L’hic et nunc è subito servito, ad iniziare dai tempi di realizzazione del disco: “Per farlo ho impiegato otto giorni. Mentre l’ultimo l’avevo prodotto in dieci. Significa che sto diventando più veloce”. Per passare poi alla distruzione del mito dei Beatles. Demolizione iniziata con God, tratta da John Lennon/Plastic Ono Band, e proseguita in tanti modi con Imagine. E lo dissolve, non certo con la scelta di chiamare George Harrison, la vittima sacrificale del quartetto di Liverpool che non aveva risparmiato frecciate a Yoko e John nel triplo All Things Must Pass, presente con la sua chitarra in cinque brani su dieci. Né con l’esclusione di Ringo Starr che l’aveva pure aiutato l’anno precedente con John Lennon…, ma che poi aveva sostituito con tre differenti batteristi per le session di Imagine (Jim Gordon, Jim Keltner e Alan White). Lo fa direttamente, abbattendo l’altra metà del paradiso Beatles: Paul McCartney.
John Lennon, 45 anni fa il capolavoro 'Imagine'
L'8 ottobre 1971 venne pubblicato in Gran Bretagna l'album di John Lennon 'Imagine', un mese dopo l'uscita negli Stati Uniti. "Per farlo ho impiegato otto giorni", raccontò Lennon, "mentre il precedente l'avevo prodotto in dieci. Significa che sto migliorando". 'Imagine' è considerata unanimemente una delle canzoni più importanti del Novecento e rappresenta uno dei punti più alti della creatività dell'ex Beatle. Il brano venne pubblicato come singolo l'11 ottobre 1971 negli Stati Uniti e in molti altri paesi del mondo, ma non in Gran Bretagna: per avere il 45 giri, i fan inglesi dovettero aspettare fino al 1975.
Ma l’essenza del disco, co-prodotto con Yoko Ono e Phil Spector (numero uno in Uk e USA così come accadrà con Double Fantasy nel 1980), è tutta nella title track: “Immagina tutta la gente che vive per il presente”. Il brano apre e, idealmente, chiude l’album con la sua inarrivabile compiutezza (senza nulla togliere alla lezione di stile in brani come: Jealous Guy, How? e Gimme Some Truth). Se Imagine può essere considerata, con ogni probabilità, la canzone più importante del Novecento lo si deve alla sensazione prodotta dal contrasto tra la realtà vissuta (guerre, violenze, intolleranza e soprusi) e il disegno utopico di Lennon (“Immagina che ci sia un mondo senza proprietà/ Senza necessità di avidità o fame/Immagina che non ci siano nazioni/non è difficile da fare/nulla per cui uccidere o morire/e che non ci siano religioni”). È una “bugia” utile, di una dolcezza, infantile e comodamente ingenua. Lennon chiama a raccolta tutti i “sognatori” (“Qualcuno potrebbe dire che sono un sognatore/ma non sono il solo”). Per dirla con William Butler Yeats: “nei sogni iniziano le responsabilità”. E l’immaginario di Lennon toccò con un paio di accordi, e una semplicità disarmante, il confine, così vicino così lontano, tra quello che è e quello che potrebbe, condizionato irrimediabilmente dalla più stupida delle paure: essere felici.