Si sono chiusi al Louvre durante il lockdown, con la città svuotata e anche le sale del museo vuote per le restrizioni imposte dalla pandemia. In quei giorni a Parigi c'erano solo tenebre e pessimismo, ma intorno a quel tavolo, in mezzo ai quadri e ai colori di quella sala messa a disposizione dai responsabili del museo francese, i Phoenix hanno prodotto un album pieno di luce in cui non solo hanno immaginato di poter fare tutto ciò che il Covid aveva negato e cancellato, ma anche di cominciare a vedere la luce in fondo al tunnel.
E così, dopo Ti amo, il concept album dedicato nel 2017 alla cultura e alla musica italiane, il 4 novembre la band francese torna con Alpha Zulu fortemente segnato da atmosfere electrodance, che il 18 novembre verranno a presentare in concerto all’Alcatraz di Milano. Ne parliamo con il cantante Thomas Mars, fondatore della band con il chitarrista Christian Mazzalai, con il suo fratello maggiore Laurent Bracowitz e con il bassista Deck D’Arcy. E a proposito di questo album, dopo l'album concept dedicato all'Italia, Thomas Mars parla di "disco Frankenstein", tanto è vario almeno nei temi. Mentre parliamo, la band è in viaggio per un tour nel sud degli Stati Uniti: "Abbiamo altre due date in America, poi andremo in Messico, quindi per tutto novembre saremo in Europa". Quasi inevitabile la domanda.
Nel Sud degli Usa avete suonato anche a Phoenix?
"Non questa volta, in passato abbiamo suonato anche a Phoenix ma la realtà è che li ci sono due città gemelle, una accanto all'altra, Phoenix e Scottsdale, e per ragioni che non conosco tutte le venue per tenere i concerti sono nella parte denominata Scottsdale. Quando ringrazi il pubblico devi quindi dire Scottsdale, altrimenti se confondi le due città la gente si arrabbia molto. Sono in competizione: a Phoenix se li confondi con quelli di Scottsdale, e viceversa, ti tolgono il saluto. Comunque evitiamo di andarci anche per un altro motivo: c’è un clima terribile, d’estate la temperatura arriva fino a 48 gradi, e la volta in cui suonammo lì rimanemmo bloccati per un paio di giorni, non riuscivamo a ripartire: l’aereo non poteva decollare perché non c’era abbastanza densità nell’aria. Phoenix è un posto davvero distopico, per l’ondata di calore non c’era nessuno in giro, una città svuotata dal caldo ben prima del lockdown del Covid".
Il vostro nome ha a che fare con la città americana?
"No, amo la tipografia, i font, e Bronco (Laurent Bracowitz, ndr) nella band condivide con me questa passione, la parte estetica del nome vuole proprio catturare l’attenzione. E poi è un nome semplice e vuoto abbastanza da potersi riempire con la fantasia: non succede spesso con i nomi delle band, un nome come Eagles of death metal non lascia spazio alla fantasia, e quando lo leggi non ti aspetti certo un disco di jazz. Quando scegliemmo il nome Phoenix, non sapevamo ancora quale direzione musicale avremmo preso, né lo sappiamo ancora, per la verità, visto che ad ogni album cambiamo forma. Quindi è importante che il nostro nome ci permetta questa libertà".
Effettivamente anche questo album sembra un nuovo capitolo, differente, nella vostra storia musicale: molto più orientato verso la dance. L’album è stato registrato durante il lockdown ma è pieno di luce, di voglia di vivere, di ballare e divertirsi.
"Questo è proprio il risultato per averlo scritto durante il lockdown. Per registrarlo abbiamo affittato alcune sale che ci hanno messo a disposizione al Louvre, il che è abbastanza incredibile per il momento che stavamo vivendo. In quei giorni ovviamente nessuno poteva andare a visitarlo mentre noi non solo potevamo ma avevamo le chiavi per entrare. In quel momento la cosa che cercavamo era la luce in fondo la tunnel. Uscire dal tunnel per trovare gioia e ritmi veloci, anche se le parole e le melodie restano malinconiche: un contrasto con il quale abbiamo sempre giocato nei nostri dischi".
Il Louvre ha influenzato senz’altro la copertina dell’album e il video dell'omonimo primo singolo “Alpha Zulu”, ma il fatto che abbiate scritto e registrato i brani nel museo ha indirizzato anche le scelte musicali?
