Spettacoli

MUSICA

"Lontani dagli occhi", non dal cuore. Storie di cinque stelle fuori dal coro

In un libro di Enzo Gentile ascese e derive di "artisti esemplari" che cambiarono la nostra canzone: Fred Buscaglione, Piero Ciampi, Sergio Endrigo, Nino Ferrer e Herbert Pagani. Intellettuali-artigiani curiosi, versatili e colti, che suonavano jazz, scrivevano, dipingevano, facevano cinema, tv e radio. E con loro, fra '50 e '70, nacque la nuova industria discografica italiana

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Fred Buscaglione, Piero Ciampi, Sergio Endrigo, Nino Ferrer, Herbert Pagani. Presente e futuro della canzone italiana fra ’50 e ’70. I primi autori moderni prima dei cantautori. Tutti e cinque suonavano jazz: nel 1949 per Musica Jazz, Fred Buscaglione, colto polistrumentista, è il secondo violinista europeo dopo il monumento Stéphane Grappelli. Nel 1952 sarà primo. Tre su cinque erano contrabbassisti, Ciampi, Endrigo e Ferrer. Che con Pagani fu pure artista visivo, di buon livello per giunta e febbrile dedizione. Mentre il sublime anarcomalinconico Ciampi, nei suoi anni romani, abita davanti a Moravia, è grande amico di Mario Schifano, gioca a dama con Carmelo Bene. E se Endrigo sarà pure scrittore, con l’autobiograficamente amaro Quanto mi dai se mi sparo? e una raccolta postuma di barzellette che ne esaltava il sense of humor mai rivelato dai media, Buscaglione e Ferrer, ai tempi in cui scorrazzava in tv da Pippo Baudo e per Roma in Rolls Royce con la fidanzata Brigitte Bardot, furono, ben oltre le non paragonabili avvenenze, anche ambiti attori di musicarelli (Fred fu anche con Totò in Noi duri), tv e Caroselli. Così come Pagani – Arbore dixit… – fu una specie di dolce, mercuriale Copernico della radio, che dai microfoni di Montecarlo letteralmente s’inventò il dj all’italiana, acume per la musica, tempi impeccabili, eloquio intelligente, accessibile, mai banale.
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Carriere da favola e misteriose derive. Oltre ai profili di intellettuali curiosi, etici e colti, che ci consegna quest’eletta schiera di eretici lanciata nel cielo di una canzone italiana, specie dopo Modugno, nuova per davvero, c’è qualcos’altro che ha spinto Enzo Gentile a riunirli in un breve, denso libro che parafrasa un successo di Endrigo, secondo a Sanremo nel ‘69: Lontani dagli occhi (Laurana editore, pagg. 182, euro 13). Nel quale le loro carriere vengono narrate individualmente in singoli capitoli che per forza convergono in una foto di gruppo di un’epoca. Intrecciandosi (tolto l’autodistruttivo Ciampi, bastonato a sangue da criminosa disattenzione, ma certo, pure lui difficile la sua parte), sulla strada d’un successo prima larga e affollata, poi improvvisamente deserta, fangosa. Come nella struggente canzone del Modugno ancora dialettale. A fine giugno è atteso anche il caleidoscopico e-book, con un centinaio di rarità fra copertine di dischi, riviste e fotografie dalla collezione di Italo Gnocchi. Teneri ma non sciocchi fermo immagine di un paese sempre molto in bilico.

