Spettacoli

Maneskin a New York, tutti in piedi per Damiano & co: i fan sul palco a ballare

La band romana ha ottenuto l'ennesimo trionfo alla Hammerstein Ballroom
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New York - Speriamo che regga. Il pavimento. È il pensiero che ti viene naturalmente in testa, quando i Måneskin iniziano a intonare Zitti e buoni e l’intera Hammerstein Ballroom, esaurita in tutti gli ordini di posto, si mette a saltare. Il suolo ondeggia sotto i piedi, in maniera chiaramente percettibile, e allora capisci che sta accadendo qualcosa di fuori dall’ordinario.

Facciamo un piccolo passo indietro, mezz'ora prima del concerto di esordio a New York del tour americano. Ray indossa un paio di stivali neri di pelle, calze a rete, gonna corta e blusa nera, e capelli tinti di rosso fuoco. Si è piazzata sotto al palco. Sei di New York? "Certo". E perché sei venuta a sentire i Måneskin? "Perché sono cool". Cool, la parola chiave che qui apre tutte le porte, soprattutto se sei un artista e punti al pubblico giovane. Ray spiega: "Mi piace il rock tradizionale, e loro sono la band che in questo momento lo fa meglio di tutti". Ma non è un po’ inusuale, per una ragazza americana, venire a sentirlo da un gruppo italiano? "No, perché? Tantissimo rock straordinario è storicamente venuto dall’Europa. Basti pensare ai Beatles o ai Rolling Stones".

Foto Facebook
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Ecco, se sei uno dei Måneskin, a Ray dovresti fare una statua. Oppure magari ti tremano i polsi, al pensiero che sia venuta a vederti aspettandosi di ascoltare Mick Jagger o Paul McCartney. Loro invece salgono sul palco come niente fosse, tipo una band venuta a suonare per i compagni di scuola. E Damiano, vestito in blu, non fa il minimo sforzo di usare le architetture tipiche del sistema stardom: "Non ho nulla di particolarmente intelligente da dirvi, perciò è meglio se ci mettiamo subito a suonare". Beggin, Coraline, quello che è: il pubblico conosce i brani, li canta pure in italiano, balla scatenato. Un reggiseno nero vola sul palco. Damiano gentilmente rigrazia, raccoglie e lo usa come una bandiera. Victoria sorride ammiccante mentre corre col basso sul palco, e Thomas fa il verso ai solisti classici del rock. Hanno tutto il diritto di farlo, dopo che il Philadelphia Weekly ha recensito così la tappa nella città della Costituzione: "Il loro aspetto - e persino il loro suono - ha grandi tocchi glam rock di Jane's Addiction, Led Zeppelin, l'ensemble Ziggy Stardust Spiders from Mars di David Bowie e gli Aerosmith, nel suo stile".

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Quando arriva il momento di attaccare I Wanna Be Your Slave, Damiano confessa: "Questo è forse il brano a cui dobbiamo più di tutti gli altri il fatto di essere qui, nei meravigliosi Stati Uniti. Ci hanno chiesto di spiegarlo nel corso di innumerevoli interviste, e abbiamo inventato qualsiasi cazzata per cercare di accontentarli. Ora però abbiamo esaurito le idee, e perciò ci limiteremo a suonarlo". Diciamoci la verità: quanti musicisti hanno sognato di dire una roba del genere sulle interpretazioni più articolate e profonde dei loro capolavori, ma non hanno mai avuto il coraggio di farlo? Liberatorio. Anche per il pubblico, che così si sente autorizzato a godersi il brano come diavolo gli pare.

Quando arriva il momento di Mammamia, Damiano è ormai a torso nudo. Si rivolge al pubblico e chiede: "È una domanda stupida, ma devo farla: quanti italiani ci sono in sala?". Si alza un numero considerevole di mani, anche se non la maggioranza. Allora lui tira fuori la bandiera tricolore con cui si avvolge: "Quando siamo in giro per il mondo, ci chiedono spesso: di dove siete? Italia, rispondiamo noi. E allora tutti dicono subito: Mammamia!". Anche questo non è un siparietto scontato, perché in America ci vogliono tutti bene, ma non sono mancati gli episodi di discriminazione violenta. Rivendicare così l’italianità forse aiuta a sdrammatizzare il nostro passato, ora che abbiamo pure una rock band così popolare da vincere premi americani e finire al Saturday Night Live show.

Nota di colore: tra il pubblico c’è anche un gruppetto di tifosi, con una sciarpa che porta ai Måneskin il saluto dei "veri laziali". Ovvio riferimento al concerto di Philadelphia, dove il romanista Damiano ha cercato di depotenziare la piccola rissa scoppiata tra il pubblico con una battuta: "Riguardano le immagini, la cosa peggiore che ho visto è quella ragazza con la maglia della Lazio". Dunque mentre gli ultras la prendono troppo sul serio, contestandolo a Roma con gli striscioni, a New York c’è invece chi sa stare allo scherzo e accettarlo con filosofia.

Il finale è ancora più curioso, perché la band invita un gruppo di spettatori a salire sul palco per ballare, si spera con precedente supervisione adulta dei selezionati. E anche qui sta la stroardinarietà dell’evento, perché i grandi concerti americani che vedi a Manhattan sono magnifici, ma hanno sempre qualcosa di script, troppo pianificato nei dettagli. Non che i Måneskin non abbiano pianificato e provato il loro show, ma l’impressione è quella di assistere ad un evento dell’era "post stardom". Sono ormai stelle internazionali, ovvio, ma sembrano anche gli amici della band della scuola che si divertono tra di loro e con gli amici. Se poi Ray ha ragione a rivederci i Beatles o i Rolling Stones, il Madison Square Garden è qui dietro a un blocco di distanza.