"SONO Scott Bradlee. Da molto tempo ho una relazione di amore/odio con la musica pop. Quando ero un aspirante pianista jazz non mi interessavo a nulla che piacesse a chi giudicavo musicalmente meno sofisticato di miae. Quest'intenzionale disinteresse è proseguito per un bel po' di tempo. Solo quando ho cominciato a realizzare video per Youtube ho deciso di abbandonare i miei preconcetti ed esaminare il pop contemporaneo con mente aperta. Ho così scoperto di non riuscire a catalogare questa come 'cattiva musica' se non in base a criteri arbitrariamente 'culturali' e che tutto il lavoro di analisi non poteva negare un fatto: nelle canzoni e negli artisti in questione risuona la cultura dei nostri tempi. Poiché da sempre amo il ruolo dell'avvocato del diavolo, ho scoperto che semplicemente alterando il contesto sonoro, si poteva trovare in questi pezzi un certo merito artistico". Così, per amore di curiosità e antagonismo (condito da un pizzico di snobismo newyorkese), Scott Bradlee ha fatto nascere e crescere il progetto Postmodern Jukebox, dopo una prima "prova generale" chiamata Mashups By Candlelight.
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È un progetto che può essere certamente definito postmoderno, ma, a testimonianza della sua articolazione, anche neo-rétro, oppure furbo-ingenuo, oppure simpatico-saputello, oppure altro ancora. In ogni caso funziona benissimo, visto che ogni nuovo brano inserito nel sito della formazione viaggia a colpi di milioni di clic. Proprio il sito, anziché gli album o i download o la pagina Facebook (che in proporzione non ha molti follower), funge da altoparlante privilegiato del Jukebox Postmoderno. Ciò che stupisce è l'essenzialità della presentazione: le pagine sono strutturate in modo sobrio, per non dire povero, e i video sono praticamente tutti girati con telecamera fissa nella casa di Bradlee, dove l'unico arredo fisso è il pianoforte. Dettagli di poco conto, peraltro, poiché il bello sta proprio nel vedere/ascoltare i pezzi uno dopo l'altro, esattamente come un jukebox sempre aggiornato dei successi del momento, riproposti magistralmente con tocchi d'ironia, abili variazioni armoniche e alla voce una star sexy-casereccia quale Robyn Adele Anderson.
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Ecco così che il tormentone "Royals" di Lorde viene interpretato in chiave crooner da un gigantesco "triste clown con voce d'oro" e coriste dalle movenze catatoniche, la truzzissima "Timber" di Pitbull e Ke$ha vira verso un nostalgico doo wop anni 50, mentre un altro pezzo strasentito come "Thrift Shop" di Macklemore e Ryan Lewis prende una piega ragtime, risultando peraltro la più riconoscibile di queste tre, che sono prototipi eloquenti.
Chiaro che un simile lavoro si presta tanto a entusiasmi quanto a critiche (su YouTube i "non mi piace" sono nell'ordine delle due migliaia per ciascun video), tuttavia l'intera storia può essere visualizzata come due viaggi sonori lungo la stessa strada ma in direzioni opposte. Si va cioè dalla musica seria, o comunque radicata culturalmente, a quella pop dal consumo rapido e dai contenuti effimeri, ma si viaggia anche nell'altro senso e c'è da immaginare la faccia di qualche jazzofilo sdegnoso nello scoprire che quel capolavoro New Orleans jazz cantato dall'intensa voce di Miche Braden altro non è che "Story Of My Life" degli... One Direction.
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Chiaro che la critica può essere quella della coazione a ripetere secondo lo schema "trovo il pezzo pop scemo e lo rifaccio intelligente", in tal modo vanificando l'essenza del pop che è appunto la sventatezza soavemente scema, il gioiello falso che fa più luce di quello vero. Per fortuna Scott Bradlee sembra conscio del pericolo e trova motivazioni di un qualche spessore non solo tecnico ma anche emotivo alle sue scelte: "Dopo avere ascoltato 'Story Of My Life' degli One Direction pensai sarebbe stato interessante ascoltare il testo cantato da qualcuno più anziano degli, ehm, One Direction. Dopo tutto si tratta di una canzone piuttosto spessa. Notai inoltre che la sequenza degli accordi poteva essere trasformata in una progressione armonica in chiave jazz di New Orleans e la cosa mi entusiasmò".