Quando Endrigo portò il Brasile in Italia. Racconta l’autore, giornalista e storico della musica di consumo, docente, saggista e conduttore radio-tv: “L’idea del libro nasce dalla mia frequentazione con Endrigo nei suoi ultimi anni al Premio Tenco, che finalmente gli riconosceva un valore artistico fin lì ignorato da troppi. E pensare che stiamo parlando di uno che aveva collaborato con Rodari, Pasolini, Bacalov, che s’era dato senza risparmiarsi alla musica per i piccoli. Uno che era amico di Berlinguer, poi ha fatto ditta con Vinicius de Moraes e iniziato con Sergio Bardotti a portare il Brasile in Italia. Anche quello di Roberto Carlos, già divo in patria e poi anche da noi, in coppia col quale vinse Sanremo nel 1968 grazie alla sua Canzone per te. Di persona era uomo gradevolissimo, del tutto diverso da come veniva raccontato e percepito, un tipo triste, scuro, grigio. Poi m’incuriosì il suo libro Cosa mio dai se mi sparo? mentre, fra le mie ricerche e grazie a sua figlia Claudia, continuavo a scoprire di lui tante cose interessanti oltre l’immagine pubblica: l’animalismo gioioso e convinto, la passione per le piante, cui si dedicava anima e corpo, o per le barzellette, consegnata poi a un libricino di Stampa Alternativa. Ho seguito anche la parte finale della vita di questo gentiluomo e grande artista: la sparizione dalle ribalte, dimenticato da discografici e fan. Partendo da lui, mi son venuti in mente gli altri quattro dall’identico destino di limpido talento e fama, cui seguirono baratri personali, derive complesse, diverse e senza spiegazioni, se non quella parziale di aver nella vita anche voglia di fare altro oltre all’autore-interprete di canzoni. Dopo l’amore di tutti, le depressioni, malattie psicosomatiche e non, solitudini affettive concluse da incidenti mortali, come quello di Buscaglione all’alba su una strada deserta di Roma sulla sua favolosa Ford Thunderbird, solo vezzo da ricco di un lavoratore dotato, onesto e instancabile. Fino ai suicidi come quello di Nino Ferrer, bello come il sole, bravo come pochi, idolatrato tombeur de femme, che ben prima di spararsi col fucile da caccia nel petto, il mondo là fuori già da un pezzo non lo vedeva più”.

L’avanguardia dei cantautori. Riflessioni sane in epoca di talent e successo per tutti. Furono quei sensibili talenti così diversi e simili, la variegata avanguardia dei cantautori, nobile termine che a loro però non tocco, malgrado ne avessero molte caratteristiche, a pro dei venturi De Gregori, De André, Venditti. Che certo, senza alcuna intenzione, contribuirono a scalzarli dai loro regni. Vibratili, italici artigiani interpreti di una contemporaneità in frenetica mutazione, di un mondo in bianco e nero che stava diventando a colori. Come le copertine dei loro dischi così ingenuamente moderniste, pop & psichedelia fatti in casa. Scoprendo anche che la “televisiun la g’ha una forsa da leun”. Un buon libro, ricco di aneddoti, accurate ricostruzioni e riflessioni, piacevolmente narrativo, quello di Gentile. Un buon libro sia perché sui libri ci si mette la faccia, solo antidoto al barbarico anonimato della rete che permette a chiunque d’improvvisarsi esperto della qualunque. Sia perché ci vuole coraggio a farne uno, in un’Italia che ha sempre letto poco e, per buona misura, pure cancellato storia dell’arte ed educazione civiche dalle proprie scuole. Mentre della musica, tutta la musica, nelle italiche aule non s’è mai o quasi insegnato. Malgrado le canzoni siano, come moda, pubblicità, design, grafica, i media stessi (da gran tempo tutti oggetti di studi, saggi, mostre e trasmissioni), fonti storiche tout court, alle quali attingere i connotati d’un epoca. Una canzone d’autore varrebbe dunque meno d’una lampada o un abito d’autore?

Boom, miti e strane morti. Anche per Gentile le fonti sono state, cosa buona e giusta (e rara), cruciali. “A parte i Sanremo visti in famiglia e la radio coi primi vagiti beat e rock, ero troppo piccolo per la diretta delle loro carriere e il mondo che si tiravano dietro. La ricerca sulle fonti, quotidiani, riviste, libri, filmati, tv, è stata bella e importante. Come incontrare i testimoni: Marco Ferradini, che fu a lungo vicinissimo a Pagani il quale scrisse molto per lui, l’ho rivoltato come un calzino. Lo stesso ho fatto a proposito di Ciampi con Alessio Lega, che ha uno spirito anarchico molto prossimo a quello del livornese, sul quale ho intervistato anche Franco Carratori, il giornalista musicale e fondatore del premio a lui dedicato”. In filigrana fra le pagine spunta anche l’inevitabile profilo della nascente moderna industria discografica nazionale, miti assortiti all’ombra di Boom e Italia felix, tentativi di putsch e prime stragi di stato. Tempi però anche di grandi speranze e occasioni, brillanti pionieri aspiranti professionisti sulle tracce di una rinnovata e già globale musica di consumo (le case italiane avevano vincolanti partnership con le big angloamericane). E, come sempre, anche di mascalzoni senza scrupoli. Come quelli che escono dalle pagine di un altro volume recente su un punto focale e di non ritorno della musica italiana, la morte di Luigi Tenco. Della quale il giornalista Ferdinando Molteni ne L’ultimo giorno di Luigi Tenco (Giunti, pagg. 159, euro 14) ripercorre il sinistro alone di mistero che da subito l’avvolse. Al quale non pare estraneo il carattere di vergognosa combine che a Sanremo già regna nel 1967. Bello che Molteni ricordi a piene pagine l’etica veemenza con la quale un ancor giovane futuro veterano come Vittorio Franchini descrisse, con largo anticipo, quel malaffare italiota sulla Domenica del Corriere. Parole sante per una lettera morta.

