Folcast è un bravissimo autore e cantante, ha un'anima soul e i piedi ben piantati nella migliore tradizione della canzone d'autore, è giovane e moderno ma sa guardare lontano, oltre il semplice click di uno stream. E sta per pubblicare, il 14 gennaio, un nuovo album, intitolato Tempisticamente, prodotto da Tommaso Colliva (Calibro 35, ma anche a lungo collaboratore dei Muse) e arricchito dalle collaborazioni con Davide Shorty, Roy Paci e Rodrigo D'Erasmo, a chiudere un anno che si era aperto con la conquista del podio tra le nuove proposte del Festival di Sanremo. Un appuntamento importante, dunque, che viene anticipato in questi giorni da un singolo, Come no: "Una canzone nata da una discussione vera", ci racconta Folcast, 29 anni, vero nomet Daniele Folcarelli, "alla fine della quale mi sono trovato a buttare giù questo pezzo da un'idea strumentale di Federico Gelli. E come alle volte accade sono riuscito a sfogarmi, a fare pace con me stesso e anche con la persona con cui avevo discusso".
Certo, tra verità e fantasia, che mestiere è fare il cantautore?
"In parte è un modo per risparmiare i soldi dello psicologo, anche se ne avrei bisogno io come tutti, perché fa bene. Ma le canzoni di sicuro ti danno una bella mano nel centrare i tuoi pensieri. Anche se esprimere davvero tutto non è davvero semplice".
Quindi, la verità resta comunque centrale?
"Sicuramente, c'è tanta realtà nelle canzoni, ma è fondamentale che si sia anche tanta fantasia, c'è tanto detto ma anche tanto non detto. Non foss'altro perché nelle canzoni non hai nemmeno il tempo per focalizzare e esprimere tutto quello che vuoi dire. Ma il bello è proprio questo, raccontare storie vere lasciando spazio all'immaginazione di chi ascolta. In ogni caso se la canzone è frutto delle tue emozioni, quello che vuoi dire, il messaggio, arriva".
Cosa è cambiato dopo Sanremo?
"Dal punto di vista personale è cambiato poco, sono tornato a casa e sono tornato con le persone di sempre, i miei amici e il mio mondo. Ma ho conosciuto anche tante persone nuove, ho fatto delle esperienze di vita importanti e anche al festival stesso ho scoperto lavori che non conoscevo e incontrato delle persone interessanti. Ma il cambiamento più grande è stato dal punto di vista professionale: tutto ha preso la dimensione di un lavoro, perché ora lo faccio dalla mattina alla sera, tutti i giorni. Prima capivo quello che stavo facendo quando salivo su un palco, ora invece lavoro è anche concepire una canzone, essere in studio, concentrarsi sulla musica".
E sono cresciute anche le responsabilità?
"Un po' si, non foss'altro perché suono con altre persone o perché ti rendi conto che c'è gente che esce di casa per venire a vedere e ascoltare te. Sì, un po' di responsabilità la sento, ma al tempo stesso mi ripeto ogni giorno che non faccio il medico, sto solo scrivendo canzoni, che magari aiutano qualcuno ma non sono di certo un modo per salvare la vita della gente...".
E ora arriva l'album...
"È un appuntamento importante, credo che racconti bene quello che sono adesso. E poi i concerti, se tutto andrà bene, da aprile".