Spettacoli

MUSICA

Fedez: "Dischi, talent e social purché siano dissacranti"

Intervista al “giudice” di X Factor a poche ore dalla finale dell’edizione 2016, stasera in diretta su Sky. A gennaio, con il socio J-Ax, pubblicherà l’album “Comunisti col Rolex” e dall'11 marzo partiranno in tour da Torino. Già doppio sold out al Mediolanum Forum di Assago
 

4 minuti di lettura
Di lui ormai sappiamo tutto. O quasi. Dove va in vacanza e con chi ci va, vediamo le barche, i ristoranti, i piatti che preferisce. Per ultimo la love story con la fashion blogger Chiara Ferragni, una cena a lume di candela in pigiama nella stanza d’albergo, e noi sempre lì a condividere via Snapchat, Instagram, Facebook...

Fedez, a 27 anni, incarna il nuovo modello di artista totale: è il cantante più esposto sui social in Italia, un discografico di successo, un talent scout, un brand nella moda. Ed è uno dei quattro giudici della decima edizione di X Factor, il talent che alle 21.15 celebra l’ultimo atto su SkyUno e su Tv8 (diretta anche su Radio Deejay): Fedez stasera può contare su due dei quattro finalisti, Gaia e Roshelle. E il 20 gennaio, con J-Ax, pubblicherà l’album Comunisti col Rolex.

Fedez, cosa dice della sua terza volta da giudice a “X Factor”?
«X Factor è uno dei programmi più riusciti della tv italiana e non posso che ritenermi soddisfatto visto che gli inediti delle mie ragazze sono i più venduti in Italia e hanno sbaragliato la concorrenza. Considerato che è un programma che punta a imbastire una carriera direi che ci siamo riusciti».

Sarà ancora giudice nel 2017?
«Sì, dovrei aver già firmato un’opzione, non so bene, dovrei controllare il mio contratto, ma penso di sì…».

Seguendo le vostre schermaglie ci si fa l’idea che i giudici mal sopportino le critiche.
«Dipende. Se vengono espresse in modo civile creano dibattito. Certo se sono pretestuose uno si stizzisce e risponde. Ma ci sta».

Qualcuno in Rete si è già portato avanti dicendo che vincerà Gaia.
«Sulla base del niente, immagino, visto che c’è un televoto».

Il televoto non dev’essere infallibile se nelle semifinali in fondo allo schermo si leggeva: “Al momento non è stato possibile adottare strumenti tecnici in grado di prevenire l’eventuale abuso di televoto da parte di operatori specializzati”. Secondo lei cosa vuol dire?
«Beh, è una domanda da fare a Sky, io faccio il giudice. Ma se la cosa è realmente in questi termini credo che se ne dovrebbero preoccupare tutti i programmi che utilizzano un televoto. Perlomeno Sky ha avuto la trasparenza di palesarlo».

Nella title track dell’album “Comunisti col Rolex”, lei dice: “Tiziano Ferro si è comprato l’attico di fianco a Fedez con i soldi risparmiati a cena con il fisco inglese”.
«Con quel brano volevamo rispondere a una critica che ci hanno rivolto e, ironizzando, rompere un vecchio tabù. Nel momento in cui un artista che ha trattato tematiche sociali ha successo e può ottenere riscatto sociale viene additato come un “comunista con il rolex”, uno con il cuore a sinistra e il portafoglio a destra. È successo a De Gregori con gli autoriduttori nel processo al PalaLido, succede oggi in maniera molto più edulcorata quando mi viene detto che mi compro un attico da due milioni di euro, mentre io non ho mai stigmatizzato chi si compra le case onestamente pagando le tasse. Se Fedez si compra una casa milionaria onestamente, Aldo Grasso e Massimo Gramellini si scomodano per scrivere editoriali, se lo fa Tiziano Ferro, con un passato fiscale possiamo dire torbido, nessuno dice niente, il perché non lo so».
La copertina dell'album "Comunisti col Rolex" 
E poi c’è il riferimento a Jovanotti quando dice: “Dovrei fare come il Jova, miliardario sottocosto, a fare il vegano e poi mangiare la bresaola di nascosto”.
«Nel nostro Paese l’ostentazione è ostracizzata e stigmatizzata. In America il riscatto sociale del rapper o dell’artista in generale è accettato e benvoluto. Lì tu ti svegli e devi andare al ballo con la più bella della scuola, in Italia devi farlo ma in maniera più educata, devi avere i soldi ma tenerli nascosti. Il pezzo comunque parla da sé, non si può spiegare come non si possono spiegare le barzellette. E poi la strofa della canzone di cui vado più orgoglioso è un'altra, questa: “Come Fred Vargas tifavo per Battisti, ma Lucio. E come Berlinguer citavo sempre Marx, ma Groucho”».

