"Stupido è chi lo stupido fa", diceva la mamma a Forrest Gump per rassicurarlo sui suoi problemi neurologici. Intendeva dire, la brava donna, che comportarsi bene rimette tutto a posto, salda ogni debito. È comportarsi male che espone alla severità del giudizio, al rimprovero sociale, alla caduta. E Forrest, nella sua vittoriosa cavalcata negli States del secondo Novecento, si comporterà benissimo, diventando lo stupido più intelligente e fortunato d'America. Chissà che cosa avrebbe detto, quella giudiziosa e amorevole mamma, degli Skiantos e del rock demenziale, l'esatto contrario del suo Forrest, ovvero l'intelligenza che sceglie programmaticamente di "fare la stupida", individuando nella demenza ben temperata la sola forma irriducibile di libertà dal sussiego intellettuale e dalle mode artistiche, comprese quelle del proprio campo (che in quegli anni, nella musica italiana, erano la canzone impegnata e il rock "politico"). A pochi mesi dalla morte di Roberto Freak Antoni, che degli Skiantos fu il motore artistico, torna in circolazione il cd Doppia dose, registrato nel '99 con molti illustri contributi (Dalla, Carboni, Shapiro, Bersani, Banda Osiris, Branduardi, Roversi-Blady, Gang, Villotti e molti altri amici e complici della band). Il chitarrista Dandy Bestia (al secolo Fabio Testoni) e il discografico storico della band, Oderso Rubini, hanno provveduto ad arricchirlo con due brani inediti, Evacuazioni e Fuck that kunt. Ma già nel '99, quando il disco fu concepito, nonostante contenesse per metà nuove canzoni aveva il sapore del tributo a una stagione irripetibile e tramontata, gli anni Settanta/Ottanta nel loro inconfondibile specifico bolognese.
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Oggi è trascorso abbastanza tempo per provare a capire, degli Skiantos e di quegli anni, qualcosa di più ragionato e sedimentato. L'ascolto di Doppia dose espone a una forma particolare di spleen, composto per metà da un'inevitabile nostalgia per la creatività di quel periodo al tempo stesso "nero" e fulgido; per l'altra metà da un sentimento doloroso, di privazione e quasi di rimprovero per i tanti che se ne sono andati o che hanno interrotto il loro cammino artistico. Nella frenesia esperienziale del periodo, in quelle giovinezze convulse, la droga ebbe un ruolo micidiale, portandosi via più di quanto aveva elargito come equivoca ispiratrice. Viene da chiedersi quanto di meglio e di più duraturo avrebbe potuto lasciare, quella generazione, senza quel veleno in vena, quel nemico in testa. Essere disposti a tutto pur di non crescere conformisti o piegati: era questo il patto "di generazione" che animava quella Bologna, che aveva nel Dams il suo brodo di coltura e per gli interi anni Ottanta si trovò a esercitare un primato artistico fenomenale, nella musica, nel fumetto d'arte, nella letteratura, nella satira, con una presenza di artisti così varia che è impossibile tentare di nominarli senza dimenticare qualcuno. Diciamo solo Pazienza, Cavazzoni, Dalla, Tondelli, Lolli, Palandri, Celati, Guccini, Benni, il Gran Pavese al completo, i Gaz Nevada e gli Skiantos tanto per descrivere, molto approssimativamente, varietà e qualità delle voci disponibili, molte delle quali, grazie alla natura sostanzialmente "piccola" e provinciale di Bologna, in forte promiscuità tra loro e con l'irrequieto mondo studentesco.
LO SLOGAN: FATE LARGO ALL'AVANGUARDIA, PUBBLICO DI MERDA!