Nascita di un’industria. Discografica. Non più solo industria pesante e agricoltura. Non ancora chimica e poca fashion. L’Italia pullula di nuove professioni in cerca di nuovi professionisti nel ventennio metà ’50-fine ’70. Il moderno lavoro di un’etichetta e di un discografico era quasi tutto da inventare. Il che attrasse in quel mondo – come nel cinema e nella tv – una vasta e ricca scelta di intelligenze delle migliori. D’altronde nella regale Inghilterra, George Martin da direttore d’orchestra diplomato s’era ritrovato, contentissimo, a decidere se i Beatles dovevano esistere o no. Da noi non si era così smart, ma ci si poteva stare. «I gruppi di lavoro di Rca, Ricordi o Cgd erano organizzati come negli Usa Motown, Stax e Geffen, con squadre di autori, arrangiatori, turnisti, produttori. Alla Rca di Roma, nei suoi famosi studi di registrazione, entrando e uscendo da una stanza incontravi Endrigo, Bardotti o Bacalov, lasciavi Zero e trovavi Rino Gaetano o Baglioni e oggi Morandi  ti racconta di Morricone autore per l’etichetta ai tempi diretta dal grande Ennio Melis. Era come una santa alleanza in nome delle canzoni da tramandare, cosa sfaldatasi con gli ’80. In quella fase i discografici facevano anche i talent scout, poi magari imbroccavano un successo. Però non erano solo passacarte ma nobili artigiani, tutti, dai direttori ai fonici, dai session man agli uffici stampa, idem artisti come Dik Dik o Rokes, che sapevano lavorare alla pari coi modelli anglosassoni, presenti non solo nelle singole aziende ma anche ovunque, culturalmente, e sempre dando però un decisivo contributo di improvvisazione tutta e solo nostra”. Come Cinecittà.

E Nino ebbe la pelle nera. Come tutte le mode, il vintage sta sempre in superficie e solo tale può essere, saccheggia senza conoscere. Vale invece la pena di rileggere in profondità queste pagine, affatto diverse da Ferragamo o Ferrari per le sempre precarie fortune della penisola nel mondo. Fa bene, rinfresca, diverte avventurarsi fra tanta vitale intelligenza al servizio della nostra tradizione musicale. Ripensare che il duro dal cuore buono Buscaglione ha sempre avuto tea invece che whisky nei suoi bicchieri e che dalle sue zingarate domestiche con Leo Chiosso, dal loro comune amore per il jazz e il cinema americano son nati tanti minifilm sonori di raro gusto e astuzia autoriale, da anni saggiamente recuperati insieme all’uomo e al personaggio. Intenerisce che quell’Ariel di Herbert Pagani abbia passato i pochissimi tardi dei suoi pochi anni cercando materiale povero sulla costa barese per le sue installazioni, dopo che, vero ebreo errante, aveva girato il mondo per parlare di e fare la pace. E come non commuoversi immaginandosi che Ciampi abbia infamato il mondo per quanto avrebbe voluto saperlo, ricambiato, amare? Del bilingue, come Pagani, Nino Ferrer una volta Manu Dibango, che con lui suonò, ha detto: “Sulla scena era un dandy, e voleva che i suoi musicisti fossero belli ed eleganti oltre che bravi. Sapeva quel che voleva. Uno dei migliori cantanti che la Francia abbia mai avuto. Un erudito con un carattere orribile. Dr. Jekyll and Mr. Hyde. Un bravo musicista che amava la musica ma non se stesso”. Sarebbe stato fantastico fino alla commozione vedere quell’uomo bellissimo e dannato salire sul palco una sera, d’improvviso divinamente nero come Otis Redding.