L'esordio del dj tedesco Marius Lauben riporta all'elettronica anni Ottanta
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Roosevelt, Roosevelt, City Slang
L’anti-tormentone. L’eccitazione di una calda sera d’estate trascorsa a ballare in una discoteca in riva al mare, la batteria elettronica con i tom esagonali, i sintetizzatori che disegnano melodie, una voce sognante che sembra arrivare da un'altra galassia. Tutto come se ci trovassimo di nuovo negli anni Ottanta. Eccitazione accompagnata però anche da una punta di malinconia perché l’estate sta finendo, come avrebbero cantato quei due. L’esordio del dj e produttore tedesco Marius Lauben, nascosto dietro lo pseudonimo di Roosevelt (che è poi anche il titolo dell’album uscito in questi giorni) si propone così anche come la prova del nove della fine dell’era del tormentone dell'estate. L’album infatti è un prodotto estivo per eccellenza, con quella potenziale hit “disco” intitolata Colours, il singolo trascinato da riff di chitarre, bassi potenti e ogni tipo di percussione sintetica, ma il timing dell’uscita in perfetto contro-tempo lo trasforma in un manifesto dell’ascolto liquido e diffuso tipico di questi anni Duemila. L’altra faccia della dance. Qua e là nell’album spuntano gli stilemi tipici della Edm, la musica dance elettronica. Pare quasi che Roosevelt si diverta così a indicare una nuova strada a quanti apprezzano il ritmo ma si fermano troppo spesso alla superficie, come volesse prendere per mano gli ascoltatori più giovani per proporre loro un’alternativa. E che l’alternativa sia poi un ritorno alle radici, in una chiave che alle orecchie di chi c’era può anche suonare nostalgica, è la cosa più sorprendente dell’album di Roosevelt. La voce di Roosevelt, moderna e antica al tempo, rende l’operazione ancora più credibile, il timbro ricorda quello di James Mercer, vocalist e chitarrista degli Shins, non a caso coinvolto nel progetto Broken Bells di Danger Mouse, simile per idee e stile a questo di Roosevelt.
La produzione. Roosevelt ha prodotto, registrato e missato l’album da solo. E il disco ha una ricchezza e una profondità di suono che non si fa scoprire al primo ascolto. L’approccio ripetuto permette di apprezzarne la varietà dissimulata, i cambiamenti di registro, le citazioni quasi enciclopediche sul mondo della dance: Heart è una citazione del synth pop inglese degli anni Ottanta, Belong sembra uscire dal repertorio dei Pet Shop Boys, Fever ha il tocco magico della dance degli anni Settanta e Ottanta.