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Songhoy Blues, costretti all'esilio dalla Jihad: "La musica vale più della nostra vita"

Il quartetto di musicisti maliani che i fondamentalisti hanno costretto ad abbandonare le proprie città hanno appena pubblicato una nuova versione del loro disco di esordio in cui è contenuta "Desert Melodies" in cui parlano degli jihadisti

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Ci dovranno prima uccidere, più che essere la traduzione di un titolo di un film documentario, They Will Have To Kill Us First, è una dichiarazione d’intenti che serve a sfidare la più ottusa e violenta ritrosia di chi fa del fondamentalismo la sua religione di vita. Il film, diretto dalla regista Johanna Schwartz, presentato in anteprima mondiale al SXSW Film Festival di Austin (di prossima distribuzione in Europa), è un’istantanea dei tempi tristi e tragici che stiamo vivendo. Racconta la drammatica situazione in cui versano numerosi musicisti nel nord del Mali, paese dell’Africa occidentale afflitto da una cruenta guerra civile iniziata nel 2012, ai quali i fondamentalisti islamici jihadisti proibiscono di suonare e creare musica perché ritenuta blasfemica e contraria alla sharia.
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Tra le tante storie (Fadimata "Disco" Walet Oumar, la superstar Amkoullel, Moussa Sidi) quella dei Songhoy Blues ha assunto i caratteri più definiti e importanti. Perché il quartetto africano, costretto ad abbandonare, sotto minaccia di morte, le città di origine, Gao e Timbuktu, si è rifugiato nel sud del Paese, a Bamako. Lì, Aliou Touré, voce, Garba Touré, chitarra e Omar Touré, basso (nonostante il cognome uguale non sono fratelli), hanno incontrato il batterista Nathanael Dembélé. A quel punto la band aveva assunto l’attuale fisionomia. Notati in un club della cittadina in poco tempo hanno guadagnato una reputazione internazionale. Dapprima sono stati compresi nella compilation Africa Express e in seguito hanno registrato il loro disco d’esordio, Music in Exile, prodotto tra gli altri dal chitarrista della band di alternative newyorkese Yeah Yeah Yeahs, Nick Zimmer. Più di tutto Damon Albarn  si è subito interessato al “desert R&B” del quartetto e lo ha voluto il 15 novembre 2014 come guest d’apertura al suo concerto alla Royal Albert Hall davanti a 5 mila persone.
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I quattro hanno pubblicato (per una nefasta coincidenza proprio venerdì 13 novembre, il giorno degli attentati a Parigi) una versione deluxe del cd di debutto che comprende anche tre cover: Should I Stay Or Should I Go, dei Clash; Kashmir, dei Led Zeppelin e Soul Makossa di Manu Dibango. Tre gemme del passato che trovano spazio tra gli umori e le vibrazioni etno blues piene di messaggi politici e citazioni di un passato musicale prestigioso. Sostiene Garba Touré: “Ci sono numerose somiglianze con la musica del grande Ali Farka Touré, ma anche della tradizione Tuareg e nello specifico dei Tinariwen. Questo non significa che la nostra musica non abbia una sua personalità ben definita. Se provate ad ascoltare Soubour, per esempio, non ha niente a che fare con Ali Farka. E proprio del brano Soubour, un altro membro della band Aliou afferma: “È un brano che parla della pazienza. C’è un proverbio che dice: ‘quello che hai bisogno di fare e desideri un giorno si avvererà’. Siamo stati pazienti e confidavamo che qualcosa sarebbe successo, ma non immaginavamo che sarebbe arrivata una guerra che ci ha obbligati a trasferirci a Bamako”.

In brani come Mali e Desert Melodie i Songhoy Blues descrivono la nostalgia per un passato che sembra molto lontano. “Ho scritto Mali”, ha confessato sempre Aliou Touré, “perché avevo in mente il primo presidente del nostro Stato, Modibo Keita (1960-68) e mi sono chiesto, scrivendola, cosa avrebbe pensato oggi di quello che il Mali è diventato”.  “Desert Melodie, invece, parla più esplicitamente degli jihadisti. Gli stessi che non ci hanno permesso di suonare musica e allo stesso tempo ci dicevano che se non pregavamo non saremmo stati buoni musulmani”. La notorietà e gli apprezzamenti hanno sorriso al quartetto del Mali, alla fine. E adesso possono con coraggio affermare: “Se non ci fosse stata la guerra civile e la barbarie degli jihadisti questa band non sarebbe mai esistita e noi non avremmo raccontato la nostra storia”. Il terrore e la violenza uccidono i corpi, ma non le idee.