JazzMI 2018, una metropoli sotto le stelle del jazz
Paolo Russo
A Milano 210 concerti (70 gratis) in 85 luoghi: dall'1 al 13 novembre un cartellone all star. La grande mostra fotografica di William Claxton. E poi film, incontri con gli artisti, libri, seminari, laboratori per i più piccini
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JazzMi 2018, torna l’invasione dell’ultrajazz. Smarcatosi fin dalla nascita dalla ressa festivaliera che da sempre segna l’estate italiana, JazzMi 2018 rimette in viaggio (1-13 novembre) il suo caravanserraglio in technicolor di uomini, donne, suoni, storie e visioni in perenne, mutante migrazione nelle sconfinate terre dell’improvvisazione.
Un’edizione di innegabile appeal che, attraverso 210 live (70 gratuiti) in oltre 85 luoghi – dalla Triennale Teatro dell’Arte al Blue Note, dalla biblioteca di Quarto Oggiaro alla Bocciofila, la Pinacoteca di Brera e il Castello Sforzesco – coniuga qualità e quantità, memoria e presente, ricerca e godibilità. Come appare chiaro fin dall’impeccabile scelta di aprire nel nome dell’Art Ensemble of Chicago. Ovvero mezzo secolo di Great Black Music. L’impareggiabile fusione di etica ed estetica, politica e arte con la quale il mai abbastanza compianto Lester Bowie, Don Moye, Malchi Favors, Joseph Jarman e Roscoe Mitchell han dato vita a una delle più fulgide e feconde esperienze della musica afro-americana d’ogni epoca. Accolta il primo novembre in uno dei due salotti buoni del festival, la Triennale, la nevralgica formazione chicagoana vien prima presentata (18.30) da due studiosi di rango, Claudio Sessa e Marcello Lorrai, attraverso la recente monografia di Paul Steinbeck – e con un occhio al monumentale cofanetto in 21 cd con le incisioni Ecm 1975-2015 – mentre alle 21.30 il gruppo sale sul palco.
Chet, Bird, Duke e gli altri: nelle foto di Claxton l'età dell'oro del jazz
Alla Triennale un viaggio in 40 superbi bianchi e neri fra i maestri del jazz visti da uno dei più amati e sensibili fotografi che abbiano mai raccontato la musica improvvisata. Accanto alle tante iniziative che fanno di JazzMi un caso unico fra i festival italiani, l'imperdibile mostra di una scelta degli scatti che il fotografo americano fece durante il suo storico viaggio sulle tracce del jazz degli anni '50 e '60 / Leggi l'articolo
Parte subito forte JazzMi 2018, annodando, come da tradizione, i concerti, la bella rassegna di film all’Anteo, novità editoriali, laboratori, anche per i più piccoli, incontri con gli artisti, tavole rotonde, il palco in San Babila per i gruppi di giovani jazzisti, in una trama dai mille riflessi. Che quest’anno, in collaborazione col progetto “LaCittàIntorno” di Fondazione Cariplo, rafforza la sua presenza nei quartieri lontani dal centro della metropoli. Sagace nell’accostare grandi firme a talenti in rampa di lancio, il giovane festival conferma quella scelta da subito. Ed ecco, accanto all’Art Ensemble, la soffusa eleganza interpretativa della voce di Neena Freelon, (1 novembre, Blue Note), sei nomination ai Grammy e, da Ray Charles ad Al Jarreau, tante collaborazioni di spicco; il magistero di Enrico Intra (il 2, teatro San Gerolamo); l’eterno Enrico Rava che vent’anni dopo ritrova la geniale maestosità del sax tenore del suo vecchio pard Joe Lovano (il 2, Triennale); l’incedere materico, allucinato del piano elettrico Fender della giovane star londinese Kamaal Williams in trio (il 2, Triennale), pupillo di Gilles Peterson e non così distante dalle avventurose traiettorie di Robert Glasper versione trio jazz.
