MILANO - L'importante è divertirsi. E con Antonio Maggio, che nel 2013 vinse Sanremo Giovani grazie a Mi servirebbe sapere, non ci si annoia neanche se ci si impegna. La conferma arriva dal secondo disco del 28enne cantautore pugliese, quello che in teoria sarebbe il più difficile nella carriera di un artista, come recita il luogo comune sbertucciato dal corregionale Caparezza. L'equazione è un disco zeppo di ritmo e versi bizzarri, come "Non mi ero accorto di aver lasciato aperto un cunicolo antalgico", "Questi tempi molto tecno, molto tecno e poco logici", "Arrotolo a fatica il mio sintetico coraggio e limito in ibernazione le mie sicurezze".
Ma come le pensa certe cose? Si mette lì a tavolino o ha dei flash?
"A volte mi sorprendo anche io e mi chiedo questa roba come mi è venuta in mente. Diciamo che lascio all'improvvisazione i versi iniziali di una canzone, poi da lì seguo la traccia, come fosse un tema".
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Però qui, scolasticamente parlando, non siamo in un tema di italiano, ma in una equazione matematica. Ci spiega perché?
"Un po' per rivincita. A scuola non andavo esattamente bene in matematica. Il professore mi diceva sempre: 'Maggio, siamo a sant'Oronzo', perché la statua del santo che è in piazza a Lecce fa '3' con le dita. E poi perché ognuno di noi deve risolvere una equazione metaforica con se stesso, per avviare un cambiamento interiore e poi forse cambiare il mondo. Siccome ho pudore non definisco certo questo un concept album, ma un filo comune che lega le canzoni c'è, ed è di ispirazione kantiana: trasformare le difficoltà in opportunità".
Lei è diventato famoso con Mi servirebbe sapere, questo disco si apre con Lo sai che lo so. C'è un nesso?
"Sì, questa è l'ideale seguito di quella. Allora parlavo con ironia delle incertezze della vita, qui racconto di un italiano che si butta con una francese, pur non sapendo neppure la lingua e troncando tutte le parole con l'accento sulla 'e' finale per provare a farsi capire. Un omaggio alla nostra arte di arrangiarci".
Diverse canzoni incuriosiscono. Come Pirindiffi, dedicata a un suicida.
"Si chiamava Bruno, era un pittore del mio paese, Squinzano. Uno un po' folle, di quelli che ti citofonava a chiederti un euro per il caffè, o ti pagava un passaggio in auto con un quadro. Essendo uno poco inquadrato, è stato sbeffeggiato da tante persone, fino a che si è sdraiato sui binari appoggiando la testa su un cuscino e ha aspettato un treno. Ci tenevo a ricordarlo".
Così come ricorda il suo conterraneo Modugno cantando La donna riccia.
"In una versione che definisco 'very very original cazzeggio live in studio version'. Ma ci tenevo, anche perché era in dialetto salentino. Poi c'è un omaggio a De Andrè, molto indiretto: Pompe funebri da Lucrezia è una versione decisamente dissacrante di Bocca di Rosa, la storia di una vedova che eredita un'agenzia di onoranze funebri ma diventa famosa per altre doti, intuibili dal titolo. Se voglio omaggiare qualcuno mi piace farlo in modo divertente, passando per vie traverse".
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Incuriosisce la sola collaborazione del disco, col rapper Clementino in Stanco.
"Volevo dare ritmo al disco, e ho provato a chiamarlo, siamo amici. Gli ho dato cinque ore di tempo per inventarsi qualcosa. E dopo cinque ore mi è arrivata l'email. Avevo già collaborato con un rapper, Moreno, nella sua L'interruttore generale (canzone d'autore), che mescola versi celebri di Dalla, De Gregori, De Andrè, Battisti e altri. Un omaggio al cantautorato italiano ma anche un invito ad aprire le orecchie, perché noi mitizziamo troppo il passato. Amo i cantautori storici, ma non si può pensare che dopo di loro ci sia il nulla. Per di più sono stati giovani anche loro, esattamente come me e tanti altri. La musica si evolve e continua a raccontarci".
