, i social network...
"La uso il giusto perché mi sono subito reso conto che non sono naturalmente portato a essere immerso troppo tempo in un mondo 'virtuale'. Certo è molto comoda per comunicare con la famiglia quando si è in tour dall'altra parte del mondo o per scambiarsi idee e progetti senza alcun limite di tempo e spazio. Oggi si può essere fisicamente in più luoghi nello stesso momento. Però con gli amici preferisco ancora prendermi una pinta di birra al pub".
Crede che per dimostrare la grandezza di una band, e quindi della sua musica, sia sempre più importante organizzare show imponenti, pirotecnici, anche da un punto di vista scenografico?
"Ora mi viene assai difficile sostenere il contrario. Ci siamo molto esposti in tal senso, i nostri show sono stati ideati per essere proposti in grandi spazi e con importanti soluzioni scenografiche. Negli ultimi tour abbiamo principalmente suonato negli stadi, e reputo giusto aver allestito degli spettacoli ad hoc per quel tipo di dimensione. Non mi dispiacerebbe però tornare a suonare in spazi più ristretti, avere la possibilità di avere un contatto più diretto, confidenziale con il pubblico. Può darsi che il prossimo tour venga concepito con queste caratteristiche, magari alternando le date indoor con i grandi festival all'aperto".
Come leader di una band universalmente affermata come i Muse, quali sono gli obiettivi che vorrebbe ancora raggiungere?
"Questo film-concerto lo considero un nuovo inizio per la band. Spero possa diventare uno standard per gli show musicali, un metro di paragone con cui confrontarsi. Il futuro è pieno di fascino proprio per la sua innata imprevedibilità. Di obiettivi dichiarati non ne ho mai avuti".
Le chiediamo un ricordo sul grande Lou Reed, scomparso pochi giorni fa. Lo ha mai incontrato di persona?
"Non l'ho mai incontrato dal vivo, quindi purtroppo non ho alcun aneddoto diretto da rivelare o conservare. Rimane la sua musica. È stata una perdita enorme, per tutti gli amanti del rock".
Ha mai pensato a una carriera solista o a un progetto parallelo? Che tipo di musica ed estetica le piacerebbe sperimentare?
"Non mi immagino a suonare, a creare musica, con altre persone che non siano i miei compagni nei Muse, Dominic Howard e Chris Wolstenholme, e i nostri collaboratori. Forse fuori dalla band potrei dedicarmi alla composizione di colonne sonore. Ecco, tra qualche anno questa potrebbe essere la mia prossima dimensione".
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Una doppia gioia visiva e sonora che coinvolgerà gli spettatori che erano presenti all'Olimpico - 60.963 fan, record di affluenza per un singolo show nell'estate live 2013 italiana; ora avranno la possibilità di rivedersi e riconoscersi in una sorta di "realtà aumentata" - e che coinvolgerà anche i tanti fan della band inglese che non hanno potuto partecipare fisicamente ai tre show estivi dei Muse, due allo stadio Olimpico di Torino e l'altro all'Olimpico di Roma. Per la registrazione di questo show sono state utilizzate 16 camere 4K, in modo da poter catturare tutti i dettagli, tutto l'entusiasmo del pubblico e il grandeur del trio originario di Teignmouth, nel Devon. Entusiasmo che appare evidente anche in Matthew Bellamy, a partire dal suo tono di voce, squillante e dinamico, proprio di chi non sta nella pelle. Evidentemente la curiosità di scoprire come sarà recepito dal pubblico l'esordio cinematografico dei Muse è davvero tanta.
I Muse e il cinema. Un rapporto già delineato grazie alle partecipazioni in varie colonne sonore, la saga di Twilight in primis, ma che ora si rafforza in maniera decisiva. Quali sono le sue sensazioni in merito?
"Nulla di paragonabile con tutto quello che è avvenuto prima. Essere protagonisti di un progetto così ambizioso, innovativo e per certi versi storico, non può che irradiarti di vibrazioni positive. Eravamo molto soddisfatti dopo il concerto all'Olimpico. Lo siamo stati ancora di più dopo aver rivisto tutto in video".
Perché fra tante città visitate in tour la scelta è ricaduta proprio su Roma?
"Eravamo veramente contenti di poter tornare a suonare a Roma. Non ci suonavamo da molto tempo - l'ultimo concerto dei Muse nella Capitale risaliva infatti a ben sette anni fa, più precisamente al 1 dicembre 2006 al PalaLottomatica, per il tour di Black holes and revelations - e il pubblico attraverso i vari forum e social network caldeggiava fortemente un nostro ritorno. Negli ultimi anni abbiamo suonato prevalentemente negli stadi, in Italia a San Siro (8 giugno 2010) fu un successo, così abbiamo deciso di affittare l'Olimpico. Anche se tutti intorno a noi, dal nostro management all'agenzia che ci organizza i tour, erano alquanto scettici. 'È un grosso rischio fare un concerto del genere a Roma. Potrebbe non funzionare', ci dicevano. Noi siamo andati avanti per la nostra strada e abbiamo confermato la data. Per fortuna la prevendita è andata talmente bene che si sono dovuti ricredere. È stata davvero una bella sensazione".
Avevate già registrato altre date del tour con la risoluzione 4K prima di quella di Roma?
"No, è stata la prima. Visti i risultati, da un punto di vista musicale, della risposta e partecipazione del pubblico e ovviamente della resa tecnica dello show, è rimasta anche l'unica. Quando abbiamo visionato il girato siamo rimasti talmente soddisfatti che non c'è stato bisogno di altre repliche".
