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Elisa, l'anima vola (in famiglia): "Canto la verità, un'energia viva che va oltre me"

Un provino a 15 anni, davanti alla "signora" della discografia. La fine dell'adolescenza, in fuga da un'immagine sexy che mortificasse la musica. E, davanti a tutto, la famiglia: il fulcro de "L'anima vola", in uscita il 17 novembre in versione deluxe con importanti collaborazioni, da Sangiorgi dei Negramaro a Ligabue, fino a Ennio Morricone e che finirà dal vivo nei club

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A Milano non si vedono le montagne, non ci sono prati verdi. Mancano quel silenzio e quella solitudine così preziosi per lei. Mancano, soprattutto, i suoi figli, Emma Cecile, cinque anni, e Sebastian, un anno e mezzo. Le più grandi ispirazioni per Elisa Toffoli, 37 anni il prossimo 19 dicembre, che ha scelto di vivere in provincia, a Monfalcone (Gorizia), lontana dalle distrazioni, dal caos. Ma oggi è tornata nella grande città dove tutto è cominciato, quando era ancora una bambina. Questa volta deve raccontare L'anima vola - Deluxe Edition, la versione espansa (con tre inediti, L'abitudine di sorridere, Ti dirò di sì e Pugni sotto la cintura, due cover, One degli U2 e Bridge Over Troubled Water di Simon e Garfunkel, un dvd e ospiti importanti) del disco omonimo uscito a ottobre. Un disco che consolida il suo amore per il cinema con due brani, Ancora qui, il cui testo accompagna le musiche di Ennio Morricone per Django Unchained di Quentin Tarantino ed Ecco che, scritta sulle parole di Giuliano Sangiorgi dei Negramaro e parte della colonna sonora de L'ultima ruota del carro di Giovanni Veronesi. L'anima vola è un passo importante per Elisa: è il suo primo album cantato in italiano, ed è una sfida ma non un limite. Un modo per continuare a combattere, non fermarsi, proseguire sulla propria strada. Un modo per essere "vera", una parola che ripeterà spesso durante l'intervista, non perdendo mai quella sua umiltà verace quasi spiazzante: "Ho detto no a una richiesta di fare il giudice in un talent show. Non dico quale, ma ho detto no. Non mi andava. Perché? Non me la sentivo di giudicare gli altri".
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La prima a credere in te è stata Caterina Caselli, cantante e poi discografica della Sugar. Adesso che hai 20 anni di musica alle spalle, che ricordo hai del tuo primo incontro con lei?
"Mi infondeva fiducia e simpatia. Ero affascinata dal mistero che la circondava: tutti la chiamavano "la signora", nessuno la chiamava mai con il suo nome. Sembrava come essere al cospetto di Paperon de' Paperoni. Nel corso degli anni mi ha detto tante cose, mi ha dato soprattutto molti consigli preziosi. Quando ho fatto il provino con lei eravamo nella vecchia sede della Sugar, che era molto lussuosa. C'era un grande teatro, dove si facevano le audizioni. Ti rendevi conto della potenza che allora aveva la discografia. Avevo 15 anni. Era un sogno. Lei era lì in sala, mi guardava, ascoltava. Eravamo solo io e un amico alle tastiere, che poi è rimasto nel gruppo".

Cosa ha significato per te passare dall'adolescenza all'età adulta? C'è stato un momento cruciale in cui hai capito che la ragazzina non esisteva più, che aveva lasciato spazio a un'altra Elisa?

"Devo ammettere di essere sempre stata uguale all'Elisa ragazzina. La mia adolescenza si è prolungata per altri dieci anni dopo il compimento della maggiore età. Mi ricordo che quando avevo 26 anni ero ancora molto simile a quando ne avevo 18. Non sono mai stata mondana, uscivo poco, non mi piaceva stare in pubblico, ero schiva, silenziosa. Il momento in cui sono cresciuta di più è stato intorno ai 30 anni: un momento che ha coinciso con avvenimenti molto personali. Ho trascorso una lunghissima adolescenza. Non posso lamentarmi!".