"Non credo le abbia influenzate in maniera profonda. Siamo andati al Louvre anche perché per registrare non volevamo un luogo canonico come un classico studio, una sala piena di dischi d’oro e di trofei. Non volevamo pressioni, la competizione non fa bene alla musica. Il processo di composizione di una canzone per noi è sempre come un flusso di coscienza, è terapeutico: siamo noi quattro intorno al tavolo, senza idee preconcette e in attesa che si realizzi la giusta alchimia che riveli qualcosa di noi. Un processo molto collaborativo. Il Louvre è la ciliegina sulla torta, non la torta. Per noi è sempre stato così: ad esempio una canzone come Lisztomania del 2009 è nata dopo aver visto qualche giorno prima il film di Ken Russell, ma quelle parole e quegli accordi arrivavano da molto lontano".
“Alpha Zulu” si riferisce a un problema che avete avuto in un volo aereo, giusto?
"Si, è successo a me, ero in Belize su un piccolo aereo privato dove solitamente anche i passeggeri indossano le cuffie e possono ascoltare i dialoghi tra la torre di controllo e il pilota. E’ stato un volo molto complicato e la torre di controllo continuava a chiamare il pilota Alpha Zulu, la sigla AZ dell’aereo. Su quanto successo devo avere avuto un processo di rimozione, tant’è che sei mesi dopo mi è tornato in mente in sala di registrazione come un messaggio di una sindrome post traumatica. Come una voce umana che in un momento di panico ti riporta con i piedi per terra. Questo vuol anche dire che il linguaggio dell’aeronautica è un linguaggio universale, come la musica, che travalica le diverse lingue e può essere compreso da tutti. E’ la stessa idea dell’album Speaking in tongues dei Talking Heads di David Byrne: e cioè che quando sei un musicista tu crei il tuo linguaggio. Ad esempio un brano come Tuttifrutti o come Prisencolinensinainciusol,il brano di Celentano. Una tecnica che anche noi utilizziamo perché l’inglese non è la nostra madre lingua e spesso creiamo mix con altre lingue come l'italiano e il tedesco".
Nel vostro album precedente, Ti amo, avete celebrato la vostra passione per la cultura e la musica italiane. Ci sono segnali anche in questo album?
"Le influenze della musica italiana ci sono sempre ma il tema di Ti amo era così forte che per il nuovo lavoro dovevamo necessariamente andare in tante direzioni diverse. Mi piace dire che abbiamo realizzato un album Frankenstein. Le influenze italiane ci sono sempre perché alcuni dei nostri componenti, i due fratelli chitarristi Christian e Laurent, hanno origini italiane per via del padre e quindi a partire dal tempo di Wolfgang Amadeus Phoenix sono andati spesso indietro a scoprire le loro radici anche musicali. E così anch’io ho scoperto la musica italiana. I riferimenti sono ovunque: sono spesso italiani anche i nomi che scrivendo diamo a piccole parti della canzone per ricordarcene, non sono mai “ritornello” o “bridge”, per Ti amo le chiamavamo con nomi tipo “Battiato”, “Battisti”, perché suonavano in modo simile. O “Rimini” per la loro atmosfera. In questo disco Winter solstice in origine si chiamava Placencia, che è una città che ho visitato in Belize prima dell’episodio raccontato in Alpha Zulu. Un’altra si chiamava Ezra, perché ci sembrava perfetta per la voce di Ezra Koenig dei Vampire Weekend e così quand'è stato il momento di registrarla abbiamo invitato Ezra a cantare con noi su Tonight".
Quindi avete deciso di lavorare con Ezra Koenig per una suggestione musicale.
"Certo, la canzone aveva quel mood e piuttosto che imitare la sua voce abbiamo preferito avere l’originale. E poi la canzone era perfetta per farne un duetto, essendo un dialogo. Inoltre siamo amici, e so che se non avesse voluto mi avrebbe detto chiaramente di no, senza l’ipocrisia che un collega non amico avrebbe utilizzato in una situazione come quella. Lo stesso avremmo sicuramente fatto noi perché non è mai detto che il risultato della somma di due valori sia necessariamente superiore. Quindi di fronte a qualcosa che non ci convincesse fino in fondo, entrambi saremmo stati liberi di tirarci indietro, senza il rischio di rompere un contratto".
Vista la passione per la musica italiana, cosa pensate del successo dei Maneskin?
"Non conosco bene la loro musica, quindi per me è difficile parlarne. Quello che posso dire sulla musica italiana è che amo gli artisti italiani perché non cercano mai di imitare altri artisti, hanno sempre uno sguardo laterale rispetto alle cose, anche alle cose del pop e del rock. Non si possono duplicare suoni che arrivano da anni lontani, come quelli dei Led Zeppelin di 50 anni fa, devi sempre portare qualcosa di nuovo e oriiginale. Celentano è un esempio perfetto di questa attitudine, e anche Franco Battiato che ha utilizzato un vocabolario inedito nella canzone pop fino a quel momento, o tutte le canzoni di Battisti che hanno sempre un'idea, magari semplice, che porta però a una deviazione rispetto al già noto, e quella deviazione cambia tutto".