Praticamente infinito il parterre de roi, permette solo citazioni di rigore. Dalle quali non posson restar fuori i nomi, fra quelli attesi in Triennale, del sudafricano Abdullah Ibrahim, leggenda del pianoforte jazz; Antonio Sanchez, il batterista messicano Grammy per la colonna sonora di Birdman di Inarritu; l'esploratore dei sassofoni Colin Stetson; Jason Moran, uno dei migliori pianisti in attività; Bireli Lagrene, acrobata del basso elettrico che ravviva la rivoluzione di Jaco Pastorius; Yazz Ahmed, trombettista e flicornista inglese di radici persiane, fra l’altro, già alla corte dei Radiohead. E ancora, Madeleine Peyroux, Gianni Coscia e Daniele Di Bonaventura, Judi Jackson, il redivivo James Senese con Napoli Centrale. Mentre il Blue Note replica con, fra gli altri, assi che si chiamano John Scofield, Bill Frisell, Ron Carter, Chiara Civello.
E se l’Arcimboldi accoglie (il 13) Paolo Conte per il mezzo secolo di Azzurro, al dal Verme, altro storico luogo milanese dello spettacolo, atterra (il 6) l’astronave di due colossi della ricerca contemporanea, John Zorn e Bill Laswell, il Conservatorio si offre (il 9) al piano di Stefano Bollani in maglia brasiliana e (il 10) a quello del quasi ottantenne forever young Chick Corea (il 10). Infine l’Alcatraz, arena ideale (l’11) per le fiamme funk che da cinquant’anni Maceo Parker estrae nel suo sax alto, lui, figlioccio di James Brown e negli anni socio, fra tanti, di Ray Charles, Ani Di Franco, De La Soul, Dave Matthews Band e Red Hot Chili Peppers. Chet Baker al piano
Altro "carico" di JazzMi 2018, la mostra dei b/n (Triennale 1° novembre-9 dicembre) di William Claxton. Il cui nome, già da solo, siginifica jazz. Quello dell'età dell'oro fra i '50 e i '60 quando, spazzata via da una nuova consapevolezza afro-americana la colonizzazione bianca targata swing era, quel meraviglioso, inaudito sincretismo di etnie, culture e musiche fu finalmente riconosciuto per quel che già da subito fu: una svolta capitale nella creazione artistica occidentale. Il bianco e nero di Claxton fotografò quegli anni e i suoi paladini, sconosciuti o arcinoti come quelli esposti - fra loro Charlie Parker, Louis Armstrong, Duke Ellington, Ornette Coleman, Miles Davis, Thelonius Monk, Bill Evans, John Coltrane, Jimmy Giuffre, Stan Kenton, Ray Charles, e Chet Baker, del quale seppe ritrarre la tragica fragilità come solo, forse, riuscì molti anni dopo a Bruce Weber - documentando del jazz connessioni sociali, economiche e razziali indagate sul campo e nella quotidianità, nei club come ai festival, in studio e nei vicoli, nelle metropolitane o sulla strade. Come quelle che Claxton percorse, insieme al grande musicologo tedesco Joachim Berendt, inseguendo del jazz storie, tracce e facce. Ne nacque un libro, Jazzlife, che resta ancora oggi insostituibile documento al tempo stesso lirico e storico, dal quale JazzMi presenta ora una preziosa selezione di quaranta immagini.
Se è vero che i numeri non sono, e non dovrebbero, esser tutto, lo è pure la loro utilità per definire, almeno in parte, lo stato di salute di ciò di cui si sta parlando. Sotto questo aspetto JazzMi non può che esser motivo di soddisfazione per chi l'ha inventato e lo dirige, i due molto stimati promotori dell’italica musica Luciano Linzi e Titti Santini. Se infatti alla prima edizione le presenze furono 30.000 per 80 concerti, un anno dopo i dati già balzarono, rispettivamente, a 40.000 e 150. Crescita confermata anche da un altro indicatore decisivo: il budget. I 210 set di Jazz Mi 2018 son costati 455.000 euro, gli stessi del 2017 che però segnavano un 20% rispetto al 2016. Ulteriore vanto del festival, quel 50% del budget che arriva dagli incassi, che si completa col 20% di comune, ministero e Fondazione Cariplo ed il 30% fornito da Siae e finanziamenti privati.