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MUSICA

"Music Complete", la completezza dei New Order: "Un gioco di parole diventato musica"

Il decimo album della band nata dalla fine dei Joy Division mette insieme synth e importanti ospiti, da Tom Rowlands dei Chemical Brothers a Brandon Flowers dei Killers fino a Iggy Pop. Incontro con il fondatore Bernard Sumner, che racconta: "Morricone mi ha cambiato la vita, i Sex Pistols l'hanno liberata"

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“Quando ero un ragazzo fu la musica di Ennio Morricone a cambiare la mia vita”. Bernard Sumner non è solo stato quel chitarrista che produceva suoni deformati e contorti, ma anche una colonna portante di tutta la scena di Manchester dalla fine degli anni Settanta in poi. Quella celebrata, nel bene e nel male, in un paio di film (24 Hour Party People, di Michael Winterbottom e Control, di Anton Corbijn). Il 25 settembre sarà pubblicato Music Complete, decimo disco dei New Order, la band che sopravvisse, reinventandosi, alla fine prematura dei Joy Division dopo il suicidio di Ian Curtis, il 18 maggio del 1980. “Penso che l'idea che tutti si sono fatti di Ian sia sbagliata”, ci dice il musicista dalla sua casa di Manchester.
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Con Music Control tornate all’elettronica. È così?
“Sì, ci sono molti synth. I lavori precedenti, tranne qualche eccezione, erano più basati sulle chitarre. Abbiamo avuto negli anni una pausa dalla musica elettronica che in questo album abbiamo deciso di recuperare con un atteggiamento più 'dance oriented'. Per un po’ siamo andati indietro nel tempo, esattamente al periodo in cui producemmo Blue Monday (1983), il 12 pollici più venduto della storia”.

Oltre alla vostra produzione, c’è anche quella di Tom Rowlands dei Chemical Brothers. Perché questa scelta?
“Ci conoscevamo da tempo. Ho realizzato un brano con i Chemical Bros, Out of Control nel 1999. C'è stato molta interazione tra di noi. Ha prodotto due brani e ci ha fatto molto piacere che spesso lui ci abbia visitato nel nostro studio di Manchester, anche perché lui vive a Londra”.
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Il titolo, Music Complete, è un’affermazione di maturità?
“È una specie di gioco di parole che si richiama da una parte la Musica Concreta, inventata da Pierre Schaeffer, prima che i sintetizzatori fossero stati ideati. Dall’altro si riferisce a quella sensazione di completezza che ci ha avvolto quando abbiamo terminato il mix finale del disco a Londra. Eravamo a dir poco esausti perché il lavoro era stato molto complesso e lungo”.

Avete coinvolto alcune rockstar di prestigio, tra cui Iggy Pop.
“Ci siamo incontrati nel marzo del 2014 per il concerto pro Tibet organizzato a New York da Peter Glass. Scrissi una canzone in Lost Sirens dal titolo California Grass che pensai dovesse essere interpretata proprio da Iggy. Glielo chiesi e lui la interpretò quella sera insieme a Love Will Tear Us Apart e Transmission con il pubblico letteralmente in visibilio. Glass, tra l'altro, suonò il piano. Da quel momento pensai che sarebbe stato ancora più bello se Pop avesse accettato di cantare una nuova canzone. E così è stato con Stray Dog, un poema in musica che solo la sua voce baritonale avrebbe potuto interpretare al meglio”.

E Brandon Flowers?
“La sua band, The Killers, ha preso il nome dal video di una nostra canzone, Crystal. Li abbiamo sempre seguiti e spesso abbiamo suonato insieme. Affidare una canzone al loro leader era il minimo”.
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Nell’album c'è un altro brano, Tutti frutti, con una voce che parla in italiano. È una sorpresa, come mai?
“All’Italia in un certo senso devo molto. Quando ero un ragazzo fu la musica di Ennio Morricone nei film di Sergio Leone a cambiare la mia vita. Nel periodo in cui scrissi Tutti frutti lavoravo fino a tardi la notte. In quelle sere bevevo un sacco di vino ed ero un po' alticcio (ride, ndr), mentre ultimavo la canzone mi veniva sempre in mente la voce di un italiano. Glielo dissi a Tom Rowlands che stava realizzando il mix del brano, si incuriosì e registrò la voce di una persona a Londra. Non saprei come suoni tutto questo per un italiano, ma per un inglese e tutto molto divertente”. 

Gillian Gilbert (la tastierista e chitarrista, ndr) è ritornata nel gruppo dopo 10 anni, mentre Music Complete è il vostro primo disco senza Peter Hook, il bassista.
“C’è chi viene e chi va. Per Hooky, non ho nessun rimpianto, ci siamo persi di vista nel 2007. Sulla querelle ho scritto tutto nella mia autobiografia pubblicata lo scorso anno, Chapter and Verse, e non voglio aggiungere altro. Siamo stati così tanto tempo senza di lui che non ne abbiamo sofferto l'assenza né la creatività della band è stata in qualche modo intaccata”.

Decise di formare i Joy Division dopo aver visto un concerto dei Sex Pistols a Manchester nel 1976. Si racconta che c'erano pochissime persone quella sera, tra cui Morrissey e quello che sarebbe diventato il vostro manager, Tony Wilson. Tutti alla fine diventaste famosi.
“Quel concerto è entrato nel mito e spesso va anche oltre il suo vero senso. Per capire la sua portata, bisogna ricordare che in quegli anni, quando eravamo adolescenti, eravamo circondati da comportamenti autoritari che si sviluppavano soprattutto a scuola. Allora il sistema educativo era molto diverso e gli insegnanti ci incutevano timore riverenziale. Al di fuori c'erano i più anziani che ci dicevano come comportarci. Quando quella sera ascoltammo per la prima volta i Sex Pistols fu come una liberazione. Furono un detonatore che ci mise al centro dell'attenzione dimostrandoci che non eravamo soli e soprattutto che avevamo ragione a ribellarci. Iniziammo l'avventura dei Joy Division per mettere in pratica quella lezione”.

Qual è il suo miglior ricordo di Ian Curtis?
“Eravamo tutti nella Ford Cortina blu di Stephen Morris (il batterista, ndr). Ian aveva bisogno di fare pipì e chiese di fermare la macchina. Ad un tratto dissi a Steve che la stava facendo proprio sulla sua macchina. Così, in fretta e in furia ingranò la marcia e passò con gli pneumatici giusto sopra le scarpe nuove di Ian che imprecò di tutto e di più contro di noi, tra le risate generali, dicendo: ‘Ma che mi volete lasciare con i pantaloni abbassati sulla strada principale di Manchester?’. Abbiamo passato tanti momenti di felicità insieme e Curtis non era affatto un musone”.