Dentro quella vasta corrente gli Skiantos (come, per altri versi, fecero in politica gli Indiani Metropolitani) erano già "decadenti", cioè intuivano e incarnavano un presagio di inutilità. Post-politici in anni ancora intrisi di politica fino al parossismo, Freak Antoni e i suoi amici non ebbero rapporti facili né con la critica né con il pubblico. "Fare gli stupidi", quando le avanguardie politico-intellettuali parlavano come Deleuze e Guattari anche se non li avevano letti, era piuttosto sacrilego, il demenziale e il goliardico erano in perenne rischio di confusione, non era così ovvio per nessuno capire che gli Skiantos si rifugiavano nel nonsenso perché anche "l'impegno", fino a pochi anni prima una ventata nuova, stava diventano canone, maniera, obbligo.
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"Fate largo all'avanguardia / siete un pubblico di merda!" (due dei versi più memorabili ed esilaranti degli Skiantos) è in questo senso la sintesi perfetta di una poetica ambigua a qualunque costo, perché ogni disambiguazione è una maschera e una condanna. Quei due versi sono satira dell'avanguardia e della sua spocchia, ma al tempo stesso satira del pubblico e della sua passività. Non c'è scampo, non c'è una parte "sana e salva", non c'è una parte "giusta". Gli Skiantos "facevano gli stupidi" per mettere in scena un'intelligenza senza sbocchi, costretta al travestimento, a buttarla in vacca, a buttarla in farsa. La rivendicazione di estraneità al mondo degli adulti tocca, con il movimento del '77, il suo apice più drammatico. Roberto Freak Antoni era una delle persone più gentili e meno arroganti che io abbia mai conosciuto, gli sarebbe stato impossibile dare al suo rifiuto di crescere una veste aggressiva. Se Andrea Pazienza incarnava la via "maledetta" all'arte di quegli anni, con i suoi interni bolognesi così stonati, disordinati, hard, con la sua adolescenza allucinata e geniale procrastinata fino alla morte precoce (aveva trentadue anni!), Freak fu il suo alter ego: la faccia tonda (somigliava a Charlie Brown), da eterno bambino, il sorriso mite, l'umorismo travolgente gli suggerirono di essere un non-adulto in maniera più malinconica e morbida, se posso dire: più astuta.
Rimane il dubbio, che esprimo per affetto e stima nei suoi confronti, che Freak come tanti altri di quel milieu davvero fenomenale che fu la Bologna degli anni Ottanta, avrebbero potuto lasciarci qualcosa di più, e forse molto di più, se "crescere" non li avesse spaventati così tanto, e se quella città fosse meno mammona e tortellinesca, infine castrante con i suoi figli migliori. Oggi Bologna, culturalmente parlando, è un centinaio di anni luce al di sotto di quello che fu. Vive di ricordi. Come se si sentisse estranea. In uno dei due inediti di Doppia dose, il testo (bellissimo) di Freak accenna, pochi mesi prima di andarsene, una possibile ricostruzione dei fatti: "Questa vita è il sogno di dio / non è certo il tuo e il mio". Sentirsi estranei, appunto.
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Oggi è trascorso abbastanza tempo per provare a capire, degli Skiantos e di quegli anni, qualcosa di più ragionato e sedimentato. L'ascolto di Doppia dose espone a una forma particolare di spleen, composto per metà da un'inevitabile nostalgia per la creatività di quel periodo al tempo stesso "nero" e fulgido; per l'altra metà da un sentimento doloroso, di privazione e quasi di rimprovero per i tanti che se ne sono andati o che hanno interrotto il loro cammino artistico. Nella frenesia esperienziale del periodo, in quelle giovinezze convulse, la droga ebbe un ruolo micidiale, portandosi via più di quanto aveva elargito come equivoca ispiratrice. Viene da chiedersi quanto di meglio e di più duraturo avrebbe potuto lasciare, quella generazione, senza quel veleno in vena, quel nemico in testa. Essere disposti a tutto pur di non crescere conformisti o piegati: era questo il patto "di generazione" che animava quella Bologna, che aveva nel Dams il suo brodo di coltura e per gli interi anni Ottanta si trovò a esercitare un primato artistico fenomenale, nella musica, nel fumetto d'arte, nella letteratura, nella satira, con una presenza di artisti così varia che è impossibile tentare di nominarli senza dimenticare qualcuno. Diciamo solo Pazienza, Cavazzoni, Dalla, Tondelli, Lolli, Palandri, Celati, Guccini, Benni, il Gran Pavese al completo, i Gaz Nevada e gli Skiantos tanto per descrivere, molto approssimativamente, varietà e qualità delle voci disponibili, molte delle quali, grazie alla natura sostanzialmente "piccola" e provinciale di Bologna, in forte promiscuità tra loro e con l'irrequieto mondo studentesco.