La canzone più nota del disco è Santo lunedì, sigla del Processo del lunedì.
"Non solo: sono sobbalzato sulla poltrona quando ho visto Novantesimo minuto, che quest'anno usa alcune note di questa canzone come stacchetto per i servizi delle partite. Non lo sapevo. Sa, a casa mia si respira calcio da sempre. Mio padre era portiere in serie C negli anni Settanta e Ottanta, ora è allenatore. E io sono centravanti della Nazionale cantanti. Punta statica, molto statica".
Artisticamente però è in movimento da tempo. Anzi, la sua è una storia curiosa. Nel 2008 vinse la prima edizione di X Factor con gli Aram Quartet, band che si sciolse poco dopo e che molti indicano come esempio della gloria effimera che danno i talent show.
"È stata un'esperienza molto formativa: i talent show sono un modo per dar voce ai giovani, una tappa per la loro maturazione. Ma non sono certo un traguardo, anzi il grosso inizia dopo. Servono basi artistiche e umane, che io credevo e credo di avere. Per questo quando ci siamo sciolti non è stato un momento bellissimo, ma ero consapevole che potesse fare parte del gioco e che sarebbero seguiti momenti migliori, impegnandomi".
Momenti migliori che sono arrivati nel 2013 con Sanremo.
"La più bella esperienza della mia vita, ho colto più di quello che mi aspettavo. La canzone è stata una hit. E la mia sagoma di cartone è restata nei corridoi della Universal almeno fino a ottobre, accanto a quella di Mika. Cosa chiedere di più?".
Ad esempio di partecipare al Festival 2014. Invece è stato bocciato.
"È vero, avevo presentato Nell'etere, che adesso è nel disco. Non so perché non mi abbiano ammesso, ma non mi sono preoccupato. Anzi, ho guardato il lato positivo: ho avuto qualche mese in più per preparare il disco".
Lei è sempre così ottimista?
"Sì, l'approccio positivo alle cose è il mio marchio di fabbrica, ci tengo molto. Per questo faccio canzoni divertenti, perché la gente si deve poter rilassare anche solo per tre minuti. Però cerco sempre di mettere un testo e un sottotesto quando scrivo, a volte di ironico può esserci anche solo il vestito. E in generale dovremmo essere più ottimisti, noi italiani: quando siamo a terra leggerci un libro di storia e capire quello che abbiamo fatto, o pensare quanto è buono il nostro cibo e quante sono belle le nostre donne".
Ma come le pensa certe cose? Si mette lì a tavolino o ha dei flash?
"A volte mi sorprendo anche io e mi chiedo questa roba come mi è venuta in mente. Diciamo che lascio all'improvvisazione i versi iniziali di una canzone, poi da lì seguo la traccia, come fosse un tema".
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Però qui, scolasticamente parlando, non siamo in un tema di italiano, ma in una equazione matematica. Ci spiega perché?
"Un po' per rivincita. A scuola non andavo esattamente bene in matematica. Il professore mi diceva sempre: 'Maggio, siamo a sant'Oronzo', perché la statua del santo che è in piazza a Lecce fa '3' con le dita. E poi perché ognuno di noi deve risolvere una equazione metaforica con se stesso, per avviare un cambiamento interiore e poi forse cambiare il mondo. Siccome ho pudore non definisco certo questo un concept album, ma un filo comune che lega le canzoni c'è, ed è di ispirazione kantiana: trasformare le difficoltà in opportunità".
Lei è diventato famoso con Mi servirebbe sapere, questo disco si apre con Lo sai che lo so. C'è un nesso?
"Sì, questa è l'ideale seguito di quella. Allora parlavo con ironia delle incertezze della vita, qui racconto di un italiano che si butta con una francese, pur non sapendo neppure la lingua e troncando tutte le parole con l'accento sulla 'e' finale per provare a farsi capire. Un omaggio alla nostra arte di arrangiarci".
Diverse canzoni incuriosiscono. Come Pirindiffi, dedicata a un suicida.