Insomma, piaccia o meno l'idea, non si può negare che siamo comunque lontani dall'ovvio e dal pittoresco, così come risulta chiaro che Bradlee sembra intenzionato ad ampliare contorni e colori del progetto, come dimostrano queste sue dichiarazioni di principio: "Voglio dare il miglior contributo possibile al lessico pop. Voglio incoraggiare altri ad allargare i confini dei generi fornendo loro gli strumenti per farlo. Insieme a questo, voglio creare un universo alternativo della canzone...".
Quella di Bradlee si è rivelata in ogni caso una scommessa vinta, sia per le intenzioni che per i risultati. E a questo punto viene spontaneo chiedersi: non c'è nessuno in Italia che sappia fare lo stesso lavoro magari - giusto per fare un esempio - partendo da "Se non te" di Laura Pausini?
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È un progetto che può essere certamente definito postmoderno, ma, a testimonianza della sua articolazione, anche neo-rétro, oppure furbo-ingenuo, oppure simpatico-saputello, oppure altro ancora. In ogni caso funziona benissimo, visto che ogni nuovo brano inserito nel sito della formazione viaggia a colpi di milioni di clic. Proprio il sito, anziché gli album o i download o la pagina Facebook (che in proporzione non ha molti follower), funge da altoparlante privilegiato del Jukebox Postmoderno. Ciò che stupisce è l'essenzialità della presentazione: le pagine sono strutturate in modo sobrio, per non dire povero, e i video sono praticamente tutti girati con telecamera fissa nella casa di Bradlee, dove l'unico arredo fisso è il pianoforte. Dettagli di poco conto, peraltro, poiché il bello sta proprio nel vedere/ascoltare i pezzi uno dopo l'altro, esattamente come un jukebox sempre aggiornato dei successi del momento, riproposti magistralmente con tocchi d'ironia, abili variazioni armoniche e alla voce una star sexy-casereccia quale Robyn Adele Anderson.
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Ecco così che il tormentone "Royals" di Lorde viene interpretato in chiave crooner da un gigantesco "triste clown con voce d'oro" e coriste dalle movenze catatoniche, la truzzissima "Timber" di Pitbull e Ke$ha vira verso un nostalgico doo wop anni 50, mentre un altro pezzo strasentito come "Thrift Shop" di Macklemore e Ryan Lewis prende una piega ragtime, risultando peraltro la più riconoscibile di queste tre, che sono prototipi eloquenti.
Chiaro che un simile lavoro si presta tanto a entusiasmi quanto a critiche (su YouTube i "non mi piace" sono nell'ordine delle due migliaia per ciascun video), tuttavia l'intera storia può essere visualizzata come due viaggi sonori lungo la stessa strada ma in direzioni opposte. Si va cioè dalla musica seria, o comunque radicata culturalmente, a quella pop dal consumo rapido e dai contenuti effimeri, ma si viaggia anche nell'altro senso e c'è da immaginare la faccia di qualche jazzofilo sdegnoso nello scoprire che quel capolavoro New Orleans jazz cantato dall'intensa voce di Miche Braden altro non è che "Story Of My Life" degli... One Direction.
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Chiaro che la critica può essere quella della coazione a ripetere secondo lo schema "trovo il pezzo pop scemo e lo rifaccio intelligente", in tal modo vanificando l'essenza del pop che è appunto la sventatezza soavemente scema, il gioiello falso che fa più luce di quello vero. Per fortuna Scott Bradlee sembra conscio del pericolo e trova motivazioni di un qualche spessore non solo tecnico ma anche emotivo alle sue scelte: "Dopo avere ascoltato 'Story Of My Life' degli One Direction pensai sarebbe stato interessante ascoltare il testo cantato da qualcuno più anziano degli, ehm, One Direction. Dopo tutto si tratta di una canzone piuttosto spessa. Notai inoltre che la sequenza degli accordi poteva essere trasformata in una progressione armonica in chiave jazz di New Orleans e la cosa mi entusiasmò".
Insomma, piaccia o meno l'idea, non si può negare che siamo comunque lontani dall'ovvio e dal pittoresco, così come risulta chiaro che Bradlee sembra intenzionato ad ampliare contorni e colori del progetto, come dimostrano queste sue dichiarazioni di principio: "Voglio dare il miglior contributo possibile al lessico pop. Voglio incoraggiare altri ad allargare i confini dei generi fornendo loro gli strumenti per farlo. Insieme a questo, voglio creare un universo alternativo della canzone...".
Quella di Bradlee si è rivelata in ogni caso una scommessa vinta, sia per le intenzioni che per i risultati. E a questo punto viene spontaneo chiedersi: non c'è nessuno in Italia che sappia fare lo stesso lavoro magari - giusto per fare un esempio - partendo da "Se non te" di Laura Pausini?