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James Brown e i suoi fratelli: così la musica black ha raccontato la voglia di giustizia

Da Duke Ellington a Kendrick Lamar passando per Sam Cooke e Max Roach, le canzoni da ascoltare per capire meglio la lunga storia di una battaglia: per i diritti, per l'eguaglianza, per la libertà
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Cinema, musica, televisione, documentari: la storia e la cronaca si sono spesso fuse con l’arte per raccontare la drammatica ma al tempo stesso meravigliosa storia del popolo afroamericano. Le battaglie per i diritti civili, la lotta contro il razzismo, i soprusi e la violenza, le conquiste ottenute da generazioni nel corso della storia sono state soggetto di innumerevoli opere, canzoni, album, film, di serie televisive e documentari. Vedere, ascoltare, riscoprire queste opere è, in questi giorni, un eccellente modo di illuminare in maniera più completa la realtà di questi giorni, per capire meglio quello che sta accadendo negli Stati Uniti dopo l’uccisione di George Floyd: le proteste, le città in rivolta, le forti tensioni tra la comunità afroamericana, l’America profonda, razzista e conservatrice, le forze progressiste e democratiche della società, e la politica di Washington, quella del Presidente Trump.



Due canzoni pe…
Cinema, musica, televisione, documentari: la storia e la cronaca si sono spesso fuse con l’arte per raccontare la drammatica ma al tempo stesso meravigliosa storia del popolo afroamericano. Le battaglie per i diritti civili, la lotta contro il razzismo, i soprusi e la violenza, le conquiste ottenute da generazioni nel corso della storia sono state soggetto di innumerevoli opere, canzoni, album, film, di serie televisive e documentari. Vedere, ascoltare, riscoprire queste opere è, in questi giorni, un eccellente modo di illuminare in maniera più completa la realtà di questi giorni, per capire meglio quello che sta accadendo negli Stati Uniti dopo l’uccisione di George Floyd: le proteste, le città in rivolta, le forti tensioni tra la comunità afroamericana, l’America profonda, razzista e conservatrice, le forze progressiste e democratiche della società, e la politica di Washington, quella del Presidente Trump.



Due canzoni per cominciare. La prima è una delle più belle, appassionate, struggenti canzoni di speranza che la musica afroamericana abbia mai realizzato, A change is gonna come di Sam Cooke. La storia di questa canzone, scritta alla fine del 1963 e pubblicata nelle prime settimane del 1964 è molto particolare. Cooke nel 1963 era già una star negli Stati Uniti, appariva in molti show televisivi, vendeva milioni di dischi, era famoso e ricco. Ma una sera, in Louisiana, dove era arrivato per un concerto, gli rifiutarono, perché era afroamericano, l’ingresso nel motel dove avrebbe dovuto dormire e alle proteste sue e della band venne addirittura arrestato. Tornato a casa scrisse la canzone, che esprime uno straordinario sentimento di speranza, “it’s been a long time coming, but I know, a change is gonna come”, sottolineando come nonostante il tempo continuasse a trascorrere, il cambiamento sarebbe stato inevitabile.

La seconda è un potentissimo urlo di James Brown, Say it loud, I’m black & I’m proud, dillo forte, sono nero e sono orgoglioso di esserlo. Era il 1968 e l’America era in fiamme, anche più di quanto lo sia in questi giorni, tra rivolte nei ghetti, proteste del movimento giovanile e studentesco, la grande e crescente opposizione alla guerra in Vietnam. Il movimento per i diritti civili aveva visto grandi successi e conquiste, ma anche la morte di Martin Luther King Jr. pochi mesi prima. Il reverendo Al Sharpton, amico di Brown, ricorda che era con lui quando videro nelle strade di Los Angeles gruppi di afroamericani che si scontravano: “Stiamo perdendo il nostro orgoglio”, disse Brown, che andò in albergo e scrisse il testo, che Pee Wee Ellis musicò in brevissimo tempo. L’orgoglio era al centro di tutti i discorsi attorno ai diritti degli afroamericani, Brown sottolineava che il suo popolo doveva uscire dalla sudditanza psicologica nei confronti dei bianchi, che per affermare i propri diritti doveva prima di tutto proclamare orgogliosamente la propria diversità, usare il proprio colore come una bandiera, con orgoglio e fierezza. E non a caso a usarlo come “inno” non ufficiale furono soprattutto le Black Panthers, che erano in prima linea in questa battaglia, cantando “Noi ora chiediamo la possibilità di fare le cose per noi stessi, siamo stanchi di battere la testa contro il muro e lavorare per qualcun altro”.  



