Carl Craig è uno dei padri della dance odierna. Al Music Institute di Detroit, il celeberrimo club di Derrick May, si è fatto le ossa, seguendo la strada di May e del geniale Juan Atkins, poi, pian piano, ha trovato al sua strada e negli anni Novanta è diventato una star. Produttore, dj, musicista, Craig è eclettico, geniale, intelligente, costantemente innovativo, ama dire che vorrebbe essere considerato il “Quincy Jones” della dance, ed è certamente un “agitatore” sonoro in grado di muoversi in territori diversi, dal jazz alla house, dal funk alla techno, e in molte delle mille derivazioni della club music degli ultimi venti anni. A Tokyo è uno dei musicisti coinvolti nel progetto della RedBull Music Academy di quest’anno, ed è lì che lo abbiamo incontrato.
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Craig, la diverte l’idea di essere diventato un “professore”, in una iniziativa come questa?
"Sì, mi piace il concetto della RedBull Music Acadmy, è intrigante, stimolante, stare con questi ragazzi è una splendida esperienza. Qualche volta ne perdi qualcuno, non riesci a stare dietro a tutti allo stesso modo, con alcuni lavori di più e meglio, ma in generale il ruolo di mentore è quello che preferisco, rispondere alle domande, dare consigli, indirizzare il lavoro, risolvere dei problemi... Con alcuni è un rapporto aperto, di scambio, con altri che sono più strutturati, sanno bene cosa vogliono e come raggiungere i loro obbiettivi le cose sono più difficili, altri non sono interessati alla musica elettronica, e alcuni semplicemente non hanno bisogno di me. Il tutto è vario, diverso e divertente".
Confrontarsi con generazioni più giovani consente anche di aprire lo sguardo verso cose diverse.
"Sì, imparo molto anche io, perché vedo generazioni diverse al lavoro, ci sono ragazzi che fanno cose decisamente innovative e solo guardarli è già una fonte di ispirazione. E poi, in generale, è come guardare se stessi dal di fuori, confrontarsi con le proprie scelte, con quello che hai fatto, con quello che ancora potresti fare".
Ieri sera ha proposto la sua musica qui a Tokyo. Lei ha suonato in tutto il mondo: ci sono particolarità diverse in ogni luogo...
"Ogni paese ha le sue sonorità, in Italia preferiscono le bass lines, in Inghilterra il suono della batteria, in Olanda amano sonorità più dure, in Brasile cercano il ritmo. In generale, però, non sono dell’idea che si debba cercare per forza di piacere al pubblico e adattare il proprio show al luogo in cui si suona. Credo piuttosto che la scelta giusta sia essere se stessi, proporre la tua musica nel modo in cui a te piace proporla, puoi suonare jazz o techno nella stessa serata, per far fare al pubblico un vero viaggio musicale, che porta la tua firma e la tua visione".
E lei porta sempre con sé il marchio di Detroit. Oggi che realtà musicale c’è nella “Motor City”?
"Detroit è una città blue collar (della classe operaia, ndr), e ha creato nuova cultura solo quando ha fatto entrare in circolo culture diverse dalla sua. E’ stata il centro della musica per molto tempo, potrebbe esserlo ancora, se si aprisse ad influenze esterne. La scena è interessante anche oggi, ma troppo chiusa rispetto al passato.
L’avvento del digitale ha cambiato molto nella musica. E’ l’inizio di una nuova era?
Il cambiamento imposto dalla rivoluzione digitale è enorme, ma con la musica è sempre stato così, le nuove tecnologie hanno cambiato il modo di ascoltarla e di suonarla, pensate a quando è arrivato il fonografo e cosa ha causato. Ora il grande passaggio epocale è stato quello dal fisico al virtuale, dall’ascolto con i supporti a quello senza, lo standard è cambiato e siamo solo all’inizio di una fase completamente nuova".
Oggi la musica si ascolta in streaming, senza supporti. Il fatto che la si ascolti diversamente che in passato cambia anche il suo modo di crearla?
"No, mi interessa davvero poco. E faccio un esempio chiaro: un brano di Ray Charles, di qualsiasi disco di Ray Charles, suona perfetto ovunque tu lo ascolti, da un superstereo come dal cellulare, perché è stato registrato maginificamente all’origine, la registrazione ha catturato non solo il suono ma anche il mood, la sensibilità. Certo, se lo ascolti con un device portatile e gli auricolari potrai perdere delle sfumature, potrai non ascoltare esattamente quello che è stato suonato, ma l’arte, le vibrazioni, la forza di quelle canzoni sono tutte li, ancora perfettamente ascoltabili. Ecco io cerco di fare questo, mi concentro sull’ingegnerizzazione del suono, quello è il mio obbiettivo. Ho fatto tutto imparando lungo la strada, sono un’autodidatta, miglioro con il passare degli anni, ma l’obiettivo resta lo stesso".
Sono passati più di venticinque anni dal suo esordio. E’ cambiato il suo rapporto con la musica?