LO SLOGAN: FATE LARGO ALL'AVANGUARDIA, PUBBLICO DI MERDA!
Dentro quella vasta corrente gli Skiantos (come, per altri versi, fecero in politica gli Indiani Metropolitani) erano già "decadenti", cioè intuivano e incarnavano un presagio di inutilità. Post-politici in anni ancora intrisi di politica fino al parossismo, Freak Antoni e i suoi amici non ebbero rapporti facili né con la critica né con il pubblico. "Fare gli stupidi", quando le avanguardie politico-intellettuali parlavano come Deleuze e Guattari anche se non li avevano letti, era piuttosto sacrilego, il demenziale e il goliardico erano in perenne rischio di confusione, non era così ovvio per nessuno capire che gli Skiantos si rifugiavano nel nonsenso perché anche "l'impegno", fino a pochi anni prima una ventata nuova, stava diventano canone, maniera, obbligo.
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"Fate largo all'avanguardia / siete un pubblico di merda!" (due dei versi più memorabili ed esilaranti degli Skiantos) è in questo senso la sintesi perfetta di una poetica ambigua a qualunque costo, perché ogni disambiguazione è una maschera e una condanna. Quei due versi sono satira dell'avanguardia e della sua spocchia, ma al tempo stesso satira del pubblico e della sua passività. Non c'è scampo, non c'è una parte "sana e salva", non c'è una parte "giusta". Gli Skiantos "facevano gli stupidi" per mettere in scena un'intelligenza senza sbocchi, costretta al travestimento, a buttarla in vacca, a buttarla in farsa. La rivendicazione di estraneità al mondo degli adulti tocca, con il movimento del '77, il suo apice più drammatico. Roberto Freak Antoni era una delle persone più gentili e meno arroganti che io abbia mai conosciuto, gli sarebbe stato impossibile dare al suo rifiuto di crescere una veste aggressiva. Se Andrea Pazienza incarnava la via "maledetta" all'arte di quegli anni, con i suoi interni bolognesi così stonati, disordinati, hard, con la sua adolescenza allucinata e geniale procrastinata fino alla morte precoce (aveva trentadue anni!), Freak fu il suo alter ego: la faccia tonda (somigliava a Charlie Brown), da eterno bambino, il sorriso mite, l'umorismo travolgente gli suggerirono di essere un non-adulto in maniera più malinconica e morbida, se posso dire: più astuta.
Rimane il dubbio, che esprimo per affetto e stima nei suoi confronti, che Freak come tanti altri di quel milieu davvero fenomenale che fu la Bologna degli anni Ottanta, avrebbero potuto lasciarci qualcosa di più, e forse molto di più, se "crescere" non li avesse spaventati così tanto, e se quella città fosse meno mammona e tortellinesca, infine castrante con i suoi figli migliori. Oggi Bologna, culturalmente parlando, è un centinaio di anni luce al di sotto di quello che fu. Vive di ricordi. Come se si sentisse estranea. In uno dei due inediti di Doppia dose, il testo (bellissimo) di Freak accenna, pochi mesi prima di andarsene, una possibile ricostruzione dei fatti: "Questa vita è il sogno di dio / non è certo il tuo e il mio". Sentirsi estranei, appunto.
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