Tre fratelli e un cugino, tutti con lo stesso cognome. Per i Followill il rock è sempre stato un affare di famiglia: i Kings of Leon (Leon era il nonno) tornano in pista per l’ottavo album della loro ormai quasi ventennale carriera. Più di venti milioni di album venduti nel mondo, quaranta milioni di singoli, 4 Grammy Awards ma ancora quel loro modo “umano” di affrontare la fama e la notorietà: c’è un brano nel nuovo disco When you see yourself, che esce il 5 marzo, in cui si interrogano proprio su questo.
Time in Disguise racconta di una festa piena di celebrità, a un certo punto vi guardate intorno chiedendovi “che ci faccio qui?”.
Risponde il bassista Jared Followill, che con il fratello cantante Caleb partecipa all’intervista. “Parla di un party ma è una metafora dell’essere glamour, di quel livello di stile che si suppone tu raggiunga quando hai raggiunto un certo successo nella società. Parla di come io e Caleb ci sentissimo fuori posto a questi eventi folli circondati da persone che hanno raggiunto il massimo nel loro settore, che siano attori, sportivi o politici. Dovevamo metterci una maschera per far finta di essere a nostro agio. Meritavamo di essere alle feste in cui ci invitavano? In fondo eravamo gli stessi ragazzi del Sud degli Stati Uniti che non si sarebbero mai sognati di ritrovarsi in feste del genere. Ti guardi intorno e ti chiedi se sia reale oppure un’allucinazione. Poi realizzi che se lo stanno chiedendo anche tutti gli altri. E allora se siamo in ballo, balliamo”.
Nel disco c’è un netto cambio di suono rispetto agli album precedenti.
“Volevamo metterci alla prova per vedere che cosa potevamo raggiungere. E’ saltata la regola di non fare mai in studio ciò che non potesse essere ben riprodotto nei nostri concerti. Negli anni siamo migliorati come musicisti, oggi siamo tutti più liberi di sperimentare in libertà, di espandere i nostri orizzonti musicali. Matt (Matthew, il cugino chitarrista) ha portato dei vecchi sintetizzatori per dare un sapore anni Settanta e Ottanta”.
Caleb, lei ha parlato di una “vena personale” nelle nuove canzoni.
“Sono abituato a scrivere di personaggi e situazioni diverse mentre stavolta mi sono trovato di fronte a temi più personali. Ma piuttosto che mettere tutta una mia esperienza in una sola canzone ho seminato tracce di me in ogni canzone. Quando fai così, perché la canzone riesca devi essere sicuro che ciò che dici sia onesto e vero”.
“A bandit”, il primo singolo, sembra un western biblico, ci sono immagini che rimandano al libro dell’Apocalisse.
“Sì, ho sempre preso immagini dal mondo della religione perché mio padre era un predicatore, prendeva versi dalle scritture e li modernizzava e così faccio anch’io nelle mie canzoni. Mi ha sempre affascinato la forza dell’espressione, quel modo intelligente di dire le cose. Anch’io cerco un livello simbolico anche perché questo lascia spazio alle interpretazioni più diverse. Le immagini bibliche sono come programmate dentro di me, sgorgano da sole”.
E’ il più cinematico dei vostri album, mai tentati di scrivere una colonna sonora?
Risponde Jared: “E’ sempre stato un nostro sogno e molta della nostra musica viene ispirata dai film che vediamo. Ricordo che dopo aver visto Call me by your name di Guadagnino ho scritto la melodia di Stormy Weather, era talmente cinematografica che ho pure pensato di proporla per un film della Disney. Quando l’ho fatta sentire alla band gli è piaciuta molto e abbiamo deciso di farne una canzone dell’album, mi ha riempito di orgoglio”. Interviene Caleb: “Jared ha sempre avuto queste intuizioni che diventano momenti di grande ispirazione per tutti. Credo che a questo punto potremmo anche farla una colonna sonora: se un giorno ci presentassero un film di cui siamo convinti potremmo metterci alla prova”.
Il 14 giugno sarete di nuovo sul palco a Newcastle in Inghilterra, prima data del tour europeo, cosa proverete dopo tanto tempo di attesa?
Caleb: “Solo sei mesi fa pensavo che il mondo sarebbe cambiato per sempre, che ci saremmo dovuti abituare a un nuovo modo di fare le cose, avevo il dubbio su altri tour, sulla possibilità di altri viaggi. Se tutto va come speriamo sarà fantastico, saremo emozionati ed estremamente grati, non sto nella pelle per la voglia. Se le emozioni prenderanno il sopravvento magari sul palco potremo anche scoppiare a ridere o a piangere, chissà, nel caso un bicchiere di vino rosso potrà aiutare”.