"Certo, l’età cambia molte cose, hai una maggiore conoscenza delle cose, sei meno naif, ma non cambia lo spirito, la motivazione per la quale fai musica. Capisci, però, che non devi cercare di reinventare la ruota, ma di fare una ruota tua. All’inizio è fondamentale ascoltare quello che fanno gli altri, copiare le cose che ti piacciono, migliorarle, prendere spunto per andare altrove, poi devi volare. La musica elettronica è fatta per superare i limiti e i confini, non può essere sempre uguale. Se sei un musicista rock puoi fare la stessa canzone, cambiando il testo, tutta la vita e sembrare un genio, e anche il rap è così. Nell’elettronica questo è impossibile".
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Craig, la diverte l’idea di essere diventato un “professore”, in una iniziativa come questa?
"Sì, mi piace il concetto della RedBull Music Acadmy, è intrigante, stimolante, stare con questi ragazzi è una splendida esperienza. Qualche volta ne perdi qualcuno, non riesci a stare dietro a tutti allo stesso modo, con alcuni lavori di più e meglio, ma in generale il ruolo di mentore è quello che preferisco, rispondere alle domande, dare consigli, indirizzare il lavoro, risolvere dei problemi... Con alcuni è un rapporto aperto, di scambio, con altri che sono più strutturati, sanno bene cosa vogliono e come raggiungere i loro obbiettivi le cose sono più difficili, altri non sono interessati alla musica elettronica, e alcuni semplicemente non hanno bisogno di me. Il tutto è vario, diverso e divertente".
Confrontarsi con generazioni più giovani consente anche di aprire lo sguardo verso cose diverse.
"Sì, imparo molto anche io, perché vedo generazioni diverse al lavoro, ci sono ragazzi che fanno cose decisamente innovative e solo guardarli è già una fonte di ispirazione. E poi, in generale, è come guardare se stessi dal di fuori, confrontarsi con le proprie scelte, con quello che hai fatto, con quello che ancora potresti fare".
Ieri sera ha proposto la sua musica qui a Tokyo. Lei ha suonato in tutto il mondo: ci sono particolarità diverse in ogni luogo...
"Ogni paese ha le sue sonorità, in Italia preferiscono le bass lines, in Inghilterra il suono della batteria, in Olanda amano sonorità più dure, in Brasile cercano il ritmo. In generale, però, non sono dell’idea che si debba cercare per forza di piacere al pubblico e adattare il proprio show al luogo in cui si suona. Credo piuttosto che la scelta giusta sia essere se stessi, proporre la tua musica nel modo in cui a te piace proporla, puoi suonare jazz o techno nella stessa serata, per far fare al pubblico un vero viaggio musicale, che porta la tua firma e la tua visione".
E lei porta sempre con sé il marchio di Detroit. Oggi che realtà musicale c’è nella “Motor City”?
"Detroit è una città blue collar (della classe operaia, ndr), e ha creato nuova cultura solo quando ha fatto entrare in circolo culture diverse dalla sua. E’ stata il centro della musica per molto tempo, potrebbe esserlo ancora, se si aprisse ad influenze esterne. La scena è interessante anche oggi, ma troppo chiusa rispetto al passato.
L’avvento del digitale ha cambiato molto nella musica. E’ l’inizio di una nuova era?
Il cambiamento imposto dalla rivoluzione digitale è enorme, ma con la musica è sempre stato così, le nuove tecnologie hanno cambiato il modo di ascoltarla e di suonarla, pensate a quando è arrivato il fonografo e cosa ha causato. Ora il grande passaggio epocale è stato quello dal fisico al virtuale, dall’ascolto con i supporti a quello senza, lo standard è cambiato e siamo solo all’inizio di una fase completamente nuova".
Oggi la musica si ascolta in streaming, senza supporti. Il fatto che la si ascolti diversamente che in passato cambia anche il suo modo di crearla?
"No, mi interessa davvero poco. E faccio un esempio chiaro: un brano di Ray Charles, di qualsiasi disco di Ray Charles, suona perfetto ovunque tu lo ascolti, da un superstereo come dal cellulare, perché è stato registrato maginificamente all’origine, la registrazione ha catturato non solo il suono ma anche il mood, la sensibilità. Certo, se lo ascolti con un device portatile e gli auricolari potrai perdere delle sfumature, potrai non ascoltare esattamente quello che è stato suonato, ma l’arte, le vibrazioni, la forza di quelle canzoni sono tutte li, ancora perfettamente ascoltabili. Ecco io cerco di fare questo, mi concentro sull’ingegnerizzazione del suono, quello è il mio obbiettivo. Ho fatto tutto imparando lungo la strada, sono un’autodidatta, miglioro con il passare degli anni, ma l’obiettivo resta lo stesso".
Sono passati più di venticinque anni dal suo esordio. E’ cambiato il suo rapporto con la musica?
"Certo, l’età cambia molte cose, hai una maggiore conoscenza delle cose, sei meno naif, ma non cambia lo spirito, la motivazione per la quale fai musica. Capisci, però, che non devi cercare di reinventare la ruota, ma di fare una ruota tua. All’inizio è fondamentale ascoltare quello che fanno gli altri, copiare le cose che ti piacciono, migliorarle, prendere spunto per andare altrove, poi devi volare. La musica elettronica è fatta per superare i limiti e i confini, non può essere sempre uguale. Se sei un musicista rock puoi fare la stessa canzone, cambiando il testo, tutta la vita e sembrare un genio, e anche il rap è così. Nell’elettronica questo è impossibile".