Agli inizi avevi un aspetto molto acqua e sapone. Eri un po' grunge. Oggi sei più appariscente, porti abiti e tacchi alti, ti trucchi. Cosa ti ha fatto cambiare idea?
"Avevo gli anfibi e le All Stars, ma nell'armadio tenevo delle scarpe con dei tacchi che probabilmente non riesci nemmeno a immaginare! (ride, ndr). Non le mettevo in circostanze, come dire, 'pubbliche'. Questa mia ritrosia era legata al fatto di non volermi esporre in quel modo: la mia sensualità era una cosa privata. Non ero disposta a mostrare altro che non fosse la mia musica. Forse allora non ero pronta. Ma non sono diventata altro, non sono diversa: quando avevo 14 anni collezionavo cappelli vintage, ma anche stivali di plastica con il tacco vertiginoso. Avevo anche un vestito di velluto fucsia! Li mettevo per andare a mangiare la pizza con le amiche in luoghi sconosciuti del Friuli ma non in prima serata su RaiUno. Mi sembrava che certi abiti alleggerissero il mio messaggio, mettessero in secondo piano la mia musica".

Pensi che la tua musica abbia dei contenuti "pesanti"?
"No, ma la relazione tra sensualità, l'essere donna - una donna che vuole essere sexy - e la musica... questa cosa non aveva e non avrà mai spazio nella mia musica. Non volevo e non voglio essere fraintesa".
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Quali sono le controindicazioni del dividere il palco con un musicista (il chitarrista Andrea Riganot, ndr) che è anche il proprio compagno e il padre dei propri figli?
"Sono con lui da 20 anni, noi stiamo insieme da sei. Per me lui è sempre stato 'il mio' chitarrista perfetto e continua ad esserlo. Mi piace come suona, mi piace quello che fa in relazione alla mia musica. È come se le due cose fossero separate. Non parliamo mai così tanto come quando parliamo della nostra musica. Certo, poi c'è la troppa confidenza che gioca brutti scherzi. Ti permetti magari cose che con un altro non ti permetteresti di dire o fare. Mia nonna diceva: 'Non dire mai quelle robe offensive che poi non le puoi tirare indietro!' Quanto aveva ragione!".

Cosa ti ha dato e cosa ti ha tolto - se qualcosa ti ha tolto - passare dalla lingua inglese a quella italiana per L'anima vola, il tuo primo disco scritto nella tua lingua madre?

"Io non faccio paragoni tra le due cose: è come se avessi fatto prima l'una e poi l'altra, per poi tornare all'inglese. Questo disco in italiano è solo stato un episodio a sé. Adesso sto lavorando ad altro e di tutto il materiale nuovo solo un pezzo è scritto in italiano. Quando mi sono buttata con l'italiano ho dovuto abbandonare il mio spirito critico: altrimenti non sarei riuscita a produrre una cosa libera, vera. Pensare a cosa può dare l'uno e togliere l'altro mi castra. Non ci penso e basta, mi sono proiettata su un altro binario, ho cominciato un altro viaggio. Credo ci siano due 'Elise' con uno stile diverso ma non necessariamente in contrasto. È solo un'altra sfaccettatura di me. Questo l'avevo messo in conto".

In questo disco c'è un brano scritto con Giuliano Sangiorgi dei Negramaro, un tuo grande fan e amico. Come vi siete conosciuti e cosa avete in comune?
"Ci siamo conosciuti alla Sugar. Io ero già sotto contratto, loro (dei Negramaro, ndr) si presentarono con del materiale bellissimo da proporre. Ci trovammo in studio con Mauro Pagani, poi ci incontrammo in molte altre occasioni. Giuliano era arrivato con la sua voce e una chitarra, apriva per me il tour di Lotus. Pochi anni dopo avrebbe suonato a San Siro. È incredibile! Siamo amici, fondamentalmente. Ci capiamo. Parliamo la stessa lingua. Abbiamo gli stessi gusti: Jeff Buckley ha colpito entrambi, lui è più i Muse, io un po' meno, io più Radiohead, lui un po' meno. Sono le nostre influenze comuni, è il nostro modo comune di intendere il rock".

Lui ha dichiarato che in questo disco non c'è tristezza, solo positività. Qualcuno sostiene però che le cose migliori di un artista siano quelle che nascono dal tormento interiore.
"Il potere della musica è un potere ancestrale. Io attraverso la voce butto fuori tante cose. Per me è naturale, lo è da sempre. Giuliano però ha ragione. Il tono che utilizzo è sempre interrogativo, continuamente alla ricerca di qualcosa, ma non c'è mai assegnazione. Ora che ci penso, se c'è qualcosa di cui la mia musica è totalmente priva è la rassegnazione".