"Si chiamava Bruno, era un pittore del mio paese, Squinzano. Uno un po' folle, di quelli che ti citofonava a chiederti un euro per il caffè, o ti pagava un passaggio in auto con un quadro. Essendo uno poco inquadrato, è stato sbeffeggiato da tante persone, fino a che si è sdraiato sui binari appoggiando la testa su un cuscino e ha aspettato un treno. Ci tenevo a ricordarlo".
Così come ricorda il suo conterraneo Modugno cantando La donna riccia.
"In una versione che definisco 'very very original cazzeggio live in studio version'. Ma ci tenevo, anche perché era in dialetto salentino. Poi c'è un omaggio a De Andrè, molto indiretto: Pompe funebri da Lucrezia è una versione decisamente dissacrante di Bocca di Rosa, la storia di una vedova che eredita un'agenzia di onoranze funebri ma diventa famosa per altre doti, intuibili dal titolo. Se voglio omaggiare qualcuno mi piace farlo in modo divertente, passando per vie traverse".
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Incuriosisce la sola collaborazione del disco, col rapper Clementino in Stanco.
"Volevo dare ritmo al disco, e ho provato a chiamarlo, siamo amici. Gli ho dato cinque ore di tempo per inventarsi qualcosa. E dopo cinque ore mi è arrivata l'email. Avevo già collaborato con un rapper, Moreno, nella sua L'interruttore generale (canzone d'autore), che mescola versi celebri di Dalla, De Gregori, De Andrè, Battisti e altri. Un omaggio al cantautorato italiano ma anche un invito ad aprire le orecchie, perché noi mitizziamo troppo il passato. Amo i cantautori storici, ma non si può pensare che dopo di loro ci sia il nulla. Per di più sono stati giovani anche loro, esattamente come me e tanti altri. La musica si evolve e continua a raccontarci".
La canzone più nota del disco è Santo lunedì, sigla del Processo del lunedì.
"Non solo: sono sobbalzato sulla poltrona quando ho visto Novantesimo minuto, che quest'anno usa alcune note di questa canzone come stacchetto per i servizi delle partite. Non lo sapevo. Sa, a casa mia si respira calcio da sempre. Mio padre era portiere in serie C negli anni Settanta e Ottanta, ora è allenatore. E io sono centravanti della Nazionale cantanti. Punta statica, molto statica".
Artisticamente però è in movimento da tempo. Anzi, la sua è una storia curiosa. Nel 2008 vinse la prima edizione di X Factor con gli Aram Quartet, band che si sciolse poco dopo e che molti indicano come esempio della gloria effimera che danno i talent show.
"È stata un'esperienza molto formativa: i talent show sono un modo per dar voce ai giovani, una tappa per la loro maturazione. Ma non sono certo un traguardo, anzi il grosso inizia dopo. Servono basi artistiche e umane, che io credevo e credo di avere. Per questo quando ci siamo sciolti non è stato un momento bellissimo, ma ero consapevole che potesse fare parte del gioco e che sarebbero seguiti momenti migliori, impegnandomi".
Momenti migliori che sono arrivati nel 2013 con Sanremo.
"La più bella esperienza della mia vita, ho colto più di quello che mi aspettavo. La canzone è stata una hit. E la mia sagoma di cartone è restata nei corridoi della Universal almeno fino a ottobre, accanto a quella di Mika. Cosa chiedere di più?".
Ad esempio di partecipare al Festival 2014. Invece è stato bocciato.
"È vero, avevo presentato Nell'etere, che adesso è nel disco. Non so perché non mi abbiano ammesso, ma non mi sono preoccupato. Anzi, ho guardato il lato positivo: ho avuto qualche mese in più per preparare il disco".
Lei è sempre così ottimista?
"Sì, l'approccio positivo alle cose è il mio marchio di fabbrica, ci tengo molto. Per questo faccio canzoni divertenti, perché la gente si deve poter rilassare anche solo per tre minuti. Però cerco sempre di mettere un testo e un sottotesto quando scrivo, a volte di ironico può esserci anche solo il vestito. E in generale dovremmo essere più ottimisti, noi italiani: quando siamo a terra leggerci un libro di storia e capire quello che abbiamo fatto, o pensare quanto è buono il nostro cibo e quante sono belle le nostre donne".