Era stato il jazz negli anni precedenti ad accendere il fuoco della protesta, a sostenere le battaglie per i diritti civili, a raccontare la storia del popolo afroamericano dai tempi della schiavitù. Una delle opere più belle, più ricche musicalmente e culturalmente è Black, Brown and Beige scritta da Duke Ellington nel 1958, nella quale si ripercorre il cammino di emancipazione degli afroamericani. Più in linea con le lotte dei ghetti e nelle città, sono opere di artisti che sempre hanno avuto un ruolo nelle battaglie per i diritti civili, come jazzisti e come attivisti, primo fra tutti il grande sassofonista Sonny Rollins, che nel 1958 realizzò la sua Freedom Suite che metteva insieme la ricerca di una libertà musicale ma anche una forte richiesta di libertà per il popolo afroamericano. “L’America,” scriveva Rollins “è radicata nella cultura afro: le sue espressioni colloquiali, il suo carattere, la sua musica. È davvero ironico che i neri, che più di qualsiasi altro popolo possono rivendicare come propria la cultura americana, continuino a essere perseguitati e repressi, a tal punto che la cultura afroamericana, che ha esemplificato la tolleranza con la sua sola esistenza, viene trattata inumanamente”.



Non di meno toccò a Max Roach, leggendario batterista e bandleader, ribadire nel 1960 la richiesta di libertà, di giustizia, di uguaglianza in un album bellissimo e importante come We insist! Freedom now suite, sottolineando nel titolo l’insistenza della richiesta e la necessità dell’immediatezza, con quell’implacabile “now”, ora, adesso, dopo la parola “libertà”. L’album nacque da un episodio specifico: il primo febbraio del 1960 a Greensboro, nella Carolina del Nord, quattro ragazzi afroamericani sedettero al bancone del locale negozio della catena Woolworth chiedendo di essere serviti per il pranzo. Ma il bancone era riservato solo ai bianchi e i quattro vennero invitati a uscire. Loro restarono seduti, e tornarono il giorno dopo in venti, poi il giorno seguente in sessanta, e ancora di pià nei giorni seguenti, imitati da molti altri in tante altre città in tutti gli stati dell’Unione. Quel bancone con quei ragazzi compare sulla copertina dell’album di Max Roach, al quale lavorò assieme al poeta e attivista per i diritti civili Oscar Brown, intitolato provvisoriamente The Beat. Mentre Brown era in sintonia con le idee di Martin Luther King, Roach era molto vicino alle posizioni più dure e radicali di Malcolm X, i due non si trovarono d’accordo alla fine del progetto, l’album cambiò dunque titolo, The Beat divenne We Insist! Freedom Now Suite, con tanto di riferimento all’album di Sonny Rollins.




Sono decine, anzi, centinaia i brani, gli album che negli anni, da quel decennio a oggi, hanno continuato a raccontare la verità, la realtà degli afroamericani, ma due vanno segnalati per arrivare ai giorni nostri, Fear of a black planet di quei Public Enemy, campioni del rap, che riportarono l’idea della militanza al centro del dibattito nel mondo afroamericano e To pimp a butterfly di Kendrick Lamar. Fear of a Black Planet arriva nel 1990 in un’America che esce dal decennio reganiano con la tensione razziale al massimo livello, a causa della sempre peggiore condizione economica dei ghetti, la diffusione della droga, le violenze della polizia e ripropone le tematiche dell’organizzazione e il rafforzamento della comunità afroamericana. L’album è pieno di riferimenti alla dura realtà, all’omicidio del sedicenne Yusef Hawkins e ai disordini di Virginia Beach del 1989, agli stereotipi con i quali gli afroamericani vegono rappresentati al cinema e in tv, alla mancanza di assistenza sanitaria e alle violenze della polizia. Con un capolavoro di “conscious hip hop” come Fight the Power.

L’album di Kendrick Lamar del 2015 è una dettagliata istantanea dei nostri giorni, quella di un paese, gli Stati Uniti, diviso e malato, afflitto da vecchi problemi che si propongono in forme nuove, un disco carico di amarezza perché attorno ai temi della discriminazione razziale e la disuguaglianza sociale Lamar sottolinea la mancanza di impegno, di prospettiva, di speranza. L’album è nato assieme allo sviluppo del movimento Black Lives Matter, alla crescita di una nuova coscienza collettiva, che vuole portare la comunità afroamericana a un nuovo impegno. Un album fatto di molti elementi della storia e della cultura afroamericana, jazz, hip hop, soul, gospel, funk, proprio per ribadire il peso, l’importanza, la forza di una cultura che, nonostante la perdurante discriminazione razziale è cresciuta e si è sviluppata in modo originalissimo e forte.



Infine un singolo, This is america, di Childish Gambino, al secolo Donald Glover, uscito nel 2018. Il brano è bellissimo, ma è il videoclip, diretto da Hiro Murai, ad essere la più bella, tagliente, poetica, creativa denuncia della violenza della polizia, come l’uccisione di Philando Castile, i suprematisti bianchi, come nel caso della strage della Chiesa di Charleston, della discriminazione sottile e quotidiana degli afroamericani, un video esemplare e che mette in luce, con il grande potere dell’arte e della musica, che “questa è l’America”.