Forse perché ti senti forte e sicura?
"Non mi sento né troppo forte né troppo sicura. Ma non per questo mi arrendo. Io non mi arrendo mai".

Sei diventata quello che sei per questo motivo?
"Non è detto che tu ti debba sentire un leone mentre combatti. Però lo fai: combatti e lo fai fino alla fine".

A modo tuo è un dono di Ligabue. Ha scritto musica e testo pensando a sua figlia. Tu lo canti da madre di due bambini: anche se non ti è stato cucito addosso ti ci ritrovi nelle sue parole?
"Luciano l'ha scritta per sua figlia Linda. Racconta del distacco dai figli, della loro crescita. Mi ci ritrovo tantissimo come genitore, come mamma. Mi ha colpito profondamente. Sono parole vere. Non è una cosa che ancora sto vivendo ma è una situazione carica di emozioni; sono situazioni della vita da cui si impara moltissimo. Per fortuna non è ancora arrivato il mio momento".

Anche Tiziano Ferro ha scritto un testo, E scopro cos'è la felicità, che parla di figli. Chi ha cercato chi?
"Gli ho chiesto io di scrivere il testo. Avevo questa melodia molto soul, la cosa più 'inglese' che avevo nel disco perché nasceva con un testo in inglese. Ho pensato subito a lui. C'era qualcosa dentro che mi ricordata le Ronettes, Phil Spector. Qualcosa di vintage, di antico, che ho sempre voluto fare. L'ho inseguito in passato ma non si era mai creata l'opportunità per collaborare: questa è stata l'occasione perfetta. Lui ha visto il documentario di Ivy dove si vedevano delle immagini della mia famiglia in viaggio e gli è venuta subito l'ispirazione per una canzone dedicata a mia figlia Emma. Ora lei è piena di dediche!".

Porti i figli in tour con te?
"Hanno fatto tutti i tour: è un'esperienza forte! È un grande lusso non separarsi mai da loro ma è anche una grande fatica. Dopo un concerto vorresti solo dormire... ma non puoi".

Questo è un disco molto "famigliare", molto personale, intimo. C'è il rischio di escludere in qualche modo i fan, che non riescono a calarsi a fondo in questa dimensione così "tua"?
"Non ho mai scritto pensando ai miei fan: non penso ad accontentarli. Quando scrivo una canzone loro non sono presenti nella mia testa. Chi ha capito come sono fatta e com'è la mia musica questo lo sa bene. Va accettata la verità che una persona può offrire, che è quella che chi scrive sta vivendo in quel momento. Per davvero o per finta, è relativo. Se parlo dei miei figli o di un tema fittizio per me rimane comunque una cosa importante, la cosa più importante al mondo e l'unica che mi interessa. L'unica cosa che si richiede è che sia sincera. Questa è la responsabilità vera di ogni artista. È come trasmettere un'energia a chi ti ascolta: può essere viva o morta. Una verità che ti sta a cuore possiede un'energia viva, che vivrà oltre te".
 
La politica, i problemi sociali e culturali non sono mai entrati nella tua musica. C'è chi pensa che politica e musica siano due cose da tenere separate.
"Non posso dire di credere che la politica non debba entrare nella musica. Non penso neanche che debba per forza esserci. Se per te una cosa è importante, devi dirla. Devi credere in ciò che dici, questo è quello che conta. Il mio modo di fare musica non è così diretto: non penso che questo sia un disco così privato. Potrei essere più narrativa, certo, come fanno altri cantautori. Non sono mai esplicita, preferisco essere evocativa. I troppi dettagli nuocciono alle canzoni perché spengono l'immaginazione di chi sta ascoltando. Nuocciono al mistero. Ma la politica, i temi sociali, non sono estranei alla mia musica. Nel mio primo album c'è un pezzo che scrissi quando avevo 16 anni, si intitola Inside a Flower. Diceva: 'Chiudi il tuo tempo dentro a un fiore / ferma i secondi, i minuti, le ore / Vivi la tua vita, dimentica il potere'. Questo per me è fortemente politico".

Caterina Caselli, che ti ha scoperta, verrà ricordata come una delle più importanti discografiche del pop italiano. In che modo ti auguri di essere ricordata come artista?

"Se avessi gli attributi maschili me li toccherei: ma ti dico, lasciamo giudicare gli altri. Chi vivrà vedrà!"