Kings of Leon, se il rock melodico è un punto di arrivo
Matteo Quinzi
Si scrive 'WALLS', ovvero 'We Are Like Love Songs', ed è il nuovo album dei fratelli Followill (più un cugino), che sono partiti da Nashville nel 2003 per trovare a sorpresa il proprio spazio nel mainstream
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Kings of Leon, WALLS (Sony)
A sud dell'hype. Nei primi anni del terzo millennio è stata certificata dai media e dal necessario supporto del pubblico l'ennesima rinascita del rock americano. L'epicentro venne individuato in una New York “bonificata” dalla cura Giuliani e pronta per essere colpita dalla febbre hipsterica, con una (non) scena ricca e variopinta che ha lanciato in rapida sequenza Strokes, Interpol, Liars, Yeah Yeah Yeahs, Tv On The Radio, LCD Soundsystem, Rapture, Oneida e tantissime altre realtà dislocate tra Brooklyn e Manhattan.
A sud dell'hype, più precisamente a Nashville, Tennessee – la capitale della musica country resa nota e immortale anche ai cinefili grazie al capolavoro omonimo del 1975 firmato Altman – si è manifestata nel 2003 una delle poche eccezioni al magnete newyorkese. La famiglia Followill, ossia i fratelli Caleb, Nathan e Jared più il cugino Matthew, si è trasformata, neanche fossero dei Power Rangers in versione rock, nei Kings of Leon, conquistando con Youth & Young Manhood visibilità e consensi sia in America che in Europa, soprattutto in UK.
E se i primi due album erano una versione sudista (southern) del revival garage rock degli Strokes, dal terzo disco i KoL hanno tentato di costruirsi un suono più personale e ambizioso, strizzando l'occhio e le chitarre verso una tensione/dimensione da stadium rock. Sintesi perfettamente riuscita nel quarto capitolo discografico, quell'Only By The Night (2008) che ha permesso alla band di imporsi su scala mondiale grazie a hit come Sex on Fire o Use Somebody. Da lì è partito l'effettivo percorso mainstream della band, tortuoso ma non privo di soddisfazioni come le sette nomination ai Grammy con tre vittorie, che li ha portati fino a WALLS, acronimo per We Are Like Love Songs.
La copertina dell'album "WALLS" Squadra che vince... Sette dischi in tredici anni, una media molto alta se si pensa ai ritmi contemporanei dell'industria discografica. I KoL continuano sfruttare la vena madre per comporre i loro album, apportando qualche novità stilistica e logistica giusto per cambiare l'aria, per evitare che l'odore di stantio metta a disagio il pubblico più fedele. Dopo anni sono tornati a registrare a Los Angeles e lo hanno fatto con un nuovo produttore, Markus Dravs, celebrato per il lavoro svolto con Coldplay, Arcade Fire, Mumford & Sons e Florence + The Machine. A parte questo WALLS è il classico album della continuità, nel quale trovare tutti i pezzi del puzzle, già incastrati a dovere. C'è Waste a moment il singolo pop/rock anthemico col coro garantito. Ci sono il rock elettrico ed erotico di Find me e altri ammiccamenti al miglior repertorio KoL come Reverend, Around the World, Eyes on You o Wild.
WALLS non erige o abbatte alcuna barriera, al limite sposta un po' più avanti l'orizzonte della band. Lo fa con brani come Muchacho che sembra uscito dal songbook più sornione ed esotico di Devendra Banhart. La leggerezza soul di Conversation Piece, con un arrangiamento (simil) orchestrale. La lunga e intensa Over che può ricordare il lato più melodico dei British Sea Power.
La qualità migliore di WALLS è il lavoro sulle canzoni, il mix tra scrittura, esecuzione e produzione. Un gioco di equilibrismo tra l'essenzialità rock e la ricchezza di sfumature (riverberi, echi, feedback, suoni in sottofondo) tale da rendere l'esperienza godibile e intensa anche dopo diversi ascolti.
A mente libera. Se si ascolta WALLS liberandosi tanto dalle aspettative quanto dai pregiudizi, quindi abbattendo tutti gli eventuali muri mentali, emerge un album di rock melodico e radiofonico nel senso più positivo della definizione. A fare la differenza è ancora una volta la voce graffiata e graffiante di Caleb Followill, uno dei punti di forza della band fin dagli esordi. E una ballad come la title track che chiude l'album. Un brano apparentemente semplice, fatto di poche cose - loop percussivo, chitarra acustica, piano e voce – con una struttura circolare e un mood vagamente springsteeniano. Beh è la cosa più simile a una prova di maturità, superata a pieni voti, mai partorita/proposta dai Followill.
E poco importa se l'ultima parte del video di WALLS - con Caleb, inquadrato in primo piano, che gira tra le strade di notte seduto dietro a un pick up - ricorda Frosinone di Calcutta. O che la copertina - opera dell’artista russo Michael Zajkov - abbastanza controversa per non dire orrenda, un omaggio all'album Byrdmaniax (1971) dei Byrds, sembra un mash up tra i KoL in versione Kraftwerk/Big Jim immersi nella piscina dei Precog di Minority report o nell'oceano di latte immaginato da Crialese in Nuovomondo.
Il consiglio, come suggerisce il loro cognome, è quello di non perdere tempo con le elucubrazioni ma di seguire (to follow) il flusso rock dei KoL. Di godersi appieno il loro settimo sigillo - spesso conservativo, autoreferenziale ma nel suo complesso ispirato e convincente come non capitava da tempo, per l'esattezza proprio da Only By The Night - e le emozioni che sa regalare.