Spettacoli

LA CRITICA

Pixies, 'Head carrier', un disco che punta alla continuità

Dopo un apprezzato tour 'best of' in giro per il mondo il sesto album in studio e primo vero disco post reunion. Autocitazionismo e nessun vero stravolgimento

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Pixies, Head carrier (Pixies Music/PIAS)

Lungimiranza. In ambito rock i Pixies hanno capito prima di tutti diverse cose, aprendo scenari sonori e commerciali del tutto inaspettati. Per esempio – siamo a Boston, nella seconda metà degli anni Ottanta – che unire l'irruenza del punk, la dottrina del 'do it yourself' con le melodie del pop e la solarità contagiosa della surf music avrebbe creato un blend altamente infiammabile e virale, destinato ad abbattere diverse barriere di pubblico/critica e a fare proseliti ben oltre i confini delle college radio. Nirvana, Weezer, Lemonheads, Pavement e tantissimi altri, ancora oggi, devono davvero molto, se non tutto, ai Pixies. Oppure nel saggiare la necessità di nostalgia, di ritorni di fiamma – ora siamo nel 2004 – di un pubblico che di lì a poco sarebbe stato sommerso da uno tsunami di retromania, quando annunciarono la loro rentrée dopo una pausa di undici anni.

Dal 2004 al 2013 i Pixies hanno suonato il loro concerto best of in giro per il mondo e la gente sembrava non averne mai abbastanza, visto il successo di tale operazione. Il passo successivo, rischioso ma 'necessario', portava alla realizzazione di materiale inedito, le ultime incisioni risalivano al 1991 con Trompe le Monde. E qui sono iniziati i problemi, con la fuoriuscita della storica bassista/cantante Kim Deal, sostituita prima da un'altra Kim (Shattuck) poi da Paz Lenchantin (A Perfect Circle, Swan, Entrance). Ma soprattutto con la bassa qualità media dei tre ep usciti tra il 2013 e 2014, poi raccolti nell'atteso 'comeback album' intitolato Indie cindy.
  
Formula. Il loro sound apparentemente apolide e schizofrenico, ma in realtà assai peculiare, viene riproposto anche in Head carrier, sesto album in studio dei Pixies e primo vero disco inciso post reunion. Pur cambiando produttore, Tom Dalgety al posto del fidato Gil Norton, non si annoverano stravolgimenti nel suono della band e nell'approccio compositivo, se non una labile e non dichiarata apertura verso una sorta di adult rock contemporaneo, con un tipo di produzione in 'alta fedeltà' che può ricordare gli ultimi Pearl Jam.

La consueta alternanza tra brani schizzati, adrenalinici quasi primitivi e altri cadenzati, ondivaghi o elaborati è confermata anche in Head carrier, così come quel pastiche di stili, umori, tonalità che da sempre finiscono nel calderone rock dei Pixies. Alcuni episodi arrivano fino all'autocitazionismo spinto come l'incipit di All I think about now, davvero (troppo) simile alla celebre Where is my mind?. Ma forse solo perché il brano non è altro che una lettera di ringraziamento a Kim Deal scritta e cantata da Frank Black e dalla subentrata Paz Lenchantin. Anche la veste grafica punta sulla continuità, affidata come da prassi al famoso designer inglese Vaughan Oliver, noto in ambito musicale per essere stato l'art director della 4AD dal 1982 al 1998.
 
Giù la testa. Il titolo Head carrier è la traduzione inglese del termine cefaloforia, utilizzato nella tradizione cristiana per descrivere il miracolo grazie al quale alcuni santi martiri, dopo essere stati decapitati, raccoglievano la propria testa mozzata e la cingevano fra le mani. In particolare i Pixies si riferiscono a St. Denis (San Dionigi) di Parigi. Non è chiaro se si tratta di una provocazione relativa ad alcune stroncature ricevute con il precedente Indie Cindy, al fatto di aver perso un elemento importante come Kim Deal o ai tragici fatti del Bataclan. La reazione dei Pixies sotto forma di metafora/iconografia sacra sembra essere “nonostante tutto e tutti noi siamo ancora qui”.

Detto ciò Head carrier non è certo un disco capace di far perdere la testa per merito della sua affilata e debordante qualità musicale. Ma neanche un passo falso, una quasi totale autoflagellazione rock come era stato Indie Cindy. Per mantenere la santità terrena – ampiamente guadagnata con i primi quattro album, quelli prima del “congelamento 1993-2004” - Frank Black e i Pixies odierni devono e possono fare molto di più. Quanti di questi brani meritano di essere inseriti e suonati in una scaletta ideale insieme a Debaser, Gigantic, Monkey gone to heaven o Here comes your man? Forse la title track. Forse Classic masher. Forse il singolo Talent. Forse.

In Head carrier non si grida quasi mai al miracolo, nessuna intuizione o rivelazione ultraterrena, nessuna nuova visione celestiale o luciferina. Solo del solido, curato e conservativo artigianato rock. In assoluto nulla di così preoccupante, solo che quando si parla dei Pixies – e al netto di un'attesa di circa venticinque anni – un approccio/risultato del genere suona come qualcosa di molto simile a una blasfemia.