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Emis Killa, tutta la verità in un libro: "Vorrei spiegare il rap alla gente"

Nell'autobiografia "Bus 233 - Viaggio di sola andata", il rapper di Vimercate racconta la sua crescita artistica, il privato e il suo rapporto con il pubblico: "Spero di mandare un messaggio positivo ai giovani"

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Emis Killa ha scritto un libro. Un'autobiografia intitolata Bus 323 - Viaggio di sola andata, pubblicata da Rizzoli. E' un libro che merita di essere letto, se vi interessa capire cos'è il rap per una ragazzo di Vimercate, di 24 anni, che ha una vita come quella di molti altri dalla quale vuole scappare, e che ha un sogno da realizzare. E' un libro per molti versi semplice e per altri sorprendente, che mette insieme una storia piccola, quella di Emiliano Giambelli, che diventa grande, quella di Emis Killa. Certo, scrivere un'autobiografia a ventiquattro anni può sembrare eccessivo, "Ma io non volevo raccontare i mie ventiquattro anni e non l'ho fatto", dice Emis Killa, "non volevo raccontare tutta la mia vita, racconto il mio periodo di crescita artistica, racconto il mio percorso musicale, da quando ho iniziato fino al momento di farlo diventare un mestiere. Non è un'autobiografia, piuttosto un messaggio positivo ai giovani da parte di un ragazzo di provincia come tanti che da solo è riuscito a fare qualcosa di bello".
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Il passaggio dalla scrittura delle rime del rap a quello della scrittura di un libro, di un racconto lungo e complesso, è stato difficile?
"No, in realtà scrivere è quello che faccio da sempre. Non è difficile se quello che scrivi è vero, se non lo inventi nel momento in cui ne parli. Tutto quello che ho scritto era già nei brani che ho fatto. Certo, qui c'è un modo diverso di raccontare, io non avrei saputo fare un libro da capo a coda, ho messo insieme il materiale e poi ho ragionato anche con altri per arrivare ad avere una struttura per il libro".

Che differenza c'è tra Emiliano e Emis?
"Non molta, a dire il vero. Sostanzialmente sono davvero un ragazzo come gli altri, frequento la piazza, faccio una vita normale, ma sono anche un ragazzo con un vissuto importante e burrascoso, con un esperienza di vita diversa. La vita che faccio ora a ventiquattro anni in realtà la facevo già da prima di potermelo permettere. Io sono andato via di casa a venti anni, facevo le prime serate, avevo problemi per pagare l'affitto e trovavo il modo per risolverli. Penso di essere molto maturo, frequento gente più grande di me, è raro trovare dei coetanei con i quali avere confronto significativo. Ma ci sono anche quelli ovviamente, tendenzialmente vado d'accordo con tutti".

Non c'è dubbio che però la sua realtà sia cambiata, ha avuto successo, ha delle prospettive. Che bisogni ha oggi?

"I bisogni sono sempre gli stessi: bisogno di stabilità, avere la possibilità di stare tranquillo, non rilassato, ma non avere ansie. Il percorso che ho avviato è importante, mi permette di avere una vita migliore, una rivincita su quella precedente. So di avere delle sicurezze, non delle garanzie, e so che me le devo guadagnare ogni giorno. Mi piace avere il controllo di quello che faccio, lavoro bene e vivo tutto questo successo e stress sapendo che è un periodo che prima o poi finirà. E spero di essermi per allora assicurato un futuro, non punto alla pensione, ma ad avere qualcosa da mettere da parte. Aiuto mia mamma in casa, ha cinquant'anni, ha quasi le stesse paranoie che descrivo nel libro, le do una mano perché è giusto, non naviga nell'oro, e spero che anche per lei il futuro sia migliore".

Lei rappresenta una parte dell'hip hop italiano che ha raggiunto un pubblico più ampio, più pop. Il rap italiano è molto cresciuto...
"Ora più che mai ci sono i duri e puri che criticano quelli che hanno successo o che provano strade diverse, adesso il rap è dovunque, è diffuso in maniera enorme, e ovviamente questo cambia le cose. Tutti ne parlano ma molti non sanno nemmeno cos'è. Io invece vorrei che ci fosse più conoscenza, più voglia di capire. Non mi piace la popolarità fine a se stessa, nemmeno se è rivolta a me, nemmeno se crea un seguito di fan. Ad esempio se io pubblico su Facebook un video dei Mob Deep e uno scrive "sei meglio te", sono contento, ma non è così che si cresce. Che mi sbatto a fare se poi alla fine su dieci commenti cinque sono stupidi, fatti con i cuoricini e le scritte "ti amo", se era per questo andavo a fare il modello o cercavo lavoro alla Disney. Io mi imbarazzo quando arrivano da me le mamme e mi dicono che i loro bambini, magari di otto anni, amano le mie canzoni: ma cosa possono capire di canzoni con porcherie, parolacce e riferimenti di strada, come può un bambino? Per certe altre cose sì, una ragazzina di sedici anni che ascolta Parole di ghiaccio, ha le prime cotte, capisco. Ma quando mi dicono "ho ascoltato e mi rivedo" in una canzone dura, e so che non può essere così, questa cosa mi demoralizza un po'. All'inizio pensavo che riguardasse me, perché sono più esposto, sono fenomeno "teen" più degli altri, ma anche molti colleghi underground hanno i bambini che vengono agli incontri o alle presentazioni nei negozi di dischi, e questo vuol dire che c'è una percezione sbagliata. L'adulto, che dovrebbe essere quello che ascolta, ha in realtà imbarazzo a venirti ad ascoltare, perché si trova da solo in mezzo a migliaia di ragazzini. Da una parte va bene così, certo che non tutti i ragazzini sono stupidi, ma dall'altra crea una realtà distorta, che taglia fuori una fetta di pubblico importante e più matura".

Insomma, il suo libro è il racconto di una crescita che è ancora in atto.
"Sì, una crescita che adesso è sicuramente piu musicale, sto attraversando una fase nuova, volutamente più grezza, mi piace l'idea di riportare tutto in strada per far capire da dove arriva, e al tempo stesso iniziare un percorso più a lungo termine, musicalmente parlando. Non mi ci vedo a fare il rap come ora tra dieci anni, non mi piace ripetermi, voglio fare sempre cose nuove, cerco sempre un nuovo di partenza che magari mi offra la possibilità di evolvere".