L'artista afroamericana pubblica "A seat at the table", un disco-manifesto di canzoni che affrontano il tema razziale
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Solange, A seat at the table (Saint - Columbia)
Sorelle famose. D’accordo, è la sorella di Beyoncé. D’accordo, è ancora più famosa per aver preso le sue difese in ascensore, prendendo a calci il cognato Jay Z, piuttosto che per la sua musica. Però è anche un’artista completa, che scrive le sue canzoni, le produce, le canta. E con questo album, il terzo della sua carriera, dimostra di non essere seconda alla sorella nel riuscire ad affrontare temi sociali e a trasformarli in una splendida confezione per intrattenimento mainstream. I temi. «Vado a cercare il mio corpo, torno presto». Proprio in apertura di album, Solange si interroga su razza, genere, classe sociale, sessualità: «Anche un re è un uomo, fatto di carne e ossa. Sanguina esattamente come fai tu», canta in Weary. È l’inizio del viaggio, a tratti luminoso, a tratti doloroso, che attraversa tutto l’album. Un viaggio né breve né semplice, anche perché l’obiettivo è mettere a fuoco i motivi per i quali nella società americana (e non solo in quella) il corpo di un nero è già stato denigrato e fatto oggetto di violenza. Di qui la rabbia, la sofferenza, la malinconia, la follia, l’orgoglio. Eppure, come fosse uno specchio, l’album A seat at the table potrebbe aiutare chiunque a rapportarsi con la diversità, anche grazie agli otto interludi in cui si ascoltano voci, testimonianze dirette (comprese quelle del padre di Solange, Matthew Knowles, e della madre, Tina Lawson), esperienze di vita, brandelli di storie.
Le canzoni. Se i testi e le parole ascoltate non sono ancora riuscite a far conquistare a Solange quel posto a tavola a cui si riferisce il titolo, il resto riesce a farlo la musica, le melodie, la voce vibrante che Solange mette in luce in queste tracce. A tratti smooth e jazz, come dimostrano brani come Rise con la sua voce che modula sul pianoforte, a tratti più soul, fino al funk più sperimentale, l’album è anche un viaggio nei diversi colori della musica nera. La produzione, assistita da Raphael Saadiq, mantiene alto il carattere e l’impressione è sempre di eccellenza. Tra gli episodi migliori Don’t touch my hair e Mad cantata in duetto con Lil Wayne.