Con il suo nono album "Westerner" il cantautore americano racconta la vita di ieri e di oggi tra l'Oceano della California e il deserto dell'Arizona. Ospiti Debbie Harry e Cat Power
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John Doe, Westerner, Cool Rock Records
L’aria del deserto. In California ci dev’essere qualcosa nell’aria che spinge la musica verso est, verso il deserto: il tempo rallenta, i suoni si dilatano e si arricchiscono di echi e riverberi, la chitarra ispessisce il suo suono, le tastiere diventano particolarmente liquide, quasi come ascoltare nuovamente il classico piano Rhodes di Ray Manzarek, il tastierista dei Doors che a partire dal 1980 produsse i primi quattro album del gruppo punk americano X, la prima incarnazione musicale di John Doe, attore con il vizio del rock. Il quale pubblica in questi giorni il suo nono album solista, il primo dopo cinque anni di silenzio, fortemente influenzato proprio dal deserto, tanto che proprio lui lo definisce "un disco di soul psichedelico dal deserto dell’Arizona". Stilisticamente il cantautore americano cambia nuovamente strada, più western che folk o country, e a 63 anni dimostra con questo album di essere più ispirato che mai. Dieci canzoni che se proprio non costituiscono un concept poco ci manca, centrate come sono sulla vita dell’ex frontiera, quella linea immaginaria che incarnava alla fine dell’Ottocento il sogno di conquista per i cowboy americani e che col tempo si è trasformato in uno stato d’animo, spesso malinconico.
La copertina di "Westerner" di John Doe Le canzoni. Canzoni da una terra di frontiera, dunque, dedicate al suo amico di lunga data, lo scrittore e avvocato dei diritti dei nativi americani Michael Blake (è l'autore del best seller Balla coi lupi, da cui venne tratto il film), scomparso proprio mentre Doe registrava questo suo album. Nei brani Blake diventa un punto di riferimento, un personaggio, oppure offre lo spunto per una storia. Doe dice anche che in questi brani si parla "di West, della gente che abitava il West, di cavalli selvaggi, e dei Doors". Cominciamo con il parlare di uno dei brani più belli del disco, Alone in Arizona, una ballata d’amore non per una donna ma per un luogo dell’anima, e A little help, il brano di apertura di Get on board, classico rhythm & blues dal ritmo incalzante che suggerisce la marcia di un treno. Debbie Harry è ospite per un duetto sul rock’n’roll di Go baby go e mentre il ritmo scende entra Chan Marshall, alias Cat Power, per un duetto da brividi su A little help che racconta di immigrazione e lavoro nei campi, lì si tratta di piantagioni di kiwi, ma le storie degli immigrati si somigliano a tutte le latitudini, tra chitarre slide e un pianoforte, mentre il testo racconta della scomparsa dei contadini e di potere dei latifondisti e di sfruttamento di forza lavoro (in nero?). La produzione dell’album è del cantautore Howe Gelb, con Doe nel giro di artisti che collaborarono con il gruppo aperto dei Giant Sand.