J-Ax dice che lei è sempre pronto allo scontro.
«Sono un po’ guerrafondaio ma credo dipenda dall’età. Passerà».
E lei cosa dice di J-Ax?
«Per me è stato ed è un punto di riferimento. E credo di esserlo anch’io per lui, per diverse cose. A cominciare da come siamo usciti dalla collaborazione con il nostro vecchio produttore, Franco Godi, con il quale lui lavorava da oltre vent’anni e io dopo un anno mi ero accorto che qualcosa non andava bene nella sua gestione. Così alla veneranda età di 21 anni, decisi di andare via e chiesi ad Ax di venire con me e di fondare l’etichetta Newtopia, portando via a Godi i dipendenti, gli artisti e facendogli anche causa».

L’ha vinta?
«Diciamo che non l’ho persa».

Con J-Ax avete inventato il fenomeno Rovazzi: ce lo spiega lei che lo ha avvistato prima di proporlo al pubblico?
«Per noi è tuttora inspiegabile. Sebbene molti pensino che abbiamo costruito Rovazzi in laboratorio, la sua storia discografica nasce per puro divertimento, zero aspettative. La verità è che ho scoperto Fabio due anni fa e l’ho trovato subito un ottimo creativo. Quando l’ho firmato non avevo idea di cosa avremmo fatto e la strada musicale era l’ultima che avevamo in testa. Inizialmente ha collaborato come autore televisivo e come attore per diversi programmi tv. A un certo punto ha avuto l’idea di fare un pezzo e così gli abbiamo messo a disposizione gli studi e tutto l’occorrente per farlo. Abbiamo un background di ascolti comune, ci piacciono le canzoni parodia nello stile dei Lonely Island, un genere che in America ha molto seguito. Detto ciò siamo ancora tutti increduli sul successo di Rovazzi, ma ne sono molto orgoglioso».
 
Esattamente come lei, anche Rovazzi è nato su Youtube: è ancora così determinante nel decretare il successo di un artista?
«Come ho sempre sostenuto fin dai tempi in cui ha fatto da trampolino per me, Youtube è una delle piattaforme più democratiche della discografia. Credo che tutta la discografia sia molto meritocratica, è l’unico contesto in cui il clientelismo italiota non riesce ad attecchire. Passano gli anni e la discografia muta in continuazione e offre sempre più vetrine per esporre la propria musica. Del resto puoi essere il proprietario di una radio e spingere i tuoi artisti, o spendere milioni di euro per realizzare i tuoi video, ma se il brano non piace e non funziona non c’è niente da fare».

Negli ultimi mesi pratica sempre di più i social per mostrare aspetti della sua vita privata, questa esposizione serve?
«Non è un uso studiato o metodico. Uso i social come potrebbe fare un mio coetaneo, esattamente come lo usano le persone normali, come del resto continuo a sentirmi. E onestamente non mi sento catturato da un vortice di dipendenza che mi porta a dover postare ossessivamente aspetti della mia vita, lo faccio in maniera del tutto naturale e senza delegarlo a nessuno».

Cosa pensa del risultato del referendum?
«È indicativa la grande partecipazione di popolo. “Libertà è partecipazione”, diceva Gaber. Io ho votato “no” anche se non l’ho mai palesato né mi sono speso nel dibattito pubblico. Era abbastanza scontato che vincesse il no, tanto che non ho ritenuto necessario aggiungere la mia voce ad un dibattito che era già trasparente. Alla serata conclusiva organizzata a Roma non sono andato per motivi di lavoro, ma c’è andato J-Ax».

Lei è stato tra i primi ad apprezzare il “metodo innovativo” dei 5 stelle, un giudizio che riconferma?
«Continuo a pensare che la scelta non sia poi così ampia e nella non-scelta continuo a trovare innovative le reiterate virtù, seppure poche, dei 5 stelle».