Ministri, c’era una volta l’impegno. E (sorpresa) c’è ancora: si intitola 'Fidatevi'
Luca Valtorta
La musica non parla più di politica? Oggi lo fa, ma in modo diverso. Da Lo Stato Sociale a Vasco Brondi, riesplode un genere che sembrava scomparso. Parlano i Ministri, che il 9 marzo pubblicheranno un nuovo disco: "I millennials hanno capito che nel loro futuro saranno poveri"
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Sanremo ha fatto scoprire al grande pubblico una rarità: Lo Stato Sociale, una giovane band che, sia pure con leggiadria, parla di politica. O meglio, come dice il suo nome, di impegno sociale. Un tempo, neanche tanto lontano, era il contrario: musica e impegno erano praticamente sinonimi. Agli albori la 'musica popolare' era la ripresa delle canzoni contadine e di lotta da parte di Giovanna Marini, Paolo Pietrangeli, Eugenio Bennato e di tutto il gruppo del cosiddetto 'folk revival'; poi vennero i cantautori, come De Gregori, Lolli, Guccini ma anche Jannacci, tutti a vario titolo impegnati, il rock nelle sue varie declinazioni, dai CCCP ai Litfiba, fino all'hip hop militante di 99 Posse e Assalti Frontali.
Se allora il disimpegno era addirittura guardato con sospetto, da tempo ormai avviene il contrario: la nuova scena di cantautori, da I Cani a Calcutta, ai nuovi rapper, da Ghemon a Sfera Ebbasta, si tengono ben lontani dalle prese di posizione politiche. Le eccezioni comunque ci sono: i Baustelle nascondono tra le pieghe di brani complessi momenti di grande rabbia (“noi ci salveremo disprezzando la realtà e questo mucchio di coglioni sparirà”, cantavano ne I mistici dell'Occidente) e così Vasco Brondi (“E proteggimi dai lacrimogeni/ e dalle canzoni inutili” in Lacrimogeni). I Ministri sono parte di queste 'nobili' eccezioni: band che, in maniera non banale, non rinunciano a parlare di temi 'pesanti' come il lavoro (“Non ha senso più/ Chiamarti padrone/ Se son qui/ È soltanto perché/ Non ho forze/ Per andare altrove/ Pagami” in Ballata del lavoro interinale).
Non è un caso che in passato chiudessero i loro concerti con il brano Ma chi ha detto che non c'è? di Gianfranco Manfredi, un classico della contestazione degli anni Settanta e non è un caso che Federico Dragogna, chitarrista e autore di molti dei testi del gruppo (gli altri sono il cantante Divi e il batterista Michele Esposito), abbia stabilito un sodalizio artistico proprio con Vasco Brondi, collaborando ai suoi ultimi dischi. Anticipato dall'omonimo singolo, uscito da pochi giorni, il 9 marzo uscirà il loro nuovo album intitolato Fidatevisu etichetta Woodworm/Artist First.
Il nuovo disco, 'Fidatevi', in uscita il 9 marzo per Woodworm/Artist First
Di cosa bisogna fidarsi?
Ministri: “Degli altri. Delle persone che ti stanno intorno, nei rapporto personali ma anche nella vita di tutti i giorni. Abbiamo bisogno degli altri. Ma fidarsi richiede un salto nel vuoto, un atto di coraggio. Riascoltando il disco ci siamo resi conto che questo tema riecheggiava in vari pezzi e così abbiamo deciso di sottolinearlo. La cosa interessante è che quando l'abbiamo pubblicato in rete molti ci hanno scritto: 'Io mi fido', pubblicando l'immagine del biglietto dei nostri futuri concerti. Una cosa che ci ha fatto davvero piacere”.
Non è facile fidarsi di questi tempi.
