MILANO - Ai Pixies non serve granché per esprimere il proprio mondo: un palco, disadorno, poche luci, una camicia a quadri per il frontman, Black Francis o Frank Black, a piacimento, con pelata e tanti chili sulla pancia (mai phisique du role fu più latitante del suo) ma il gioco è sempre quello, una lezione di stile, perfetta, rigorosa, un segno che viene da lontano, da quel suono che alla fine degli anni Ottanta fece innamorare il mondo del rock alternativo, compreso Kurt Cobain (talmente preso dal gruppo da desiderare di farne parte).
I Pixies sono tornati, con un bel singolo (Bagboy) che interrompe anni di silenzio, e una ritrovata voglia di performance, con formazione quasi integrale, a parte la rilevante assenza della bassista Kim Deal (salutata dai compagni con affetto e rimpianto) rimpiazzata curiosamente da un'altra Kim, Shattuck, che viene dal gruppo tutto al femminile delle Pandoras.
[[ge:rep-locali:repubblica:70366716]]
All'Alcatraz di Milano la band è stata accolta con straordinario affetto, con la devozione dovuta ai maestri, perché in fin dei conti di questo si tratta. Oggi i Pixies sono poco mobili, da un punto di vista creativo, e se proprio dovessimo fare un appunto, l'unico sarebbe quello di proporre un concerto pensato espressamente per i fan, con poche idee nuove. Ma accettato questo dato, ammesso che sia un limite, è un concerto da godere fino in fondo. Con qualche distorsione in più, la band ha rivisitato la sua storia, quello spigoloso e luminescente flusso elettrico che fu il loro marchio di fabbrica, la voce quasi sempre compassata, sobria, sorniona, distesa su accordi cantilenanti e saturi. Il repertorio lo hanno riproposto con dovizia di materiale, da Here comes your man a Winterlong, deliziando il pubblico con esecuzioni impeccabili, energiche, ricostruendo il percorso di una band particolarmente tormentata (vedi lo scioglimento nel 1993, fino alla reunion del 2004) ma che ha saputo esprimere l'alterità del distacco, dando un senso profondo all'idea stessa di rock alternativo, e non ovviamente nel più semplicistico modo della relazione con l'industria discografica, piuttosto come dimensione culturale, come scelta di campo per esprimere un dissenso assoluto verso lo show business e le sue regole, come unica possibilità di integrità artistica.
I Pixies sono tornati, con un bel singolo (Bagboy) che interrompe anni di silenzio, e una ritrovata voglia di performance, con formazione quasi integrale, a parte la rilevante assenza della bassista Kim Deal (salutata dai compagni con affetto e rimpianto) rimpiazzata curiosamente da un'altra Kim, Shattuck, che viene dal gruppo tutto al femminile delle Pandoras.
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All'Alcatraz di Milano la band è stata accolta con straordinario affetto, con la devozione dovuta ai maestri, perché in fin dei conti di questo si tratta. Oggi i Pixies sono poco mobili, da un punto di vista creativo, e se proprio dovessimo fare un appunto, l'unico sarebbe quello di proporre un concerto pensato espressamente per i fan, con poche idee nuove. Ma accettato questo dato, ammesso che sia un limite, è un concerto da godere fino in fondo. Con qualche distorsione in più, la band ha rivisitato la sua storia, quello spigoloso e luminescente flusso elettrico che fu il loro marchio di fabbrica, la voce quasi sempre compassata, sobria, sorniona, distesa su accordi cantilenanti e saturi. Il repertorio lo hanno riproposto con dovizia di materiale, da Here comes your man a Winterlong, deliziando il pubblico con esecuzioni impeccabili, energiche, ricostruendo il percorso di una band particolarmente tormentata (vedi lo scioglimento nel 1993, fino alla reunion del 2004) ma che ha saputo esprimere l'alterità del distacco, dando un senso profondo all'idea stessa di rock alternativo, e non ovviamente nel più semplicistico modo della relazione con l'industria discografica, piuttosto come dimensione culturale, come scelta di campo per esprimere un dissenso assoluto verso lo show business e le sue regole, come unica possibilità di integrità artistica.