Spettacoli

musica

'In Utero', 25 anni fa il volo dei Nirvana

Il 21 settembre 1993 usciva l'ultimo disco registrato in studio dalla band prima del suicidio di Kurt Cobain, avvenuto nell'aprile del 1994
3 minuti di lettura
Un ritorno alle origini. A quel grembo materno raffigurato dalla copertina: all'innocenza, all'autenticità. Nel 1993 Kurt Cobain voleva ritrovare le ali, la possibilità di spiccare un salto al di là delle costrizioni che negli ultimi due anni avevano trasformato la sua band nell'ingranaggio più prolifico dello show business. Rischiando di stritolarla. Un viaggio a ritroso verso la primordialità: del suono, delle emozioni, delle parole. L'azzardo era enorme: far dimenticare a mezzo mondo la perfezione levigata di Nevermind - il disco che nel settembre del 1991 aveva mandato in orbita i suoi Nirvana - e riportare in superfice tutte le increspature e l'oscurità di cui quel suono si nutriva. Il risultato fu In Utero, pubblicato venticinque anni fa, il 21 settembre del 1993. L'ultimo disco registrato in studio dalla band prima del suicidio del cantante, avvenuto pochi mesi dopo nei primi giorni dell'aprile del 1994.
 

In Utero è il diario di più battaglie. Quella di Cobain con se stesso: I hate myself and I want to die era non solo il titolo iniziale del progetto, ma anche la risposta che il cantante forniva a chiunque gli chiedesse "Come stai?". Ancora: la battaglia contro la persistente e profonda violazione della privacy subita negli ultimi 24 mesi, la sua vita al microscopio, spiattellata su riviste di mezzo mondo, la fenomenologia delle sue dipendenze degradata ad argomento di conversazione nei talk-show. Era la battaglia contro chi - critici, giornalisti, la sua stessa etichetta musicale - in quegli stessi 24 mesi, non faceva altro che indicarlo di continuo come "voce di una generazione", "profeta del grunge", "il modello che tutti i ragazzi tra i 15 e i 25 anni seguono". Infine una battaglia più intima, di quelle che si svolgono nella solitudine più profonda: racchiudere in un disco il proprio abisso di noia e di rabbia, di insoddisfazione e tensione alla bellezza. 
 
Il disco inizia a prendere forma nel febbraio del 1993 quando i Nirvana lasciano Seattle per approdare in un piccolo studio di registrazione del Minnesota, il Pachiderm di Cannon Falls. Fuori ci sono boschi, piccoli sentieri tra metri di neve, echi e silenzio, pochissima luce. Il bassista Krist Novoselic raccontò che "sembrava di essere arrivati in un gulag". Dentro c'è Steve Albini, l'eminenza grigia dell'indie rock americano. Era a lui che i Nirvana si erano rivolti per riconfigurare il loro suono. Cobain voleva una musica "a più dimensioni, grezza e caramellosa". Prima di dire sì Albini aveva superato molte incertezze: per lui i Nirvana erano "i Rem con un distorsore", l'emblema di come il rock potesse essere assoggettato al volere delle case discografiche. Accettò di produrre il disco a patto di ottenere libertà totale. E chiese alla band di comportarsi come un gruppo indipendente: pochi giorni di registrazione, lo studio pagato con i propri soldi e non con quelli dell'etichetta, un suono quanto più possibile catturato dal vivo.
 
Tutta la musica fu registrata in sei giorni. Pochissime sovraincisioni. Cobain, Novoselic e Dave Grohl suonarono quasi tutti i pezzi insieme in studio. Cinque giorni per mixare tutto. E le voci di Cobain registrate in sole sei ore, con il cantante che a differenza di Nevermind lavorò sulle sue liriche fino all'ultimo secondo utile. Il 26 febbraio i Nirvana erano fuori dallo studio. Da quel giorno fino al 21 settembre la guerra con la casa discografica fu totale: "quella roba" non poteva essere pubblicata, troppo ruvida, troppo diversa da Nevermind. I Nirvana fecero solo pochi compromessi, lavorarono al nuovo missaggio di alcune tracce. Smussarono qualche angolo. Nonostante questo il disco che uscì nei negozi il 21 settembre era il biglietto d'ingresso in un buco nero fatto di urla, distorsioni e melodie. 
 
Le prime quattro canzoni del disco lasciano ancora oggi senza fiato. Serve the servants inizia con uno stacco in dissonanza e poi giù in un riff di chitarra sincopato, violento. "La rabbia giovanile ha pagato bene, ora sono annoiato e vecchio" le prime parole di Cobain. Tutta la retorica sul grunge che va in soffitta in un solo verso. Poi Scentless apprentice, la batteria di Dave Grohl che introduce un riff monolitico, la voce di Cobain che quasi si rompe urlando "Era nato privo di odore e di senso, l'apprendista senza odore". Una canzone furiosa, un ode all'informe e all'indistinto, nessuna rassicurazione. Segue Heart-Shaped Box, forse il capolavoro dell'album. Una ballata obliqua, malata, un ritornello in cui sono condensati tutti gli anni 90 musicali. L'amore come forma suprema di dipendenza: "Mi trascinarono nella tua trappola magnetica, un pozzo di catrame [...] Cala il tuo cordone ombelicale affinché io possa arrampicarmi per tornare". Dopo c'è Rape me: gli accordi che scimmiottano Smells like teen spirits, Cobain che sussurra e poi urla "Violentami, amico mio, odiami, fallo ancora". 
 
E così via in un disco che si incammina tra i deliri sonici di Frances Farmer Will Have Her Revenge On Seattle, Very Ape e Milk It e la desolazione di Dumb per arrivare alle desertiche melanconie di Pennyroyal Tea: "Datemi l'aldilà di Leonard Cohen, affinché io possa singhiozzare in eterno. Sono così stanco che non posso dormire, anemico di regalità, un bugiardo e un ladro". L'esposizione è compiuta: a un mondo che voleva sapere tutto di lui, Cobain risponde qui con la massima sincerità, scavando e riportando alla luce tutte le sue fragilità. E lo fa in una canzone costruita quasi per rispettare il canone nascosto della radiofonia, un singolo, per rendere quanto più universale possibile questa ammissione di debolezza e inadeguatezza. Radio Friendly Unit Shifter e Tourett's gli ultimi passi prima del commiato finale, quella All apologies in cui convivono archi e chitarre distorte, dolcezza e abbandono, forse la canzone-sintesi dei Nirvana.
 

Maledetto 5 aprile: il suicidio di Kurt Cobain e il senso della sua ultima canzone


Lo ha raccontato Dave Grohl: "Nell'estate del 1994, pochi mesi dopo la morte di Kurt, andai al Lollapalooza, il festival del rock alternativo, a Detroit. Ero seduto lì in mezzo a 30mila persone aspettando il concerto quando dall'impianto iniziarono a uscire le note di All apologies. Dopo pochi secondi tutti stavano cantando. Restai in silenzio, poi scoppiai in lacrime. Ancora oggi In Utero ha quell'impatto su di me". E quell'impatto è ancora sulla pelle di tutti i fan dei Nirvana quando ascoltano quelle dodici canzoni strazianti che non sono riuscite a essere l'antidoto alla solitudine abissale di Kurt Cobain.