“Questo è il motivo per cui abbiamo voluto andare controcorrente. Lo scenario che raccontiamo nel disco in realtà è piuttosto desolato. Non è stato facile essere una rockband in questi anni in Italia: le economie di chi cerca di vivere in questo modo oggi sono dure e ti scontri con la realtà della banca che non vuole farti un mutuo. Però quello che noi diciamo da sempre è: se ti piace davvero continua a farlo”.
Sono questi gli Spettri di cui parla una delle canzoni del nuovo disco? Eppure quello precedente, Cultura generale, è andato al terzo posto in classifica dopo David Gilmour e Lana Del Rey, e i vostri concerti sono andati tutti sold out...
“Oggi si arriva ai primi posti in classifica con pochi dischi, si campa con i concerti ma non puoi stare sempre in tour, siamo fermi da un anno per fare il nuovo disco e dopo un po' i soldi finiscono. Spettri è un viaggio nel buio. Ognuno la può leggere un po' come vuole ma diciamo che è la storia di come ti senti quando dopo aver pensato per tanto tempo di non aver bisogno di niente e di nessuno, ti accorgi invece che hai bisogno di tutti. Un flusso di coscienza in cui si agitano fantasmi. È una canzone scura sulla durezza della realtà”.
È un disco meno politico questo, più introspettivo?
“Non ha senso oggi parlare di politica come magari succedeva un tempo. Anche per la velocità del flusso informativo: cosa fai, un pezzo che nasce da una riflessione sul caso Weinstein che esce dopo un anno? Non ha senso. Il punto davvero politico oggi è riflettere sul valore reale delle cose. Io credo che dopo tutti questi anni di confusione la gente si renderà di nuovo conto del perché vale la pena comprare i giornali invece di stare sui social, di incontrarsi senza guardare il telefonino e di fare musica per il piacere di farla e non pensando solo a come guadagnarci sopra”.
A cosa servono i dischi oggi?
“Ogni tanto trovi qualcuno che ti dice: 'La tua canzone mi ha aiutato in un periodo difficile'. E allora capisci di avere un senso, di avere un ruolo perfino. Non c'è niente di sbagliato in chi fa pop, c'è gente che ha voglia di intrattenersi e basta e ok. Poi però c'è anche un sacco di gente che apre un disco come fa con un libro e vuole vederci dentro, sentire delle emozioni. Se ascolti un disco di Nick Cave guardi dentro la sua anima ed è una cosa fortissima”.
In un brano come Mentre fa giorno siete più ottimisti.
“Sono due persone che guardano un'alba, una delle esperienze più belle che si possa fare”.
Con Due desideri su tre si parla di nuovo della vostra generazione.
“Tutto è consumo: quando scorri le pagine dei social network si attiva una nuova ingordigia, continui ad andare avanti per ore. C'è sempre qualcosa che manca, il desiderio non trova mai soddisfazione. I 'millennials', dopo tanti anni in cui si sono illusi, cominciano a rendersi conto che nel loro futuro saranno poveri. Anche se fanno gli architetti, i giornalisti e altri lavori un tempo ritenuti privilegiati, continuano a guadagnare 800 euro al mese e non sanno neppure se e per quanto gli verrà rinnovato il contratto. E nessuno vuole vivere come vivevano i nostri bisnonni”.
Soluzioni?
“È complesso. Andando su e giù per l'Italia vediamo terre bellissime ormai spopolate. Tutti vanno in città. Forse potremmo utilizzare meglio la tecnologia e invece di alienarci potremmo cercare di usarla per il famoso telelavoro. All'estero succede, in Italia ancora no, ma potrebbe essere una possibilità. Una cosa è sicura: non abbiamo bisogno della maggior parte delle cose che abbiamo”.
Invece gli hipster di oggi aspirano alla pizza ma solo 'gourmet', tanto per citare Lo Stato Sociale.
“Esatto. Ok, lasciamo pure stare i sogni degli anni Settanta: non si avvereranno. Ma qualcosa ancora sogniamolo!”.