Come siete entrati in contatto con questa nuova tecnologia video?
"Ce l'ha consigliata Matt Askem, il regista del concerto, che già aveva lavorato con noi in passato, in Hullabaloo: live at Le Zenith, Paris e HAARP. Mi ha subito stuzzicato l'idea di presentare in anteprima di qualche mese rispetto all'industria del cinema un nuovo standard qualitativo dell'immagine digitale concepito per le grandi sale. Poi quando l'ho vista all'opera mi ha onestamente impressionato. Soprattutto per la definizione dei dettagli: i singoli volti del pubblico, alcune parti della scenografia o degli strumenti. Più reale della realtà. Il tutto è sbalorditivo per una tecnologia in due dimensioni, quindi senza dover ricorrere a occhialetti o altro".
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Il mondo del cinema ha in qualche modo alimentato la poetica dei Muse?
"Nella nostra musica convogliano molti elementi, suggestioni. Il rock degli anni 70, la musica classica e sinfonica, il pop più evoluto e certo, anche il cinema recita un ruolo importante. Sia da un punto di vista visivo che sonoro. Le colonne sonore di John Williams sono una grande fonte d'ispirazione. Survival - il primo singolo estratto dall'ultimo album della band, The 2nd law, nonché il brano ufficiale delle Olimpiadi di Londra del 2012 - può essere un ottimo esempio in tal senso. Negli ultimi anni mi ha colpito molto quella del Cavaliere oscuro firmata Hans Zimmer e James Newton Howard".
Quale film musicale reputa il più riuscito di sempre?
"DicoThe wall dei Pink Floyd. Da un punto di vista tecnico e concettuale mi pare irraggiungibile. Le animazioni, il messaggio. Per non parlare della musica".
Quanto influisce la tecnologia nell'immaginario dei Muse? Sia da un punto di vista tecnico (registrazione, concerti) che evocativo, d'ispirazione...
"Venti anni fa siamo partiti in maniera semplice (chitarra, basso, batteria e piano) e poi abbiamo incorporato nel corso della nostra carriera elementi tecnologici, sia analogici che digitali. Quello che mi interessa è mantenere un equilibrio. Un suono organico. La tecnologia in fase di esecuzione o post-produzione ben venga ma deve essere sempre vincolata a un'idea ben precisa, un obiettivo. Uno strumento utile come altri, non la risposta a tutti problemi".
E nella sua vita privata? È un appassionato di tecnologia?
"Mi piace quando è invisibile. La preferisco nascosta, incorporata nell'arredamento, che esce allo scoperto solo quando è in funzione. Credo che il futuro della tecnologia sia proprio nella sua progressiva performabilità e discrezione rispetto all'ambiente circostante".
Quindi è un fautore della domotica?
"In realtà non direi. Al momento non ho praticamente nulla in casa che abbia a che fare con la domotica. La cosa più "avanzata" che possiedo in tal senso è il forno che si pulisce da solo".
Il suo rapporto con la rete? Internet, i social network...
"La uso il giusto perché mi sono subito reso conto che non sono naturalmente portato a essere immerso troppo tempo in un mondo 'virtuale'. Certo è molto comoda per comunicare con la famiglia quando si è in tour dall'altra parte del mondo o per scambiarsi idee e progetti senza alcun limite di tempo e spazio. Oggi si può essere fisicamente in più luoghi nello stesso momento. Però con gli amici preferisco ancora prendermi una pinta di birra al pub".
Crede che per dimostrare la grandezza di una band, e quindi della sua musica, sia sempre più importante organizzare show imponenti, pirotecnici, anche da un punto di vista scenografico?
"Ora mi viene assai difficile sostenere il contrario. Ci siamo molto esposti in tal senso, i nostri show sono stati ideati per essere proposti in grandi spazi e con importanti soluzioni scenografiche. Negli ultimi tour abbiamo principalmente suonato negli stadi, e reputo giusto aver allestito degli spettacoli ad hoc per quel tipo di dimensione. Non mi dispiacerebbe però tornare a suonare in spazi più ristretti, avere la possibilità di avere un contatto più diretto, confidenziale con il pubblico. Può darsi che il prossimo tour venga concepito con queste caratteristiche, magari alternando le date indoor con i grandi festival all'aperto".
Come leader di una band universalmente affermata come i Muse, quali sono gli obiettivi che vorrebbe ancora raggiungere?
"Questo film-concerto lo considero un nuovo inizio per la band. Spero possa diventare uno standard per gli show musicali, un metro di paragone con cui confrontarsi. Il futuro è pieno di fascino proprio per la sua innata imprevedibilità. Di obiettivi dichiarati non ne ho mai avuti".
Le chiediamo un ricordo sul grande Lou Reed, scomparso pochi giorni fa. Lo ha mai incontrato di persona?
"Non l'ho mai incontrato dal vivo, quindi purtroppo non ho alcun aneddoto diretto da rivelare o conservare. Rimane la sua musica. È stata una perdita enorme, per tutti gli amanti del rock".
Ha mai pensato a una carriera solista o a un progetto parallelo? Che tipo di musica ed estetica le piacerebbe sperimentare?
"Non mi immagino a suonare, a creare musica, con altre persone che non siano i miei compagni nei Muse, Dominic Howard e Chris Wolstenholme, e i nostri collaboratori. Forse fuori dalla band potrei dedicarmi alla composizione di colonne sonore. Ecco, tra qualche anno questa potrebbe essere la mia prossima dimensione".