Simple Minds, parla Jim Kerr: "Il nostro ottimismo rock contro questi tempi bui. La Brexit? Diventerò cittadino italiano..."
di Carlo Moretti , di Carlo MorettiHanno appena festeggiato 40 anni di musica con un fortunato tour di cinque mesi tutto esaurito che li ha visti esibirsi anche in Italia. I Simple Minds non hanno mai smesso di tenere alta la bandiera del loro rock fatto di chitarre e sintetizzatori, e ora stanno per tornare con un nuovo album intitolato Direction of the heart, in uscita il 21 ottobre. Un inno alla vita nato durante il lockdown e per gran parte scritto in Sicilia dove vivono sia il chitarrista Charlie Burchill sia il cantante Jim Kerr, che ci parla dei nuovi brani. E Kerr, che possiede un hotel a Taormina, dopo l'annuncio della Brexit ha deciso di prendere la residenza in Italia "e quando sarà il momento chiederò anche la cittadinanza, visto che pago le tasse qui".
Un disco a tratti “politico”, nello stile di una band che ha fa…
Hanno appena festeggiato 40 anni di musica con un fortunato tour di cinque mesi tutto esaurito che li ha visti esibirsi anche in Italia. I Simple Minds non hanno mai smesso di tenere alta la bandiera del loro rock fatto di chitarre e sintetizzatori, e ora stanno per tornare con un nuovo album intitolato Direction of the heart, in uscita il 21 ottobre. Un inno alla vita nato durante il lockdown e per gran parte scritto in Sicilia dove vivono sia il chitarrista Charlie Burchill sia il cantante Jim Kerr, che ci parla dei nuovi brani. E Kerr, che possiede un hotel a Taormina, dopo l'annuncio della Brexit ha deciso di prendere la residenza in Italia "e quando sarà il momento chiederò anche la cittadinanza, visto che pago le tasse qui".
Un disco a tratti “politico”, nello stile di una band che ha fatto dell’impegno una tratto distintivo della loro musica, con brani come Belfast child, Mandela Day e il tour per Amnesty international. Nel nuovo tour per il quarantennale, nei due concerti di Edimburgo, i Simple Minds hanno raccolto fondi in favore delle vittime della guerra in Ucraina.
Questo album è stato annunciato a gennaio dal nuovo singolo “Act of love”, in realtà un brano del 1978 rimasto inedito.
“Rimanere connessi con le proprie radici era ed è ancora importante, direi fondamentale. Per noi ogni nuovo album è il capitolo di una storia che è iniziata molto tempo fa, sono ormai più di 40 anni di musica. Act of love è una tra le prime canzoni che abbiamo scritto, quella che abbiamo subito suonato dal vivo ma sfortunatamente dopo un anno che la suonavamo, ed eravamo giovani, eravamo impazienti e ci annoiavamo presto delle cose, così per il primo album avevamo già altre canzoni e Act of love ce la lasciammo alle spalle. Però sapevamo tutti che un giorno saremmo tornati da lei, perché è una grande canzone e volevamo dare a tutti la possibilità di conoscerla. Poi sarebbe stato interessante tornare a quel momento da vecchi quali siamo, e di mischiare le prospettive con quelle che erano di un gruppo di ragazzi”.
Tutto l’album riporta la sua voce e la chitarra in primo piano, proprio come facevate nei vostri primi album nell’era post punk.
“Sì, a me ricorda i nostri primi dischi, ci sono elementi anche tecnologici che abbiamo utilizzato proprio allo scopo di evocare quel tipo di memoria. La chitarra di Charlie è davvero in primo piano e in alcune canzoni la mia voce è preponderante come accadeva nelle nostre prime incisioni”.
In copertina una maschera antigas circondata di fiori e farfalle: l’ha ispirata il lockdown?
“Assolutamente. La nostra generazione non ha avuto l’esperienza della guerra ma specialmente durante i primi mesi del covid è stato assurdo, c’è stata un’isteria senza precedenti, noi dovemmo annullare il tour e tornammo a Glasgow dove la gente aveva preso d’assalto i supermercati e avevano svuotato gli scaffali. E stata una sfida, in un tempo così oscuro, lavorare su un album che voleva essere al contrario ottimistico, positivo e solare. Poi, prima che chiudessero le frontiere, siamo andati in Sicilia, era primavera, abbiamo scritto lì le canzoni del nuovo album: la natura era un’esplosione di vita e di colori. Credo che questo album rifletta proprio quelle atmosfere”.
Siete stati spesso un gruppo politico, dal brano per Nelson Mandela ai tour per Amnesty International, per non parlare di un pezzo come "Belfast child". Ci sono pezzi politici anche in questo album?
“Certo, in questi brani non ci sono riferimenti diretti come negli esempi citati ma almeno un paio di brani sono politici, o almeno così li abbiamo intesi. Ad esempio Who killed truth che, magari in maniera indiretta, parla del modo in cui riceviamo false informazioni, dai media, dai nostri politici. E anche l’ultima The Walls come down: nel 1989 quando il muro a Berlino Est è caduto la mia generazione ha pensato che nessuno avrebbe più osato costruire dei muri e invece 30 anni dopo eccoci di nuovo allo stesso punto, con Donald Trump che ha deciso di costruire il muro per fermare l’immigrazione al confine con il Messico, ma un po’ in tutto il mondo si punta alla frammentazione e si costruiscono barriere alle frontiere”.
Nel tour proponete di nuovo I travel, ci sono molte similitudini oggi con le atmosfere di quel pezzo del 1980.
“I travel è una canzone sul caos e sull’incertezza. Anche oggi c’è una permanente insicurezza e molti nel mondo vivono nel caos. Era giusto riproporre quella canzone anche per le somiglianze tra l’inizio degli anni Ottanta e quanto stiamo vivendo oggi”.
A proposito del tour, vi siete da poco esibiti in Italia, mai così a vostro agio sul palco e lei interagisce molto di più con il pubblico rispetto a quanto faceva in passato.
“Si, è vero che parlo di più con il pubblico e che ci divertiamo di più sul palco. I concerti sono molto importanti: siamo più vecchi, abbiamo più esperienza, ma il punto fondamentale è proprio divertirsi, quando sei più giovane tendi a prendere le cose in modo molto più serio. Seri lo siamo anche oggi che abbiamo superato i 60 anni (Kerr ne ha compiuti 63 a luglio, n.d.r.) ma lo siamo in modo diverso. Consideriamo più importante avere un rapporto con il pubblico, farli sentire a casa, stare sul palco come se il palco non esistesse, farlo scomparire come riusciamo a fare noi quando suoniamo insieme. L’essere rilassati dipende poi molto dalla confidenza che tu hai con gli altri della band, e noi siamo una grande band”.
Cosa pensa del rock di oggi? E, visto che lei trascorre molto tempo in Italia, del successo dei Maneskin nel mondo?
“Quando hanno vinto all’Eurovision Song Contest sono stato contento per l’Italia. Li vedo come una tv band ma non li conosco bene per poter esprimere un giudizio pieno su di loro. Io comunque penso che il rock appartenga a un altro periodo, a un altro tempo e mondo, e credo che se io fossi stato un ragazzo degli anni Duemila non avrei suonato il rock, che appartiene al secolo scorso. Ma amo il rock, e mi piace ancora suonarlo”.